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Park Chan-wook: “La mia Corea è una terra geniale, da Squid game al K-pop”

(agf)

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Intervista al cineasta, primo presidente di giuria coreano del Festival di Cannes. Tra il successo di “No other choise”, il nuovo western pieno di star e l’ammirazione per il cinema italiano
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CANNES – Park Chan-wook è il primo presidente di giuria sudcoreano nella storia del Festival di Cannes, che lo ha consacrato qui con Old boy, ventidue anni fa, reduce dal successo di No other choise. In questo momento il cineasta guida l’onda del coreane di cinema e serie. Lo incontriamo in una sala all’ultimo piano del Palais, grandi finestre sul mare piatto solcato da yacht lussuosi. Con lui in giuria, tra gli altri, Demi Moore, Ruth Negga, Chloé Zhao, Paul Laverty e Stellan Skarsgård.


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Questo è un momento molto importante per la cultura coreana sulla scena globale. Quali lezioni pensa possano imparare gli altri mercati da ciò che la Corea ha fatto, dal punto di vista culturale?

“Conosco personalmente le persone dietro Squid Game, il gruppo K-pop B e Parasite. E, sinceramente, sono persone normalissime, non molto diverse da noi. Guardando le loro opere geniali, anch’io mi chiedo c…

CANNES – Park Chan-wook è il primo presidente di giuria sudcoreano nella storia del Festival di Cannes, che lo ha consacrato qui con Old boy, ventidue anni fa, reduce dal successo di No other choise. In questo momento il cineasta guida l’onda del coreane di cinema e serie. Lo incontriamo in una sala all’ultimo piano del Palais, grandi finestre sul mare piatto solcato da yacht lussuosi. Con lui in giuria, tra gli altri, Demi Moore, Ruth Negga, Chloé Zhao, Paul Laverty e Stellan Skarsgård.


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Questo è un momento molto importante per la cultura coreana sulla scena globale. Quali lezioni pensa possano imparare gli altri mercati da ciò che la Corea ha fatto, dal punto di vista culturale?

“Conosco personalmente le persone dietro Squid Game, il gruppo K-pop B e Parasite. E, sinceramente, sono persone normalissime, non molto diverse da noi. Guardando le loro opere geniali, anch’io mi chiedo cosa renda così grande la creatività coreana. Credo che molto abbia a che fare con la storia moderna della Corea. Dall’occupazione giapponese fino alla caduta della dittatura e alla conquista della democrazia, il popolo coreano ha vissuto enormi alti e bassi. Abbiamo attraversato una gamma vastissima di emozioni, esperienze molto profonde e drammatiche. Forse è questo che rende i contenuti coreani emotivamente universali e capaci di parlare al resto del mondo”.

Thierry Frémaux ha detto che Oldboy è stato uno dei primi film di genere in concorso a Cannes. Vinse il Grand Prix. È stato un punto di svolta per la sua carriera e per il cinema di genere in generale?

“È stato sicuramente un punto di svolta per la mia carriera. Dopo la proiezione di Old boy a Cannes ricevetti molte offerte per lavorare all’estero, che mi permisero di realizzare progetti come Stoker o The Little Drummer Girl. Quanto all’influenza sul cinema in generale, credo che il film fosse particolare perché aveva il sentimento di un b-movie, le caratteristiche del cinema di genere, ma allo stesso tempo anche una qualità universale e quasi mitica da cinema d’autore. Forse è questo che lo ha reso unico”.

Quest’anno non ci sono film italiani a Cannes ed è un tema molto discusso. Lei ha un rapporto speciale con l’Italia e con il cinema italiano. Che cosa rappresenta per lei? E quanto ha influenzato la sua arte?

“L’Italia è stata, e continua a essere, una grande terra di cinema. Amici come Luca Guadagnino o Paolo Sorrentino stanno realizzando grandi film nello stesso periodo storico in cui lavoro anch’io, ed è per me un onore vivere nello stesso tempo di questi autori. Sul fatto che quest’anno non ci siano film italiani in concorso, credo semplicemente che a volte accada. Per esempio, lo scorso anno non c’erano film coreani in competizione. Sono cose che succedono. Visconti, Antonioni e Argento hanno influenzato profondamente il mio lavoro. Chi ha visto i miei film può riconoscerlo facilmente”.

Oggi vive un momento molto felice della sua carriera. Qual è stato invece il periodo più difficile?

“Quando i miei primi due lungometraggi furono un flop. Era difficile persino vivere facendo il regista, così iniziai a lavorare come critico cinematografico. E non perché fare il critico fosse un brutto lavoro, anzi: è una professione molto rispettata. Ma io desideravo fare i miei film. Trovarmi nella posizione di scrivere dei film degli altri e presentarli agli altri fu molto doloroso”.

A un certo punto della sua carriera è stato inserito in una blacklist politica in Corea del Sud. Quanto è stato doloroso?

“Successe durante il governo della presidente che fu poi destituita prima dell’ultimo presidente messo sotto impeachment. Esisteva una lista di registi da escludere dai finanziamenti pubblici. Fu uno scandalo enorme in Corea e contribuì in modo decisivo alla caduta della presidente. Tutti i funzionari coinvolti nella creazione della blacklist furono licenziati e incarcerati. Io personalmente non facevo film con fondi governativi, quindi non ebbi perdite dirette. Ma molti autori del cinema indipendente soffrirono enormemente. In seguito furono risarciti attraverso i tribunali e questo non accadde mai più”.

E come vive il fatto di dover giudicare il lavoro degli altri come presidente di giuria?

“Ne ho parlato con gli altri giurati e tutti dicono che giudicare il lavoro altrui è difficile. Alcuni parlano addirittura di un’esperienza dolorosa. Allora si potrebbe chiedere: perché accettare? Perché i premi sono necessari nei festival. Essere nella posizione di poter dire ‘questo film è importante, dovreste prestargli attenzione’ significa lasciare tracce nella storia del cinema”.

Nove anni fa lei era membro della giuria presieduta da Pedro Almodóvar. Che ricordo ha di quell’esperienza e quanto influenzerà il suo lavoro di presidente, soprattutto considerando che quest’anno dovrà giudicare proprio un film di Almodóvar?

“Pedro era un leader molto democratico durante le riunioni. Era paziente in modo quasi frustrante nell’ascoltare gli altri: lasciava parlare tutti e aspettava che tutti finissero. È stato un modello straordinario di presidente di giuria e vorrei seguire il suo esempio. E poi c’è il fatto che io debba giudicare un suo film. Per una persona dell’Est, dove l’età e il rispetto per gli anziani sono valori molto importanti, è una situazione difficile. Tra i giurati però c’è anche un ragazzo cileno nato nel 1995, che parla spagnolo: per lui potrebbe sembrare quasi sacrilego giudicare Almodóvar. Ma nel mondo dell’arte l’età e l’esperienza non sono ciò che conta davvero. Ogni opera deve essere giudicata singolarmente”.

Wim Wenders, presiedendo la giuria della Berlinale, si ritrovò trascinato in molti dibattiti politici. Thierry Frémaux ha parlato dell’incrocio tra arte e politica. Lei aveva timore di questo aspetto accettando il ruolo?

“Non credo che siano grandi film soltanto quelli che contengono dichiarazioni politiche. Ma, allo stesso tempo, il fatto che un film sia politico non significa che sia nemico dell’arte. Trovo molto strano descrivere arte e politica come se fossero in conflitto. Esistono capolavori politicamente forti e artisticamente straordinari, così come esistono capolavori totalmente privi di politica”.

Quest’anno ci sono cinque registe in concorso. Thierry Frémaux ha detto che, dovendo scegliere tra due film equivalenti, preferirebbe quello diretto da una donna. Lei cosa ne pensa?

“Non sono stato coinvolto nella selezione dei film, ma condivido molto il pensiero di Thierry. Non credo che si debbano scegliere automaticamente i film diretti da donne, ma penso sia importante fare il più possibile per dare visibilità a cineaste che in passato non sono state valorizzate abbastanza”.

Qual è, secondo lei, il modello ideale di Palma d’oro?

“Un film che resti rilevante nel tempo. Non un’opera soltanto scioccante o alla moda oggi, ma un film che tra cinquanta o cento anni possa ancora essere guardato dicendo: sì, meritava davvero quel premio”.

Il suo No other choise affrontava disoccupazione e capitalismo. Oggi si discute molto dell’impatto dell’intelligenza artificiale sull’industria audiovisiva. Ha paura delle conseguenze?

“La mia risposta sincera è che non lo so. Non sono un esperto e non voglio comportarmi come un profeta sul futuro dell’AI. So però che toglierà posti di lavoro. Posso solo sperare che ne crei ancora di più, come spesso è accaduto nella storia della tecnologia. Non penso che si possa impedire completamente all’intelligenza artificiale di entrare nell’industria. In settori come VFX, concept design o animazione verrà sicuramente utilizzata. Certo, ridurre i costi significa anche ridurre posti di lavoro. Ma, allo stesso tempo, un giovane regista con pochi mezzi potrebbe riuscire a realizzare un film di fantascienza con immagini straordinarie. Ci sono pro e contro”.

Uno dei piaceri di Cannes è vedere qualcosa per la prima volta sul grande schermo. Ricorda il momento in cui, da bambino, ha scoperto il cinema?

“Ho due ricordi molto forti. Da piccolo, nei weekend, guardavo film classici a casa con i miei genitori. Erano gli stessi film che loro avevano visto da giovani al cinema, e ci raccontavano quanto li avessero emozionati all’epoca. È un ricordo molto bello. Penso per esempio a La strada di Federico Fellini. Quanto ai film visti in sala quando ero ragazzo, amavo i film di James Bond e i film di arti marziali di Hong Kong”.

Il suo prossimo progetto sarà un thriller western, The Brigands of Rattlecreek, con Matthew McConaughey, Austin Butler, Pedro Pascal e Tang We. Perché questa ambientazione?

“Nel periodo della colonizzazione del vecchio West c’erano moltissimi immigrati cinesi in Nord America, ma molti western hanno cancellato la loro presenza, a eccezione di film più recenti come Sinners. Io volevo mostrare che queste persone esistevano davvero”.

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