“Fatherland”, Thomas Mann e la patria: Pawlikowski porta a Cannes il suo gioiello in bianco e nero
di Alberto CrespiCannes – Fatherland si può tradurre “patria”, esattamente come il tedesco Vaterland, ma l’incombenza della parola “father”, padre, non è casuale. Il nuovo film del polacco Pawel Pawlikowski parla di un padre molto nobile e ingombrante: Thomas Mann, premio Nobel nel 1929, in fuga dal nazismo ed esiliato in America dal 1933, coscienza civile della Germania post-bellica e padre, appunto, problematico.
Siamo nel 1949: Mann torna in patria dagli USA per la prima volta dopo la guerra. Lo accompagna la figlia Erika, che gli fa da assistente, da interprete, da badante, da tutto. Negli stessi giorni arriva la notizia del suicidio dell’altro figlio Klaus, lo scrittore di Mephisto, che guarda caso si uccise con una overdose di barbiturici proprio a Cannes, dove oggi Fatherland è passato in concorso.
Fatherland, la clip del film in concorso a Cannes
Girato in uno smagliante bia…
Cannes – Fatherland si può tradurre “patria”, esattamente come il tedesco Vaterland, ma l’incombenza della parola “father”, padre, non è casuale. Il nuovo film del polacco Pawel Pawlikowski parla di un padre molto nobile e ingombrante: Thomas Mann, premio Nobel nel 1929, in fuga dal nazismo ed esiliato in America dal 1933, coscienza civile della Germania post-bellica e padre, appunto, problematico.
Siamo nel 1949: Mann torna in patria dagli USA per la prima volta dopo la guerra. Lo accompagna la figlia Erika, che gli fa da assistente, da interprete, da badante, da tutto. Negli stessi giorni arriva la notizia del suicidio dell’altro figlio Klaus, lo scrittore di Mephisto, che guarda caso si uccise con una overdose di barbiturici proprio a Cannes, dove oggi Fatherland è passato in concorso.
Fatherland, la clip del film in concorso a Cannes
Girato in uno smagliante bianco e nero, risolto nella misura aurea di 82 minuti (ma più di 10 sono occupati dai titoli di coda, per cui in 70 minuti Pawlikowski ci racconta la storia del mondo), Fatherland è veramente un bellissimo film. Si apre con una telefonata/confessione fra Erika e Klaus, i due fratelli che non si vedono da tempo immemorabile: lei vive a Los Angeles con il padre, lui ha avuto una vita rocambolesca che lo ha portato a servire nell’esercito americano sul fronte italiano e si è imboscato in Costa Azzurra con il suo giovane amante.
Poi, Thomas Mann e la figlia arrivano in Germania, anzi, nelle due Germanie: prima a Francoforte per un premio letterario, nella zona Ovest dove lo scrittore è protetto dalla CIA, poi a Weimar per commemorare Goethe nella neonata RDT dove comandano i sovietici. Su entrambi i lati della Cortina di Ferro Mann è corteggiato dai nuovi poteri: tutti gli fanno ponti d’oro per tornare in Germania e assumere incarichi di prestigio. La vanità del vecchio scrittore è molto solleticata: ci vorrà l’intelligenza e la prontezza di spirito di Erika, la figlia, per farlo ragionare.
Fatherland è al tempo stesso una riflessione sul concetto di Patria e un apologo sul rapporto fra artisti e potere politico. A proposito di patriottismo, senza tirarsela più di tanto è giusto sottolineare che una quota produttiva importante del film è italiana nelle figure di Mario Gianani, di Lorenzo Mieli e della Our Films. Gli attori sono giustamente tedeschi: Mann è il glorioso Hanns Zischler che mezzo secolo fa vedemmo in Nel corso del tempo di Wenders, Erika è la bravissima Sandra Huller candidata all’Oscar per Anatomia di una caduta. E a proposito dei produttori/distributori italiani: il film è una Babele, un continuo andirivieni fra tedesco, francese, inglese e russo. Per favore, non doppiatelo!
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Fatherland
di Pawel Pawlikowski
Voto: quattro stelle su cinque