Andy Garcia arriva a Cannes con il suo Fedora, l’eleganza d’altri tempi e la famiglia pigiata in aereo insieme ad alcuni attori del cast, Danny Huston e Vicky Krieps. Firma da regista Diamond, fuori concorso, noir malinconico, ironico, cinefilo. Nel film è Joe Diamond, investigatore fuori dal tempo, uomo ferito, un fantasma urbano che scioglie casi inestricabili nelle notti di Los Angeles. A 70 anni l’attore resta profondamente legato a Cuba, dove è nato e da cui la famiglia fuggì per Miami quando aveva 5 anni. «Ringrazio l’America che mi ha accolto ma mi sveglio ogni giorno cubano», dice sempre.
“Diamond” è una dichiarazione d’amore al noir classico e ai suoi fantasmi. Perché era così importante fare questo film?
«Mia figlia Daniella nel film è la receptionist dell’hotel. Mi chiese di aiutarla con un tema di inglese che doveva consegnare il giorno dopo. “Una storia noir da tre pagine”. E io: “Chandler, noir: okay. Tira fuori il computer”. Partimmo da un luogo, il Bob’s Big Boy, vecch…
Andy Garcia arriva a Cannes con il suo Fedora, l’eleganza d’altri tempi e la famiglia pigiata in aereo insieme ad alcuni attori del cast, Danny Huston e Vicky Krieps. Firma da regista Diamond, fuori concorso, noir malinconico, ironico, cinefilo. Nel film è Joe Diamond, investigatore fuori dal tempo, uomo ferito, un fantasma urbano che scioglie casi inestricabili nelle notti di Los Angeles. A 70 anni l’attore resta profondamente legato a Cuba, dove è nato e da cui la famiglia fuggì per Miami quando aveva 5 anni. «Ringrazio l’America che mi ha accolto ma mi sveglio ogni giorno cubano», dice sempre.
“Diamond” è una dichiarazione d’amore al noir classico e ai suoi fantasmi. Perché era così importante fare questo film?
«Mia figlia Daniella nel film è la receptionist dell’hotel. Mi chiese di aiutarla con un tema di inglese che doveva consegnare il giorno dopo. “Una storia noir da tre pagine”. E io: “Chandler, noir: okay. Tira fuori il computer”. Partimmo da un luogo, il Bob’s Big Boy, vecchio diner del mio quartiere. E poi cominciai, l’incipit è nel film: “Mi svegliai con l’unico raggio di luce che aveva avuto il coraggio di perforare il cielo grigio e denso. Non nel mio letto consumato, ma su uno di piante grasse che avrebbero conservato la mia impronta”. Immaginai l’intreccio, prendemmo un buon voto per quel tema. Ma per 15 anni ho pensato al personaggio, alla sua storia, al mistero. E al trauma: me l’ha consegnato un sogno, mi sono svegliato piangendo».
I suoi noir preferiti?
«Il grande sonno. È tutto lì. E Il lungo addio di Altman. Non volevo un film stilizzato con sigarette e pose pompose ma persone vere che noi osserviamo».
Musiche strepitose.
«Per ogni film creo una colonna sonora temporanea. La mando insieme alla sceneggiatura: dieci canzoni, temi, atmosfere. Chelsea Bridge, Afro-Bossa, Tenderly… Per il tema volevo una tromba con sordina, ho chiamato l’amico Arturo Sandoval, ha anche scritto il brano dei titoli di coda».
Ascolta molta musica?
«Mai abbastanza. Ieri sera suonavo il piano, nella casa dove sono qui c’è uno stupendo Steinway».
Il noir è un genere dimenticato?
«Tutti lo amano ma nessuno lo produce. Il film è stato rifiutato per 15 anni da tutti, più volte. A ogni nuovo presidente di Apple o Amazon lo riproponevo, dicevano: bello, ma non ci serve».
Eppure, eccovi qui a Cannes.
«Abbiamo raccolto i soldi con investitori privati. Ora parte il suo viaggio. Il primo grande sostegno che ho avuto è stato da tutti gli attori: Danny Huston, Vicky Krieps, Bill Murray, Dustin Hoffman, Brendan Fraser, i miei figli. Tutti dicevano: dobbiamo fare questo film. È stata la benedizione più grande».
Anche per “The lost city” ci vollero 15 anni. Perché era così importante?
«Perché è la storia della mia cultura, delle mie esperienze. Che conta non solo per la mia famiglia ma per tutti quei primi esuli che lasciarono Cuba dopo essere stati intrappolati dalla falsa promessa di una democrazia che presto si trasformò in uno Stato totalitario e fascista. Pensai a una storia che contenesse i temi dei film che amo: All that jazz, Il Padrino, Il conformista. E Scarpette rosse. Tutti questi elementi potevano intrecciarsi in questa vicenda cubana. C’è un uomo che possiede un locale, Casablanca; ci sono le ballerine. È un uomo apolitico, di cultura; ha conflitti familiari, un fratello contro un altro fratello; e c’è la rivoluzione che distrugge una famiglia e una cultura. Pensai: qui c’è un film. Questo era il sogno».
È un film ancora rilevante oggi?
«Molto. Il popolo cubano soffre sotto quel regime da 77 anni. Oggi ancora di più, perché quel regime ha distrutto l’intera infrastruttura del Paese. Non c’è elettricità, non c’è acqua, non si può tirare lo sciacquone, c’è spazzatura ovunque, gente che rovista nei rifiuti. Non c’è luce. È una situazione tragica. Ho appena registrato un brano, si chiama Que se vayan — “Che se ne vadano” — con San Miguel Pérez, è su Spotify. Una canzone di protesta, ma anche di speranza: “È finito il tempo di vivere nel tradimento. È arrivato il momento, per l’umanità, di uscire dall’oscurità verso la luce”».
Cosa spera e teme per Cuba in questo momento politico?
«Pluralismo e democrazia in una Cuba libera. È questo che speriamo tutti».