ROMA – Il fattore CC, ovvero Carlo Conti. Come ha costruito il festival? A sua immagine e somiglianza. Lo prendono in giro, “Medioman”, gli danno del democristiano – che, visti i tempi e gli uomini in circolazione, suona come un complimento: ce n’erano di super intelligenti – il conduttore fiorentino torna sul palco dell’Ariston a dieci anni dal suo primo Sanremo.
Non ama l’azzardo ma è curioso, rispetta il pubblico più anziano ma gli piace il confronto con i giovani, è un fanatico dei vinili ma ascolta le ultime novità. Un’anima divisa in due con un principio che non ha mai tradito: il rispetto del pubblico. I cinque anni targati Amadeus hanno lasciato il segno e già dalla scelta musicale si capisce che, a parte la quota Montagne verdi / Rose rosse, ovvero accogliere i fan di Marcella Bella e Massimo Ranieri, quello di Conti sarà un festival in cui il rap si mescolerà al romanticismo, la canzone d’autore all’ironia. Lo ha detto: “Per tutti i gusti”, tenere tutto insieme è la scommessa.
Verbo preferito: “pedalare”, al suo fianco tra gli autori anche l’ex vicedirettore generale della Rai (e ex direttore di Rai 1) Giancarlo Leone, Conti spiega con la massima tranquillità che non soffre di ansia. “Una volta scelte le canzoni, il gioco è fatto: è un programma televisivo”. "Ne ho fatti tre” ha spiegato “sempre con quella leggerezza e erano i primi tre, dove ovviamente c'erano più attesa e aspettative. Ora, se doveva essere un'angoscia non avrei mai accettato di tornare. Mi sono solo chiesto se avessi ancora l'orecchio moderno per poter e saper scegliere le canzoni, perché per me è la cosa più importante. Per il resto è un programma televisivo come tanti altri, anzi ho cercato di dividerlo con tanti amici. Un Festival corale, dove la parola d'ordine è 'insieme' e divertirsi insieme. Quindi ogni sera mi diverto a alternare tanti amici e colleghi”.
La normalità come arma vincente, sempre un passo indietro per dare spazio all’ospite di turno; nemico dell'arroganza, a ognuno il proprio ruolo – il suo è quello del presentatore. Grato di quello che ha. Perché presentare gli piace e non fa il fenomeno. Conduttore ma anche spalla ideale, basta vederlo in azione a Tale e quale show con Giorgio Panariello o con Cristiano Malgioglio (che sarà al Festival). Serenità invidiabile, non di facciata. Autentica: fa un lavoro che ama e che ha scelto, da quando lasciò il posto fisso in banca. Spiazzò la madre, che lo ha cresciuto da solo, tra i sacrifici, dopo che era mancato il padre. All’epoca chioma come Napo orso capo, Conti si fa le ossa alla radio, gira i locali con gli amici Pieraccioni e Panariello, ancora suoi complici. Il suo obiettivo è quello: parlare a tutti, nessuno escluso, portare il sorriso e, se serve, dare spazio a una riflessione. Lo ha annunciato anche in questo Sanremo: “Nessun messaggio ma riflessioni sì, sulla vita, il rapporto genitori-figli, ognuno potrà porterà il suo pensiero”.
Odia le risse, non si è fatto trascinare nelle polemiche su Tony Effe (“Ascoltate la canzone prima di giudicare”) o sul duetto Fedez-Masini che canteranno Bella stronza, e tutti a malignare: sarà dedicata a Chiara Ferragni? “Io non l'ho mai dedicata a nessuna” spiega il conduttore, “e non l'ho neanche mai pensato, semmai delle volte doveva diventare al maschile". Primo paletto, l’educazione, dice che se sul divano sono seduti nonno e nipote, non si deve vergognare per quello che si sta dicendo o costringere gli spettatori a cambiare canale. La tv generalista contiana è un marchio di fabbrica, il pubblico sta dalla sua parte. Il festival non sfugge alla regola, “Sanremo è Sanremo” è il mantra.
La prima sera dividerà il palco dell’Ariston con altri due conduttori simbolo di una televisione solidamente generalista e pop, Antonella Clerici e Gerry Scotti. L’amicizia come valore, vita privata “normale” e speciale, a Firenze, nella sua città. Programmi a Roma, con ritorno a casa. La moglie Francesca, il figlio Matteo, la spesa al supermercato, la passione per la pesca, le strette di mano per strada. A 63 anni, ha trovato il suo centro di gravità permanente. Medioman, felice di esserlo.