SANREMO – E’ un veterano del Festival di Sanremo, ma si emoziona ancora come un debuttante. Massimo Ranieri fa un sospirone: «E’ sempre come se fosse la prima volta. Per un attimo, sul palco, la prima sera mi sono tremate le gambe». Ranieri, 73 anni, si emoziona e fa emozionare. Al festival ha portato Tra le mani un cuore, scritta, tra gli altri, da Tiziano Ferro e Nek. Il pubblico lo considera uno di famiglia, lo chiamano, lo abbracciano e lo applaudono con un affetto «che - dice – è la ragione che ogni volta mi fa tornare a Sanremo, perché quello che succede qui non succede altrove». E’ la sua ottava partecipazione, dall'esordio nel 1968 con Da bambino, poi Quando l'amore diventa poesia l'anno successivo. Vince nel 1988 con Perdere l'amore, nel 1992 è ancora all’Ariston con Ti penso, nel 1995 presenta La vestaglia, nel 1997 Ti parlerò d'amore e nel 2022 Lettera di là del mare. Al Festival di Amadeus nel 2023 si è esibito con Al Bano e Gianni Morandi, un grande spettacolo, canzoni diventate la colonna sonora milioni di italiani. Venerdì 14 febbraio, nella serata dei duetti, renderà omaggio a Pino Daniele con Quando, insieme ai Neri per caso. Uscirà la doppia antologia, Tra le mani... le mie canzoni con tutti i successi.
L’ultima volta a Sanremo era all’Ariston per quell’esibizione incredibile con Al Bano e Morandi, suo eterno rivale a Canzonissima.
«Con Gianni siamo sempre in contatto. Non mi ha ancora chiamato ma mi aspetto di sentirlo, tra noi c’è un rapporto sincero che dura da cinquant’anni».
Parlavamo dell’emozione: avrà notato che molti giovani sembrano avere il controllo della situazione.
«Beati loro. Li invidio ma mi fanno tenerezza, tra i dolori e i piaceri, vedono solo piaceri. Io ho avuto la salivazione azzerata, per un attimo mi sono tremate le gambe. Ho iniziato una vita fa, ho fatto tanta gavetta ma andare in scena mi crea sempre ansia, so che voglio dare il meglio».
Canta la fine di un amore.
«La canzone non parla solo di questo. Il discorso va un po’ allargato. Spero che arrivi il messaggio – una volta si diceva così, lo posso dire ancora? – raccontiamo di persone che soffrono, costrette a lasciano le loro case, degli sguardi perduti».
La collaborazione con Tiziano Ferro?
«E’ successa una cosa magica: ho sentito il brano e ho capito subito che era perfetto. Quando non hai bisogno di ascoltare una canzone la seconda volta, sai che è giusta per te. Un colpo di fulmine, racconta quello che volevo esprimere. Se hai tra le mani un cuore non bisogna mai chiudere ma accogliere, l’amore ci salva, e dobbiamo essere in grado di restituirlo agli altri. Bisogna aiutarsi, stringersi nei momenti difficili. Per me questa è l’unica cosa che conta. E’ una canzone bellissima».
Quindi ha deciso di cantarla al primo ascolto?
«Subito. Un po’ come succede con le case, senti quando è quella giusta. Io sono entrato nella casa in cui abito a Roma e ho pensato: è lei. Ne cambiavo una all’anno, prima».
Ma a Napoli ha ancora la casa?
«Sempre, è quella di mamma e papà».
Che impressione le ha fatto l’Ariston?
«E’ sempre un luogo magico. Ogni volta il festival non è altro che una festa, il pubblico sanremese e quello da casa vuole viverla, la aspetta. Io dico: se una settimana l’anno c’è l’opportunità di festeggiare la musica, di ritrovarsi, ma perché no? Sanremo unisce».
Ha visto gli ascolti?
«Vogliono dire tanto ma sono stato abituato con Canzonissima, dove si votava la canzone più bella. Voglio dire che sono numeri importanti, contano e va benissimo. Ma la pacca sulla spalla vale più dei numeri, il rispetto del pubblico, la condivisione del momento è tutto».
Tutto molto romantico. Intanto però c’è il giudizio immediato sui social. Che pensa?
«Possono essere tremendi. Esistono e bisogna prendere il meglio, pigliare quello che ti interessa se no impazzisci».
Il festival che ricorda con più emozione?
«Quello del 1968, quando ho cantato Da bambino. Come si fa a dimenticarlo, avevo 17 anni: partito da casa mia e arrivato in un mondo sconosciuto. Ho visto da vicino Domenico Modugno e Pino Donaggio, erano giganti, i miei idoli. Ero solo un ragazzino, non sapevo niente. Sono passati 57 anni».
Chi le è piaciuto tra i suoi colleghi?
«Mi mette in imbarazzo, non so rispondere. Le spiego che succede dietro le quinte: mi preparo, aspetto di entrare quando ho tre cantanti prima di me. Non ho sentito nessuno. E non lo faccio anche per discrezione, non mi va. Pure se sono interessato, poi li ascolto in radio».
Come le sembra Carlo Conti?
(Ride) «Serafico, beato lui. Non ha mai l’ansia, non si stressa, va in scena tranquillo. Non si sforza, non finge sicurezza, lui è veramente così. Tiene tutto sotto controllo. Davvero non so come faccia, lo posso dire? Un po’ lo invidio».
Che farà dopo il festival?
«Riprendo la tournée di Tutti i sogni ancora in volo, sarò in scena al Diana di Napoli. Per me cantare nella mia città ha un valore particolare. Vuol dire tornare a casa, mi emoziona sempre».
Si sente anche un po’ sotto esame?
«Sono un loro figlio, gli spettatori pretendono di più da me. Un po’ come un genitore che vuole in casa un figlio ingegnere o dottore. Devi fare bella figura».
Li hai mai delusi?
«Oddio, spero proprio di no».