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Conti fa i conti. Il bilancio del Festival: “Io come il ct”

(ansa)

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Numeri e share danno ragione al direttore artistico che pensa già al prossimo anno. Tanti giovani tra gli spettatori
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SANREMO — «Buona vita!». Il saluto di Carlo Conti, che lascia la sala stampa dopo un Festival di Sanremo da record, spiega la filosofia dell’uomo. La tv è importante ma non esageriamo, la vita è altrove. «Lunedì si ricomincia: sveglia alle 7 e accompagno mio figlio a scuola». Il terzetto sul podio non è banale: Olly, Lucio Corsi e Brunori. L’assenza di Giorgia, sesta, fuori dal quintetto da votare, fa rumore. Ma il pubblico dell’Ariston ha protestato anche per Achille Lauro al settimo posto.

Festival sovranista, democristiano, rassicurante o solo noioso? Conti «normalizzatore» non cade nella trappola delle polemiche, non si fa tirare la giacca dalla politica. Nell’intervista a Le iene, che chiedono se la premier Giorgia Meloni lo abbia chiamato per complimentarsi, risponde: «No, non ha il mio numero». E Gasparri? «No, non ha il mio numero neanche lui». In compenso ha sentito Amadeus. «Ci siamo messaggiati prima e durante».

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SANREMO — «Buona vita!». Il saluto di Carlo Conti, che lascia la sala stampa dopo un Festival di Sanremo da record, spiega la filosofia dell’uomo. La tv è importante ma non esageriamo, la vita è altrove. «Lunedì si ricomincia: sveglia alle 7 e accompagno mio figlio a scuola». Il terzetto sul podio non è banale: Olly, Lucio Corsi e Brunori. L’assenza di Giorgia, sesta, fuori dal quintetto da votare, fa rumore. Ma il pubblico dell’Ariston ha protestato anche per Achille Lauro al settimo posto.

Festival sovranista, democristiano, rassicurante o solo noioso? Conti «normalizzatore» non cade nella trappola delle polemiche, non si fa tirare la giacca dalla politica. Nell’intervista a Le iene, che chiedono se la premier Giorgia Meloni lo abbia chiamato per complimentarsi, risponde: «No, non ha il mio numero». E Gasparri? «No, non ha il mio numero neanche lui». In compenso ha sentito Amadeus. «Ci siamo messaggiati prima e durante».

(ansa)

Per lui “normale” è un complimento, seguace di Cesare Zavattini che diceva: «Sogno un Paese in cui buongiorno vuol dire buongiorno». «Essere definito “normalizzatore” non mi dà fastidio», spiega: «Io sono normale e va bene così. Il festival l’ho sentito nel mio modo, nel mio stile, con il colore della mia pelle. Pensavo che fosse più importante far sentire la musica. Nel mio Sanremo normale, ci sono stati anche momenti di riflessione: il messaggio del Papa, al quale mandiamo un abbraccio, il racconto di Edoardo Bove, il ricordo di Fabrizio Frizzi, i ragazzi del Teatro Patologico... Se questo è normale, ben venga il normale».

Il pubblico è dalla sua parte: 13 milioni 427mila spettatori (73.1% di share), in lieve calo rispetto all’ultima di Amadeus (14 milioni 301mila spettatori, con il 74.1% di share). Il Festival di Conti batte quello di Amadeus nella media complessiva dello share delle cinque serate: 67,1% contro il 66,2%. Per Conti il picco di share, 87.3%, è all’1.56, la proclamazione della vittoria di Olly. Giovani davanti alla tv: nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni, nelle cinque serate, la media di share è stata dell’84,3% (88,4% nell’ultima). E questo spiega bene anche il voto a Olly.

Record anche per la raccolta pubblicitaria: 65 milioni 258mila euro, +8.5% rispetto allo scorso anno. Con questi dati come rinnovare Sanremo? «Il Festival è il Festival», dice il conduttore-direttore artistico. «È “baudiano” perché Baudo ci ha insegnato a farlo in questo modo, con le giurie che non vanno d’accordo e le polemiche. Credo che sia una meravigliosa messa cantata in cui inserire chitarra elettrica o l’organo. Pippo ci ha insegnato a fare un rito collettivo. Spero che sia stato un festival baudiano nel vero senso della parola». È fiero di tutto. «Ci siamo divertiti insieme, lo abbiamo fatto insieme. L’azienda mi ha chiesto di divertirmi per due anni col festival. Ho accettato, poi deciderò cosa fare strada facendo. Condurlo, la cosa più facile, ma è anche organizzazione, direzione artistica, scelta della scenografia, delle luci, degli abiti. Se nel futuro il mio lavoro dovesse servire ad aiutare qualche nuova leva, vedremo». Aveva un predecessore impegnativo, Amadeus. «Non l’ho vissuto come una sfida, ho ripreso un lavoro iniziato nel 2015, portato avanti per tre anni, proseguito alla grande da Claudio Baglioni e poi nei cinque straordinari festival di Amadeus. Nessuno fa il direttore artistico per sé stesso, ma per la Rai e per il pubblico. È come il ct della Nazionale che cerca di vincere i Mondiali: lo fa per la nazione e per la squadra. Ho lavorato in questo senso, come hanno fatto i miei amici prima di me. E i risultati mi fanno sorridere. Adesso il problema vero è per chi lo dovrà fare il prossimo anno... Ah già, sono io». Al momento della classifica, sono piovuti fischi. «Insieme ai fischi ci sono stati anche boati e applausi quando ho lanciato il televoto per la cinquina finale», dice Conti. «Fa parte del dna del festival. Preferisco questo Ariston rispetto a quello con gli spettatori che non facevano niente. Sono stato sorpreso anch’io dei risultati. Ma credo che la standing ovation per Giorgia valga più di un primo posto. Il tempo è galantuomo». Ha spaccato il minuto, con un rammarico: aver chiuso la serata finale alle 2 di notte e non all’1.40 . È umano anche lui.

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