Sanremo, atto secondo. Filippo Uttinacci, in arte Fulminacci, cantautore romano che a solo vent’anni ha vinto una Targa Tenco, ha già partecipato al Festival nell’edizione 2021, sotto Covid. È arrivato dodicesimo con il brano Santa Marinella. Domenica è uscito il suo nome dal bussolotto magico di Carlo Conti, insieme a quello di altri 29 colleghi.
Quest’anno, per tanti motivi diversi, può essere considerato davvero un big.
«Ci ho pensato pure io, stavolta non sono tra i più giovani. Ho alle spalle una carriera di tre dischi e, anche se mi percepisco ancora come un adolescente, mi accollo il peso di essere uno di quelli che su quel palco c’è già stato. Molti a casa non sapranno chi sono, ma per certi versi è un bene».
Fulminacci a Sanremo nel 2021
La prima volta si è esibito senza pubblico. Possiamo considerarl…
Sanremo, atto secondo. Filippo Uttinacci, in arte Fulminacci, cantautore romano che a solo vent’anni ha vinto una Targa Tenco, ha già partecipato al Festival nell’edizione 2021, sotto Covid. È arrivato dodicesimo con il brano Santa Marinella. Domenica è uscito il suo nome dal bussolotto magico di Carlo Conti, insieme a quello di altri 29 colleghi.
Quest’anno, per tanti motivi diversi, può essere considerato davvero un big.
«Ci ho pensato pure io, stavolta non sono tra i più giovani. Ho alle spalle una carriera di tre dischi e, anche se mi percepisco ancora come un adolescente, mi accollo il peso di essere uno di quelli che su quel palco c’è già stato. Molti a casa non sapranno chi sono, ma per certi versi è un bene».
Fulminacci a Sanremo nel 2021
La prima volta si è esibito senza pubblico. Possiamo considerarlo il suo vero debutto?
«In realtà il pubblico più numeroso è quello che sta a casa, l’Ariston alla fine è un teatro piccolo, è una dimensione a cui sono abituato. L’ansia semmai arriva dalla telecamera: non sono un personaggio televisivo, in quel contesto bisogna saper comunicare, è molto diverso dal palco o dai social, non posso usare il mio linguaggio abituale, devo parlare a tutti. Non mi agita, perché artisticamente mi sento a fuoco, ma vado in un contesto che non è esattamente il mio. Ci sono colleghi nati professionalmente nei talent che sanno come trattare il mezzo televisivo».
A proposito, ai tempi degli esordi mai pensato ai talent?
«Mai. Non mi definisco un artista che valorizza un brano col timbro vocale. Io devo scrivere».
L’anno scorso il festival ha segnato il grande ritorno dei cantautori. Un boom alla Lucio Corsi potrebbe cambiarle la vita?
«Il boom non lo auguro a nessuno, nemmeno al peggior nemico. Come tutte le cose estreme alla fine non premia, devi gestirle. Lucio è stato bravissimo, ha continuato a fare le sue cose, senza abbandonare il suo linguaggio senza compromessi. Se ti snaturi è la fine. Io comunque non andrò al Festival per fare una gara, devo solo divertirmi. Per me è comunque un onore, mi sento grato».
Ha detto che resta convinto che il privato non debba coincidere con l’immagine pubblica.
«Ma sono uguale sul palco e fuori, non è che in scena indosso piume di struzzo e a casa sono un’altra persona. La sfera privata va protetta perché è la vita vera, è lì che va cercata la felicità. Il mestiere è fatto di picchi, positivi e negativi, ma sono sempre scosse. Mi piace proteggere la mia normalità. Faccio cose tranquille, frequento persone che non c’entrano col mio lavoro».
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Recentemente ha pubblicato il videoclip di Niente di particolare, un cortometraggio ispirato a C’eravamo tanto amati, dove racconta le difficoltà di comunicazione tra persone tra pregiudizi e insicurezze. È l’amore al tempo dei social?
«Racconta molto la paura di esprimersi, di essere onesti nell’errore, un ragionamento che vale per chi sente il dovere di essere rispettoso verso gli altri. Meglio confrontarsi in modo franco che sputare sentenze o, conseguenza tragica, smettere di comunicare assottigliando la linea di pensiero e di libertà. Viviamo in un periodo di rivoluzione, che ha sempre bisogno di una punta di estremismo per essere ascoltata. Ma ci vuole calma».
Il 9 aprile prossimo partirà il suo tour nei palasport. Ha sempre detto che il successo non si misura sui sold out. Non si sente un po’ solo in questo ragionamento?
«Innanzitutto faccio un ragionamento pratico: per me successo significa vivere bene col proprio lavoro. Detto questo, per me i palasport sono già posti giganteschi, ma il pubblico si misura sulla qualità delle presenze e del mio sono sicurissimo. Sono persone che hanno ascoltato i miei dischi dall’inizio alla fine e questo per me vale tantissimo».
Fuori dal grande business?
«Per carità, no. Anche io sono nel circuito, non sono un outsider. Si parla di numeri anche nel mio caso, sono molto soddisfatto. Non è il mio core business, non mi interessa più di tanto, ma certo ne sono soddisfatto».
A proposito di live: spesso nei suoi concerti ospita colleghi e amici: non pensa che questa consuetudine rischi di trasformare i concerti in qualcosa di simile ai varietà televisivi?
«In effetti potrebbe sembrare così. Sono situazioni in cui le telecamere sono i telefoni, TikTok è diventata la tv. Io faccio cose che potrebbero anche arrivare come teatrali, che potrebbero stare in uno schermo. Ma faccio solo quello che mi piace e mi diverte, l’ospite ha un senso perché è qualcuno che stimo e con il quale magari abbiamo lavorato insieme, non per altro. Poi non ho il controllo di tutto».
Ha già pensato a chi invitare sul palco durante il tour?
«Ho delle idee, ma vanno verificate. Bisogna vedere se gli impegni coincidono, inutile fare dei nomi adesso».
Ha vinto la Targa Tenco giovanissimo, sfuggendo ai pericoli dell’età. C’è qualcosa che la spaventa?
«Il fatto che non ci sia stato il famoso boom mi ha aiutato. Ho fatto quello che mi pareva, non sono stato somministrato alla gente come a volte accade: il mio pubblico non è generico, è consapevole. Quello che mi spaventa è il pensiero di perdere le idee: prometto che, se mi renderò conto di non averne più, smetterò di fare canzoni»