A Sanremo funziona ancora la melodia? Tutti i vincitori che nessuno avrebbe previsto
di Andrea SilenziROMA – Presentando alla stampa i 30 brani di Sanremo, Carlo Conti ha detto: “Speriamo di accontentare il pubblico più ampio possibile”. Dichiarazione ecumenica e, per certi versi, corretta. Televisivamente parlando, il compito del Festival è quello di offrire un pezzo di carne a tutti, dal “classicisti” ai ragazzini ossessionati da Spotify. A ben guardare, di big dalla lunghissima carriera c’è solo Patty Pravo: anche questa, in fondo, è una piccola anomalia.
Il problema, se esiste, non riguarda però la direzione artistica, che in fondo tiene fede al suo mandato. Piuttosto suona davvero strano che molti artisti abbiano modulato la scelta della canzone sulla “modalità sanremese”: molti brani in stile classico, tradizionali sia per arrangiamento che per contenuto. Tanti se…
ROMA – Presentando alla stampa i 30 brani di Sanremo, Carlo Conti ha detto: “Speriamo di accontentare il pubblico più ampio possibile”. Dichiarazione ecumenica e, per certi versi, corretta. Televisivamente parlando, il compito del Festival è quello di offrire un pezzo di carne a tutti, dal “classicisti” ai ragazzini ossessionati da Spotify. A ben guardare, di big dalla lunghissima carriera c’è solo Patty Pravo: anche questa, in fondo, è una piccola anomalia.
Il problema, se esiste, non riguarda però la direzione artistica, che in fondo tiene fede al suo mandato. Piuttosto suona davvero strano che molti artisti abbiano modulato la scelta della canzone sulla “modalità sanremese”: molti brani in stile classico, tradizionali sia per arrangiamento che per contenuto. Tanti sentimenti e poche unghie, anche da parte di musicisti generalmente poco timidi in fatto di argomenti scomodi.
Pensare che il brano “alla Sanremo” rappresenti sempre una certezza è smentito dai fatti. Se guardiamo i podi degli ultimi anni, quella antica equazione sembra aver perso di significato. Nel 2019 ha vinto Mahmood, davanti a Ultimo e Il Volo; nel 2020 vittoria di Diodato, con Francesco Gabbani secondo e Pinguini Tattici Nucleari terzi; nel 2021 è toccato ai Maneskin, davanti a Francesca Michielin e Fedez e Ermal Meta; nel 2022 Mahmood e Blanco, con alle loro spalle Elisa e Gianni Morandi; nel 2023 ha trionfato Marco Mengoni, con Lazza secondo e Mr. Rain terzo; nel 2024 la vittoria di Angelina Mango, con Geolier e Annalisa sul podio; lo scorso anno è toccato a Olly, che ha battuto Lucio Corsi e Brunori.
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La new generation sembra aver preso il sopravvento, e la quasi totalità di vincitori e “podisti” ha presentato canzoni in linea con la propria cifra stilistica che poco a che fare con l’immaginario sanremese. Con l’avvento del televoto e l’arrivo sul palco di artisti strettamente legati alla contemporaneità sono cambiate, forse definitivamente, le geometrie della gara: i più giovani seguono in streaming o attraverso le pillole di RaiPlay, si appassionano, votano i loro idoli. A condizione che restino se stessi. Sanremo è ormai percepito anche come una vetrina per giovani talenti, da seguire o da scoprire poco importa. E poco importa se i boomer restano al palo: qualcosa di nuovo finiscono per scoprire anche loro.
Il clima di “restaurazione sonora” che sembra poter dominare questa edizione potrebbe ovviamente premiare qualche artista che ha puntato sulla classicità, ma a bocce ferme l’interruzione di quella corrente modernista che ha caratterizzato le ultime edizione potrebbe anche rivelarsi un boomerang. Non tanto per gli ascolti, che resteranno altissimi, quanto per qualche artista che rischi di restare penalizzato. Ultimamente il coraggio ha premiato.
In chiusura: è cambiato anche il pubblico dell’Ariston. Se la platea non mostra segnali di novità, la galleria ha iniziato a riempirsi di fan club dei cantanti, specie di quelli più giovani. E oltre a fare il tifo, quei ragazzi votano.