Da Teheran a Sanremo, la guerra non spegne il suono del festival
dalla nostra inviata Stefania AloiaSANREMO – Il suono dei dj set martella tutto il giorno. Bar pieni, strade affollate, code ovunque. Voilà. Fuori dall’Ariston il ritmo del festival è un flow incessante. Dentro, lo show anch’esso non cambia, perché it must go on. Ora e per sempre.
Tra un nutrito gruppo di turisti seduti in un ristorante gremito di via Matteotti un signore prova a intavolare la discussione. “Ma gli iraniani sono contenti o no di questo attacco?”. Subito viene rintuzzato da un commensale: “E tu saresti contento se vincesse Sayf?”. Ma no, non vuole discutere di politica o religione, non vuole paragonare il giovane rapper genovese di mamma tunisina agli studenti in rivolta a Teheran contro il regime degli ayatollah. Vuole solo pensare alla gara canora. Per lui e gli altri Sanremo è Sanremo. I romantici. In fondo siamo qui per questo, no? Abbiamo speso più di mille euro per un sottoscala, abbiamo aggirato scioperi di aerei e treni per essere qui, fendiamo la folla a passo di danza come se fossimo benedetti …
SANREMO – Il suono dei dj set martella tutto il giorno. Bar pieni, strade affollate, code ovunque. Voilà. Fuori dall’Ariston il ritmo del festival è un flow incessante. Dentro, lo show anch’esso non cambia, perché it must go on. Ora e per sempre.
Tra un nutrito gruppo di turisti seduti in un ristorante gremito di via Matteotti un signore prova a intavolare la discussione. “Ma gli iraniani sono contenti o no di questo attacco?”. Subito viene rintuzzato da un commensale: “E tu saresti contento se vincesse Sayf?”. Ma no, non vuole discutere di politica o religione, non vuole paragonare il giovane rapper genovese di mamma tunisina agli studenti in rivolta a Teheran contro il regime degli ayatollah. Vuole solo pensare alla gara canora. Per lui e gli altri Sanremo è Sanremo. I romantici. In fondo siamo qui per questo, no? Abbiamo speso più di mille euro per un sottoscala, abbiamo aggirato scioperi di aerei e treni per essere qui, fendiamo la folla a passo di danza come se fossimo benedetti dal dio della musica. Pensiamo a un uomo che vince, mica a un uomo che cade. “Delle bombe parliamo domani”.
Di questa nuova guerra, che poi nuova non è, sulla riviera dei fiori stasera non arrivano che echi indistinti. Sul lungomare un gruppo di ragazze glitteratissime, animali notturni pronti per un dopofestival a caccia di vip, s’indigna. “Maddalena doveva partire oggi per Dubai, era il suo viaggio della vita, aveva messo da parte i soldi dei regali di Natale per comprare il biglietto. L’hanno chiamata dalla compagnia aerea per annullare il volo. Maledizione! Ma proprio adesso Trump doveva bombardare?”. Già, non poteva farlo domani? Che fastidio. E che stupida sfortuna.
Sanremo è lo specchio di un Paese, non solo nelle scelte musicali. Qui si balla sul Titanic. O sulla Costa Toscana. Rimandiamo sempre a domani il momento più complicato, quello in cui fare i conti con la realtà. Che ossessione, la realtà. Poi, per carità, sulla pace spendiamo parole. Anche festivaliere. Culliamo i nostri figli con le ninna nanne politically correct, e buonanotte stella stellina.
Intoniamo “Heal the world” insieme ai piccoli cantori dell’Antoniano. I conduttori trovano il modo di parlare anche di questo. Breve stand-up non in abiti da sera prima della sigla. “Vogliamo festeggiare la musica italiana ma non possiamo ignorare quello che sta accadendo”. Sbanchiettiamo e riscriviamo la scaletta dell’avvio dell’ultima serata, è un male necessario aggiungere anche questo passaggio stasera. No a tutte le guerre, proteggiamo i bambini ovunque essi siano. Naturale.
Cercavamo la felicità e basta, in questa settimana canterina, solo una magica favola. E invece abbiamo trovato anche l’ennesima guerra. Una condanna che sembra non volersene andare mai. E che pare accompagnarci per sempre. Per sempre sì.