Arrivederci Sanremo, il tempio del cortocircuito. Il commento di Gino Castaldo
di Gino CastaldoCosa resterà di questo festival? Al di là di numeri, confronti, pagelle, amenità, bizzarrie, finte profanazioni, conferme, aspirazioni e altre solite cose, aggiungerei la definitiva consacrazione del cortocircuito come normale strumento espressivo.
Le Bambole di pezza hanno a un certo punto cantato Whole lotta love dei Led Zeppelin, testo sacro del rock, insieme a Cristina D’Avena, mentre proponevano Occhi di gatto. Normale? Non direi. Dargen D’amico ha proposto Le diserteur di Boris Vian insieme a Fabrizio Bosso e Pupo mentre cantavano Su di noi. Anche la sola idea di concepire un trio del genere la dice lunga sul potere sanremese di giustificare tutto.
Di questo festival rimarrà TonyPitony, che è un cortocircuito vivente e militante, rimarrà la felicità di Sal Da Vinci, che è un cortocircuito di vita, gli incontri riusciti e mancati tra padri e figli, e infine rimarrà il festival stesso che di cortocircuiti si è nutrito per decenni con noncuranza e sommo dispregio di ogni risch…
Cosa resterà di questo festival? Al di là di numeri, confronti, pagelle, amenità, bizzarrie, finte profanazioni, conferme, aspirazioni e altre solite cose, aggiungerei la definitiva consacrazione del cortocircuito come normale strumento espressivo.
Le Bambole di pezza hanno a un certo punto cantato Whole lotta love dei Led Zeppelin, testo sacro del rock, insieme a Cristina D’Avena, mentre proponevano Occhi di gatto. Normale? Non direi. Dargen D’amico ha proposto Le diserteur di Boris Vian insieme a Fabrizio Bosso e Pupo mentre cantavano Su di noi. Anche la sola idea di concepire un trio del genere la dice lunga sul potere sanremese di giustificare tutto.
Di questo festival rimarrà TonyPitony, che è un cortocircuito vivente e militante, rimarrà la felicità di Sal Da Vinci, che è un cortocircuito di vita, gli incontri riusciti e mancati tra padri e figli, e infine rimarrà il festival stesso che di cortocircuiti si è nutrito per decenni con noncuranza e sommo dispregio di ogni rischio.
“Ho un progetto incentrato sul mandolino elettrico” mi dice un signore che mi ferma in una delle affollate stradine che circondano l’Ariston. “Potrebbe aiutarmi?”. La risposta è un po’ cruda, ma inevitabile: “Io no, ma si rivolga all’ufficio cortocircuiti del festival”.