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Dario Argento: “Stavolta sono state le vacanze il mio film di paura”

Dario Argento 
Il regista riceve a Venezia un premio alla Carriera. E racconta del suo recente ricovero d’urgenza a Ischia
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VENEZIA – Alla Mostra di Venezia c’è una schiera di autori che agli orrori del presente ne affianca uno visionario, letterario e in qualche modo rassicurante. Il Frankenstein assetato d’amore di Guillermo del Toro, l’omaggio a Lo spettro di Riccardo Freda (1963), la nuova generazione incarnata da Paolo Strippoli e La valle dei sorrisi. E c’è il maestro Dario Argento, 84 anni, che alle Giornate degli autori riceve e il Premio alla carriera Siae, intitolato a Andrea Purgatori.

Due settimane fa ha avuto un malore in vacanza a Ischia. Come sta?

«Bene. È stata colpa dell’aria condizionata, del caldo, del freddo, del vento… Non respiravo bene, sono finito all’ospedale di Ischia. Un piccolo ricovero, quattro giorni, niente di grave, ma ho dovuto fare gli antibiotici. Nulla di serio, direi quasi una parentesi pubblicitaria sull’isola».

Ha fatto preoccupare tutti. Ha paura di ospedali e malattie?

«Affatto. Ero tranquillo, con me c’era mia figlia Fiore, non mi ha lasciato neanche un momento. Mi…

VENEZIA – Alla Mostra di Venezia c’è una schiera di autori che agli orrori del presente ne affianca uno visionario, letterario e in qualche modo rassicurante. Il Frankenstein assetato d’amore di Guillermo del Toro, l’omaggio a Lo spettro di Riccardo Freda (1963), la nuova generazione incarnata da Paolo Strippoli e La valle dei sorrisi. E c’è il maestro Dario Argento, 84 anni, che alle Giornate degli autori riceve e il Premio alla carriera Siae, intitolato a Andrea Purgatori.

Due settimane fa ha avuto un malore in vacanza a Ischia. Come sta?

«Bene. È stata colpa dell’aria condizionata, del caldo, del freddo, del vento… Non respiravo bene, sono finito all’ospedale di Ischia. Un piccolo ricovero, quattro giorni, niente di grave, ma ho dovuto fare gli antibiotici. Nulla di serio, direi quasi una parentesi pubblicitaria sull’isola».

Ha fatto preoccupare tutti. Ha paura di ospedali e malattie?

«Affatto. Ero tranquillo, con me c’era mia figlia Fiore, non mi ha lasciato neanche un momento. Mi sono sentito sicuro e rassicurato».

Riceve un premio come autore.

«Autore lo sono da sempre. Oltre che regista sono stato molto scrittore: ho iniziato così, libri e sceneggiature di ogni genere. Il primo è stato un western francese, Senza croci di Robert Civitelli. Poi C’era una volta il West. Ho fatto il salto e iniziato a dirigere: polizieschi, gialli, horror, un po’ di tutto, sempre però dentro l’ambito della paura e dell’inquietudine. Ho sempre lavorato in quella direzione».

Il mondo la conosce come maestro dell’horror, oggi considerato autoriale a pieno titolo.

«John Carpenter e altri hanno lavorato in quella direzione. Tre o quattro generazioni di registi si sono affezionate ai miei film. Oggi molto i coreani, i giapponesi, i messicani. Del Toro si è ispirato del tutto ai miei lavori, anni fa mi cercò a Roma, ci incontrammo a cena. Parlammo delle nostre vite e del nostro cinema. Con lui ho un rapporto quasi fraterno, come con Carpenter e George Romero, che se n’è andato troppo presto. Tarantino in Grindhouse - A prova di morte ha rifatto la sequenza iniziale di L’uccello dalle piume di cristallo, ha preso i diritti della musica scritta per me da Morricone».

Cos’è per lei un mostro?

«La mostruosità non riguarda la bruttezza esteriore. Il mostro nasce dentro di noi, dai cattivi pensieri».

Il cinema horror è ancora capace di raccontare i mostri interiori?

«Sì, anzi, sono ancora più importanti perché carichi dell’orrore che ci circonda. Sto preparando un film che parla del cinema degli anni 70 e di quello di oggi, in chiave horror e gialla. Pensieri neri».

“Profondo rosso” ha compiuto 50 anni, molto celebrato.

«Sì, ma è stato bello anche il ritorno in sala di Quattro mosche di velluto grigio. Un film del 1971 che oggi ha avuto risultati migliori di certi prodotti americani, stranissimo».

La differenza tra l’horror degli anni 70 e quello di oggi?

«Forse allora c’era un po’ più ironia, oggi siamo più duri e rigidi. Ma alla fine è sempre la stessa ricerca. Quattro mosche di velluto grigio, ad esempio, raccontava i giovani di allora, la loro musica, gli amori. I 70 sono stati gli anni del cinema giovane, gli 80 più modesti, i 90 ancora di più».

Oggi?

«Si fa un cinema quasi muto, fatto di biografie di personaggi realmente esistiti. È così soprattutto in Italia, meno in Francia».

Nella motivazione del premio c’è il suo essere autore libero.

«Mi sono sempre considerato libero, da giornalista e da critico. Oggi non ci sono più critici liberi, sono scomparsi, non si leggono più vere critiche come un tempo. È cambiato tutto. Ma va bene così».

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