“Bugonia”, complotti e paranoie: il mondo secondo Trump
dalla nostra inviata Annalisa CuzzocreaVENEZIA – C’è un momento di Bugonia in cui Emma Stone, rasata a zero, prigioniera, si scaglia e sta per avere la meglio sul suo rapitore. Dice qualcosa come: non mi ucciderai perché io sono una vincente e tu un perdente. E a quel punto lo spettatore perde tutta l’empatia guadagnata dal personaggio, ceo di una multinazionale, sequestrata da due complottisti, torturata in nome di un’ossessione che niente ha a che fare col senso di realtà. E’ il momento in cui Yorgos Lanthimos ci dice che tutto questo ha delle ragioni che vanno al di là delle echo chamber di Internet e dei podcast attraverso cui passano le realtà più assurde e paranoidi. E quella ragione è – come in Parasite, non a caso il film è il remake di Save the Green Planet!, film sudcoreano del 2003 – che chi ha tutto e si sente rappresentato a pieno dal sistema non riesce neanche per un attimo a non considerarsi superiore a chi non ha niente. Neanche in catene. Neanche in balìa. Neanche con un ginocchio rotto o un fucile puntato…
VENEZIA – C’è un momento di Bugonia in cui Emma Stone, rasata a zero, prigioniera, si scaglia e sta per avere la meglio sul suo rapitore. Dice qualcosa come: non mi ucciderai perché io sono una vincente e tu un perdente. E a quel punto lo spettatore perde tutta l’empatia guadagnata dal personaggio, ceo di una multinazionale, sequestrata da due complottisti, torturata in nome di un’ossessione che niente ha a che fare col senso di realtà. E’ il momento in cui Yorgos Lanthimos ci dice che tutto questo ha delle ragioni che vanno al di là delle echo chamber di Internet e dei podcast attraverso cui passano le realtà più assurde e paranoidi. E quella ragione è – come in Parasite, non a caso il film è il remake di Save the Green Planet!, film sudcoreano del 2003 – che chi ha tutto e si sente rappresentato a pieno dal sistema non riesce neanche per un attimo a non considerarsi superiore a chi non ha niente. Neanche in catene. Neanche in balìa. Neanche con un ginocchio rotto o un fucile puntato contro.
"Bugonia", il nuovo film di Emma Stone e Yorgos Lanthimos
Lanthimos rifiuta di parlare di distopia: “Tutto questo sta accadendo adesso e non lo vogliamo vedere”. Ci sono, in Bugonia, tutti i mali del mondo. C’è la disperazione della provincia americana – ma non solo – impoverita, desolata, rovinata dagli oppiacei e dalla dipendenza. Ci sono i bambini abbandonati a se stessi e agli abusi che di quell’abbandono sono il tragico corollario. Ci sono gli affari delle multinazionali che vanno avanti come nulla fosse, solo ripulite da qualche corso sulla diversità o da ipocrite direttive sull’orario di lavoro: “Potete andare via alle cinque e mezza, se avete finito, se non avete da fare, ma non è obbligatorio!”, dice Michelle quando non è ancora nelle mani dei suoi rapitori, mentre esce dall’azienda che guida con piglio deciso, ma solo dopo le sue sessioni di combattimento, yoga, ozonoterapia, in una villa da sogno e in perfetta solitudine.
C’è – nei personaggi di Teddie e Don (rispettivamente Jesse Plemons e Aidan Delbis) la paranoia del pensiero magico: quella che vediamo al lavoro quando si parla di vaccini, o di ufo, i temi preferiti della destra MAGA che ha portato al potere Donald Trump e J.D. Vance. Proprio il vicepresidente americano ha detto che avrebbe passato agosto a studiare la questione degli Ufo. Ed è di alieni che parla Bugonia. Della convinzione di due outcast, derelitti, intrappolati in una campagna che non è più paesaggio bucolico, ma landa desolata, che la ceo di quell’azienda sia un’andromediana venuta per distruggere il genere umano e il pianeta Terra, a partire dalle api.
Il registro vira dalla satira al grottesco, dal comico alla fantascienza, ma come dice il regista – che in conferenza stampa aveva sul bavero della giacca la spilletta con la bandiera palestinese – “è tutto vero e le persone devono scegliere di stare dalla parte giusta”. Finché Michelle cerca di parlare con Teddie e Don sul piano della razionalità, non ottiene nulla, se non la tragedia. Quando capisce da dove arriva la sofferenza del primo, una madre in coma per un farmaco che avrebbe dovuto aiutarla a disintossicarsi, peggiora solo la situazione fino a farla esplodere. Sono mondi che non comunicano, quello degli inclusi e quello degli esclusi. Come razze aliene le une alle altre. C’è, nei deliri di Ted, tutto il repertorio del complottismo: le lauree come maschere del privilegio. E quindi, la conoscenza come inganno: un modo per fregarti meglio. L’attivismo che al 99,5 per cento è un modo per far fiorire un brand, con la scusa delle buone azioni. E c’è, nei tentativi manipolatori di Michelle, tutta l’arroganza di chi sente di avere il potere ed è convinto che per tenerselo tutto sia lecito.
In una cosa la manager fa male i conti: pensa che data la sua posizione la polizia e l’Fbi la troveranno subito. Non ha considerato l’invisibilità del margine, nella terra dell’opulenza. Il finale dal sapore fantascientifico spiazza, e non arriva per consolare: potrebbe significare che la superstizione – la stessa del Medio Evo, solo diffusa attraverso i pc – finirà per distruggere il genere umano. Una specie che non siamo capaci di proteggere dalle sue debolezze, e dalle sue ossessioni.