✕

“A house of dynamite”, se il mondo è sull’orlo dell'abisso

Una scena di "A house of dynamite" di Kathryn Bigelow 

Ascolta l'audio

Il film di Kathryn Bigelow in concorso alla Mostra è uno specchio dei tempi che viviamo e dei rischi che corriamo. In caso di attacco, la proliferazione nucleare ci ha messi davanti a un’unica scelta: la resa o il suicidio
1 minuti di lettura

VENEZIA – Nei giorni in cui si rafforza l’asse tra Cina, Russia, Corea del Nord, India, Kathryn Bigelow porta alla Mostra un film che svela — con estrema verosimiglianza — il mondo che abbiamo costruito: una casa imbottita di dinamite, un equilibrio che può da un momento all’altro essere perduto per sempre. E non importa se alla guida della Casa bianca c’è un uomo saggio, colto, calmo. Non importa se a gestire le emergenze ci sono i più addestrati della terra. Se mettono le loro vite personali in secondo piano riguardo al compito che devono svolgere. Se anche avessimo un mondo fatto da eroi positivi, e non è così, non potremmo sentirci al sicuro. Perché la proliferazione nucleare ci ha messi davanti a un’unica scelta, in caso di attacco: la resa o il suicidio. Perché Hiroshima e Nagasaki sono ancora considerate — lo ha detto poco tempo fa Donald Trump — il modo in cui l’America ha messo fine alla Seconda guerra mondiale, e non uno dei crimini contro l’umanità più efferati della storia…

VENEZIA – Nei giorni in cui si rafforza l’asse tra Cina, Russia, Corea del Nord, India, Kathryn Bigelow porta alla Mostra un film che svela — con estrema verosimiglianza — il mondo che abbiamo costruito: una casa imbottita di dinamite, un equilibrio che può da un momento all’altro essere perduto per sempre. E non importa se alla guida della Casa bianca c’è un uomo saggio, colto, calmo. Non importa se a gestire le emergenze ci sono i più addestrati della terra. Se mettono le loro vite personali in secondo piano riguardo al compito che devono svolgere. Se anche avessimo un mondo fatto da eroi positivi, e non è così, non potremmo sentirci al sicuro. Perché la proliferazione nucleare ci ha messi davanti a un’unica scelta, in caso di attacco: la resa o il suicidio. Perché Hiroshima e Nagasaki sono ancora considerate — lo ha detto poco tempo fa Donald Trump — il modo in cui l’America ha messo fine alla Seconda guerra mondiale, e non uno dei crimini contro l’umanità più efferati della storia. Perché abbiamo creduto che la deterrenza nucleare potesse metterci al riparo da qualcosa, e invece era solo un modo di correre verso la catastrofe.

La regista Kathryn Bigelow a Venezia, in gara con "A house of dynamite" (ansa)

Come dei dottor Stranamore impazziti ci siamo convinti che avere armi sempre più potenti sarebbe servito a difenderci e non — invece — ad annientarci. L’immagine della rievocazione della battaglia di Gettysburg, una festa piena di bambini in cui non si sentono altro che spari, è la scena perfetta per capire cosa ci abbia portati fin qui: un’attrazione insana per le armi e per tutto quello che l’uomo ha creduto potesse renderlo più potente. La considerazione della forza come unico metro di giudizio della grandezza dei popoli. L’assoggettamento della ragione e della scienza a questo principio, quando è verso qualcos’altro che dovrebbero condurci.

C’è un solo modo per non restare indifesi davanti a un inarrestabile conto alla rovescia. Si chiama non proliferazione nucleare. Nel 1968 è stato firmato un trattato con questo nome. Doveva portare allo smantellamento delle testate nucleari. Dopo quasi 60 anni, non è cambiato nulla. Tranne che la minaccia atomica non è più nemmeno un tabù. La Russia l’ha evocata a più riprese. E quei 18 minuti di tempo che il film scandisce, sembra di sentirli scorrere. Adesso.

Leggi i commenti