Vinicio Marchioni: “La paternità è il ruolo più difficile”
dalla nostra inviata Arianna FinosVENEZIA – Vinicio Marchioni festeggia i cinquant’anni portando tre film a Venezia: Orfeo di Giovanni Villoresi, Ammazzare stanca di Daniele Vicari e L’isola di Andrea di Antonio Capuano.
Daniele Vicari: "Ammazzare stanca, la storia di un assassino per tornare a interrogarci"
Che cosa significa essere qui, protagonista di tre film?
"È bellissimo. A cinquant’anni qualche bilancio lo fai, anche se è una parola grossa. È la quinta volta che vengo alla Mostra e non me lo sarei mai immaginato. Da 20 sigarette nel 2010 a quest’anno con tre film diversissimi, con tre registi ognuno con un’etica, una visione, una competenza e un immaginario così radicali. Sento l’orgoglio e la soddisfazione di essere entrato nel loro mondo e che mi abbiano affidato dei ruoli”.
Un ricordo intenso vissuto al Lido?
"La premiazione di 20 sigarette, quando mi hanno richiamato per la menzione speciale…
VENEZIA – Vinicio Marchioni festeggia i cinquant’anni portando tre film a Venezia: Orfeo di Giovanni Villoresi, Ammazzare stanca di Daniele Vicari e L’isola di Andrea di Antonio Capuano.
Daniele Vicari: "Ammazzare stanca, la storia di un assassino per tornare a interrogarci"
Che cosa significa essere qui, protagonista di tre film?
"È bellissimo. A cinquant’anni qualche bilancio lo fai, anche se è una parola grossa. È la quinta volta che vengo alla Mostra e non me lo sarei mai immaginato. Da 20 sigarette nel 2010 a quest’anno con tre film diversissimi, con tre registi ognuno con un’etica, una visione, una competenza e un immaginario così radicali. Sento l’orgoglio e la soddisfazione di essere entrato nel loro mondo e che mi abbiano affidato dei ruoli”.
Un ricordo intenso vissuto al Lido?
"La premiazione di 20 sigarette, quando mi hanno richiamato per la menzione speciale di Controcampo. Tremavo, ero ingenuo, non capivo niente. Mastandrea salì sul palco per consegnarmi il premio e, prima di darmi il microfono, mi sussurrò: “Di’ che lo avrei fatto meglio io”. Io, emozionatissimo, ripetei quella frase ad alta voce. Una figuraccia epocale. Ho sempre pensato che, se mai vincerò un altro premio importante, dirò: “Mastandrea lo avrebbe fatto meglio”, per recuperare quell’attimo”.
Che cosa raccontano questi tre film?
"Villoresi dimostra che l’artigianato del cinema è ancora la cosa più bella del mondo: è un Méliès del 2000, un visionario che immagina, costruisce, realizza. Vicari è un intellettuale, un integralista dell’etica lavorativa, frequentarlo è una lezione. Quanto a Capuano, mi sono innamorato di lui. Lavorare con artisti così rende difficile tornare indietro: ti chiedi con chi potrai lavorare dopo. Quegli incontri sono stati enormi”.
Porta in scena due padri opposti, fragile e padrone. Che cosa significa?
"La paternità oggi è un tema gigantesco, come la maschilità. Ha a che vedere con i limiti, la responsabilità, la protezione, la cura, la presenza: valori che sento sempre più mancanti. Avere avuto la possibilità di affrontare questi temi grazie a questi ruoli è un privilegio, perché il nostro mestiere ti obbliga a guardarti dentro. Ti chiedi: “Questa cosa dov’è in me? Quanto è vicina o lontana? Come la applico?”. Anche le parti negative ti costringono a un confronto, e se sei onesto con te stesso, hai la possibilità di migliorarti”.
Lei, invece, che padre è?
"Non lo so. Con Milena Mancini i nostri figli hanno 13 e 14 anni. Tutti dicono che sia un’età complicata, io la trovo bellissima. L’adolescente deve ribellarsi, deve mentire, deve fare l’adolescente. Il padre deve restare lì, anche quando il figlio sbraita o rompe le scatole. È un gioco dei cuori”.
Negli ultimi anni Milena Mancini sta iniziando ad avere occasioni più importanti. Quanto conta fare un pezzo di strada insieme, anche se spesso per le donne i tempi sono più lunghi?
"La cosa più bella in un rapporto è la stima e il rispetto. I successi di Milena sono bellissimi, io lo sapevo già quanto fosse brava. È fondamentale aiutarsi, condividere percorsi, dubbi, sceneggiature. Milena è sempre stata dietro ogni mio ruolo e io dietro ogni suo. È bellissimo vedere colleghi che stanno insieme e si stimano: si vede da come si guardano. Diceva Troisi: l’amore è quando uno sta da una parte e uno dall’altra, e basta guardarsi”.
Gaza è stata la grande protagonista di questa Mostra. Come ha vissuto tutto questo?
"Venezia è il luogo giusto per parlare. Ma il punto non sono le polemiche sui social: è l’empatia e la libertà. Non possiamo abituarci all’orrore. Mi riferisco anche alla libertà di informazione: se dal 7 ottobre a Gaza sono stati uccisi 246 giornalisti, vuol dire che c’è un problema enorme”.
Lei è anche autore e scrittore. Quali storie vuole raccontare e perché?
"Ragiono sempre su storie corali, di amicizia, di comunità. Faccio fatica a dire “io”, credo nel “noi”. Come dice Gaber, nessuno si salva da solo. È questo che mi viene naturale raccontare: storie in cui tante persone si tengono insieme”.