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La Mostra che tiene a distanza la realtà per non contaminare il cinema

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Il commento / Con l’assegnazione del Leone d’oro al film di Jarmusch è come se i giurati avessero messo in salvo il Leone d’oro, non concedendolo al film che ha toccato l’anima della rassegna ma a uno di quelli che non l’ha neanche sfiorata
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VENEZIA – È come se la giuria avesse chiesto alla realtà di non avvicinarsi troppo, che il cinema - contaminato - potrebbe bruciare. È come se i giurati fossero risaliti su di corsa sulla torre d’avorio dell’arte a mettere in salvo il Leone d’oro, non concedendolo al film che ha toccato l’anima della mostra – ferendola - ma a uno di quelli che non l’ha neanche sfiorata.

Jim Jarmusch, vincitore del Leone d'oro (ansa)

Father, mother, sister, brother, è lontano dall’essere uno dei migliori film venuti fuori dal genio di Jim Jarmusch. Sono tre sketch esteticamente riusciti, con una carrellata di ottimi attori, un quadro spietato e sul finale tenero di cosa può significare a volte essere famiglia. Niente di più.

Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps, le dive di Jim Jarmusch a Venezia 82

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VENEZIA – È come se la giuria avesse chiesto alla realtà di non avvicinarsi troppo, che il cinema - contaminato - potrebbe bruciare. È come se i giurati fossero risaliti su di corsa sulla torre d’avorio dell’arte a mettere in salvo il Leone d’oro, non concedendolo al film che ha toccato l’anima della mostra – ferendola - ma a uno di quelli che non l’ha neanche sfiorata.

Jim Jarmusch, vincitore del Leone d'oro (ansa)

Father, mother, sister, brother, è lontano dall’essere uno dei migliori film venuti fuori dal genio di Jim Jarmusch. Sono tre sketch esteticamente riusciti, con una carrellata di ottimi attori, un quadro spietato e sul finale tenero di cosa può significare a volte essere famiglia. Niente di più.

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Niente di “urgente”, per usare uno degli aggettivi scelti sul palco dalla regista Kaouther ben Hania. Al suo La voce di Hind Rajab è andato il Leone d’argento, il Gran premio della giuria. Non una scelta di consazione, comunque un attestato importante, sigillato dalla standing ovation ricevuta in sala e dagli applausi ben più lunghi e convinti di quelli riservati a Jarmusch. La domanda che resta, però, è perché?

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Chissà se davvero i giurati hanno litigato fino alla fine, se Fernanda Torres volesse davvero andar via - girava su Instagram una story con lei che diceva bye bye - e poi è tornata indietro, se la notte tra venerdì e sabato si è consumata tra i ripensamenti. Si scoprirà nelle prossime ore, resta il fatto che le scelte della giuria guidata da Alexander Payne lasciano con l’amaro in bocca per più di un motivo.

Due premi per gli americani - oltre a Jarmusch, il Leone d’argento per la migliore regia a Benny Safdie di The smashing machine. Solo, è scomparso l’incubo atomico raccontato da Catherine Bigelow con un film - The house of dynamite - che lascia col fiato sospeso fino alla fine e soprattutto fa tornare a casa pieni di domande che ognuno, come ha detto lei stessa, dovrebbe cominciare a farsi.

“L’arte non deve necessariamente parlare di politica per essere politica”, ha detto Jarmusch con sul bavero della giacca la spilletta contro la guerra a Gaza e la scritta “Enough”, troppo. Ed è verissimo. Se pretendessimo un’arte strettamente legata alla politica faremmo la gioia e la fortuna dei dittatori e di chi il cinema lo ha spesso confuso con i suoi intenti di propaganda.

Ma come negli anni 30 del Novecento, quando gli artisti di mezzo mondo decisero che non si poteva più stare a guardare e bisognava prendere parte, sono arrivate qui alla Mostra opere che erano riuscite a connettere arte e realtà senza ricorrere a troppi infingimenti. Sono stati riservati a molti dei film fatti con quest’intento una serie di premi secondari (e niente a una delle poche registe in concorso come Bigelow). Per il Leone d’oro, però, si è fatta un’altra scelta. Più estetica forse. Più ecumenica sicuramente. Ma la scossa che Venezia poteva dare al mondo, ha deciso di non darla.

(ansa)

Toni Servillo è salito a ritirare la sua Coppa Volpi dedicandola alla Global Sumud Flotilla. Ben Hania ha detto: “La voce di Hind risuonerà finché non ci sarà giustizia”. Se fossimo in un mondo perfetto, nel destino di Hind leggeremmo anche quello terribile dei bambini israeliani uccisi da Hamas il 7 ottobre. Si tratta di stare dalla parte degli innocenti sempre, e questo non dovrebbe dividere nemmeno una giuria.

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