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Tradizionale, disfunzionale, allargata: a Venezia il cinema è un affare di famiglia

Adriano Giannini e Jasmine Trinca in "L'estranea" di Paolo Strippoli 

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Il tema, declinato in vari modi, è onnipresente nei titoli italiani in concorso e nelle altre sezioni. Con madri ossessive e possessive, genitori ai quali vengono a mancare dei pezzi, parenti acquisiti che raccontano la paura dello straniero
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VENEZIA – “Tengo famiglia” è un famoso slogan attribuito a Leo Longanesi. Serve a giustificare comportamenti anche nefandi, e racchiude un po’ il senso dell’italianità più profonda e viscerale. Ennio Flaiano diceva che in Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti. Restringendo il concetto, si potrebbe dire che in questo paese nulla può cambiare perché siamo tutti parenti.

È sempre arduo individuare i temi portanti di un festival del cinema, della Mostra di Venezia in questo caso. Ma possiamo anticiparvi che il tema della famiglia, declinato in vari modi, è onnipresente. Volendo fare una battuta maligna, la vera famiglia protagonista di Venezia 2026 è quella di RaiCinema: quasi tutti i film italiani (e tutti quelli in concorso) sono targati Rai, la cara vecchia Rai, una “mamma” alla quale tutti si affidano. Entrando nello specifico di alcuni film, possiamo isolare svariati casi. Partiamo dal concorso: Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis e L’estrane…

VENEZIA – “Tengo famiglia” è un famoso slogan attribuito a Leo Longanesi. Serve a giustificare comportamenti anche nefandi, e racchiude un po’ il senso dell’italianità più profonda e viscerale. Ennio Flaiano diceva che in Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti. Restringendo il concetto, si potrebbe dire che in questo paese nulla può cambiare perché siamo tutti parenti.

È sempre arduo individuare i temi portanti di un festival del cinema, della Mostra di Venezia in questo caso. Ma possiamo anticiparvi che il tema della famiglia, declinato in vari modi, è onnipresente. Volendo fare una battuta maligna, la vera famiglia protagonista di Venezia 2026 è quella di RaiCinema: quasi tutti i film italiani (e tutti quelli in concorso) sono targati Rai, la cara vecchia Rai, una “mamma” alla quale tutti si affidano. Entrando nello specifico di alcuni film, possiamo isolare svariati casi. Partiamo dal concorso: Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis e L’estranea di Paolo Strippoli raccontano famiglie dentro le quali si annidano conflitti ancestrali, e sono entrambi dominati da figure di madri (Vanessa Scalera e Jasmine Trinca, rispettivamente) ossessive e possessive. In un tempo in cui si parla molto di patriarcato, mediterraneo e non, qui si riaffaccia l’antico fantasma del matriarcato.

Una scena di "Il fuoco che ti porti dentro" di Edoardo De Angelis 

Scherzetto di Mario Martone (fuori concorso) e Una storia di Anna Foglietta (Orizzonti) parlano invece di famiglie alle quali vengono, all’improvviso, a mancare dei pezzi. Nel primo Toni Servillo è un nonno che deve accudire il nipotino per la momentanea assenza di lavoro di mamma e papà (succederà di tutto, anche in modo comico); nel secondo Alba Rohrwacher e Guido Caprino sono due genitori la cui figlia va a studiare fuori sede, e l’assenza della ragazza farà esplodere angosce e depressioni già latenti. La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini (anch’esso Orizzonti) racconta una storia vera, un caso di cronaca — l’omicidio del giovane Luca Varani avvenuto a Roma nel 2016 — già al centro dell’omonimo libro di Nicola Lagioia: un ragazzo adottato, e amatissimo dai genitori, si perde in un sordido giro di droga e prostituzione, quasi a dimostrare che l’apparente solidità del nucleo familiare non può nulla contro l’irruzione del Male. Il mestiere di Beppe Tufarulo (Giornate degli Autori) narra invece una “sostituzione” nei rapporti familiari: un ragazzo che vive con la madre trova una sorta di padre putativo in un bizzarro personaggio, un imbalsamatore alla rovescia (Luigi Lo Cascio) che “rianima” cadaveri affinché i loro congiunti possano continuare a riscuotere la pensione. In Serpenti di Roberto De Paolis, scritto dai gemelli D’Innocenzo (Venezia Spotlight), si parte addirittura da un uxoricidio: lì la famiglia viene sterminata prima che cominci il film.

"Scherzetto" di Mario Martone 

La famiglia più “aperta” e misteriosa, alla fine, è quella messa in scena da Gianni Amelio in Nessun dolore (fuori concorso). Lì, nella vita di un giovane uomo (Alessandro Borghi) che vende libri in una bancarella all’ombra del Vaticano entrano figli che non sono figli, ragazze incinte con tanto di parenti che non sono parenti, tutti extracomunitari, tutti probabilmente clandestini in un film che racconta la paura dello straniero ma anche la necessità di incontrarlo e amarlo per quello che è, un essere umano uguale a noi.

Anche questa rapida carrellata, che per il momento prescinde dal giudizio sui singoli film, vi fa capire una cosa: ai partiti di destra, di governo e non, questa Mostra non piacerà. Loro parlano tanto di famiglia tradizionale, salvo poi averne — in privato — di ben diverse (vi ricordate quella strepitosa canzone di Guccini, Di mamme ce n’è una sola? “Figliolo, ora sei lontano da me / laggiù sono ricchi e di mamme ne han tre... / ma la tua mamma è italiana e ne val cento da sé”). Il partito di Giorgia Meloni ha nel suo programma la definizione di famiglia come “nucleo primario delle nostre società, culla degli affetti e luogo nel quale si forma l’identità di ognuno di noi”. Ebbene, se “l’identità” è quella che vediamo emergere in Il fuoco che ti porti dentro o in Una storia, stiamo freschi. Il neonato partito vannacciano è invece talmente entusiasta della famiglia tradizionale, e schierato per la natalità sfrenata, da aver proposto “il voto plurimo per i genitori in rappresentanza dei figli”. Ovvero: avete quattro figli? Vi danno cinque schede e votate anche per loro. E invece il cinema, briccone, che fa? Va a rintracciare storie che somigliano a quelle di Tolstoj, che in Anna Karenina ci ha insegnato che le famiglie felici si assomigliano tutte mentre ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Il cinema italiano si ostina a raccontare la realtà, a indagare i lati oscuri di questo paese. Si capisce che poi ministri & soci, poveracci, ci restano male.

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