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Jane Fonda: “Cara Gloria, con te non eravamo sole”

Jane Fonda a Venezia per la premiazione ai DVF Awards (ansa)

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Sempre battagliera a 88 anni, l’attrice e attivista ha ricevuto a Venezia il DVF Award. Dai tempi di “Hanoi Jane” al progetto che la riporterà sul set, una vita di impegno e coerenza. “Incoraggio le persone a unirsi in un movimento: se siamo soli, possono eliminarci uno alla volta”
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VENEZIA – Pochi minuti prima del nostro incontro, dicono a Jane Fonda che Gloria Steinem è morta. Nel salone veneziano di Diane von Fürstenberg ad aspettarla c’è un piccolo gruppo di giornalisti. Fonda conosceva le condizioni dell’amica, si era preparata a perderla. Eppure, appena si accomoda nella poltrona bianca, avvolta in un lungo abito d’oro e salvia, e pronuncia il suo nome, gli occhi le si riempiono di lacrime. "Gloria ci ha permesso di capire che cosa dovevamo desiderare per noi stesse: avevamo tutto il diritto di volere una vita piena e tutte le opportunità. Ha avuto un’enorme influenza su di me. La sua morte non mi sorprende, era molto malata e in qualche modo mi ero preparata. Ma ha fatto una differenza enorme nella mia vita". Durante la conversazione Fonda attraversa una gamma vertiginosa di emozioni: si rabbuia ricordando gli anni in cui essere "Hanoi Jane" significò minacce e odio, si accende parlando di politica, si indigna davanti alle manovre dei nuovi padroni di Holl…

VENEZIA – Pochi minuti prima del nostro incontro, dicono a Jane Fonda che Gloria Steinem è morta. Nel salone veneziano di Diane von Fürstenberg ad aspettarla c’è un piccolo gruppo di giornalisti. Fonda conosceva le condizioni dell’amica, si era preparata a perderla. Eppure, appena si accomoda nella poltrona bianca, avvolta in un lungo abito d’oro e salvia, e pronuncia il suo nome, gli occhi le si riempiono di lacrime. "Gloria ci ha permesso di capire che cosa dovevamo desiderare per noi stesse: avevamo tutto il diritto di volere una vita piena e tutte le opportunità. Ha avuto un’enorme influenza su di me. La sua morte non mi sorprende, era molto malata e in qualche modo mi ero preparata. Ma ha fatto una differenza enorme nella mia vita". Durante la conversazione Fonda attraversa una gamma vertiginosa di emozioni: si rabbuia ricordando gli anni in cui essere "Hanoi Jane" significò minacce e odio, si accende parlando di politica, si indigna davanti alle manovre dei nuovi padroni di Hollywood. Quando von Fürstenberg le dice che non è mai stata così forte, risponde "Forte, forte" e indirizza a Trump un gesto dell’ombrello. Poi ride. "Jane è una leonessa, una forza della natura", dice la padrona di casa. Ieri sera Fonda e Gisèle Pelicot hanno ricevuto a Venezia i Dvf Awards, dedicati alle donne che hanno trasformato le proprie battaglie in azione.

Che cosa significa oggi essere femminista?

"Essere responsabile della propria vita, avere la possibilità di scegliere e sapere di avere il diritto di raggiungere il massimo delle proprie potenzialità, esattamente come un uomo. Cito Gloria: non è che le donne siano moralmente migliori degli uomini, è che non devono dimostrare la propria mascolinità".

Lei è diventata un’attivista a 33 anni, durante la guerra del Vietnam. Come cambiò allora la sua vita?

"La mia vita precedente era sciocca, vuota, priva di significato. Quando diventai un’attivista incontrai persone completamente diverse, quelle che ancora oggi sono mie amiche. Scoprii un mondo del quale non avevo sentito la mancanza soltanto perché non sapevo che esistesse. Negli anni Settanta, durante la guerra del Vietnam, ci fu una reazione molto violenta contro di noi. Ma io facevo parte di un movimento, non ero sola. Questo è fondamentale".

L'attrice in Vietnam, quando fu soprannominata "Hanoi Jane 

Per milioni di americani diventò "Hanoi Jane". Che cosa significa vedere una battaglia politica trasformarsi in odio personale?

"Non è una bella sensazione. Fa paura. Ricevevamo minacce di morte, entravano nelle nostre case. Ma sapevo dentro di me che ciò che avevo fatto non era quello di cui mi accusavano e quindi continuavo ad andare avanti. Ora molti di loro sono morti e io sono tornata popolare. Però sono contenta di sapere che cosa significa essere odiata. Non tornerei indietro".

Jane Fonda con Diane von Furstenberg (ansa)

Oggi esporsi è diventato più difficile?

"Non per me. Ho vissuto la mia vita. Trump non può farmi nulla, non ho paura. Ma so che non è così per tutti e lo capisco. Per questo incoraggio le persone a unirsi a un movimento. Un anno fa ho ricreato il Comitato per il Primo Emendamento, nato negli anni Quaranta e Cinquanta per opporsi a McCarthy e alla caccia alle streghe. Mio padre ne faceva parte. Oggi abbiamo migliaia e migliaia di membri. Li facciamo incontrare, stiamo costruendo una comunità".

Perché è tanto importante non rimanere soli?

"Perché quando siamo soli possono eliminarci uno alla volta. Se fai parte di un movimento, tutto diventa più sopportabile. È ciò che accade oggi con Mark Ruffalo: Mark fa parte di un movimento, non è solo. Moltissime persone si sono schierate con lui. Viviamo in un momento nel quale dobbiamo restare uniti".

Crede che a Hollywood stia tornando una forma di lista nera?

"Assolutamente sì. È una tattica. Larry Ellison, siccome non condivide la posizione di Mark Ruffalo sulla fusione tra Paramount e Warner Bros., lo accusa di antisemitismo, anche se Mark non ha detto nulla che non rientri nei suoi diritti costituzionali. È una tattica. Larry Ellison dovrebbe vergognarsi. Ma c’è moltissimo sostegno per Mark, tante persone si sono fatte avanti".

Qual è il suo principale timore riguardo alla fusione tra Paramount e Warner Bros.?

"Spero che si riesca a fermarla. Gli Ellison si stanno caricando di debiti enormi e questa fusione sarebbe terribile per i consumatori: i prezzi aumenterebbero e migliaia e migliaia di persone perderebbero il lavoro. Per noi creativi, meno studios esistono, meno luoghi ci sono ai quali portare i nostri progetti. Perdiamo potere contrattuale e i sindacati perdono forza. Sta crescendo un movimento molto solido per bloccare queste fusioni".

Che cosa penserebbe Ted Turner della possibilità che la Paramount controlli la Cnn?

"Sarebbe sconvolto, ne avrebbe il cuore spezzato. Quando vendette, io ero ancora con lui e ricordo che non voleva farlo. Tutti i grandi pensatori che aveva intorno gli ripetevano: devi farlo, devi farlo. Ted non voleva, ma alla fine lo fece. Sarebbe terribile per lui vedere ciò che sta accadendo. Sono contenta che non abbia potuto rendersene conto".

Jane Fonda con Ted Turner, scomparso lo scorso 6 maggio: si sposarono nel 1991, il divorzio nel 2001 

Hollywood sembra diventata improvvisamente silenziosa su Trump.

"Non è vero. Opporsi alla fusione significa opporsi a Trump. In questo momento non è necessariamente efficace attaccarlo direttamente: bisogna contrastare ciò che cerca di fare. Come tutti gli autoritari, se la prende con l’industria dello spettacolo perché noi raccontiamo storie. Possiamo mostrare che esiste un’altra strada, un modo alternativo di vivere. Possiamo creare un’empatia capace di attraversare le differenze, dare voce a chi non ce l’ha, spogliare l’imperatore".

Perché gli autoritari temono in particolare gli artisti e in particolare i comici?

"Perché non riescono a stare nella stessa stanza con loro. Il loro potere dipende dall’idea di essere inevitabili: io sono qui e non potete farci nulla. Poi arriva qualcuno che, con una battuta, gli toglie il tappeto da sotto i piedi. Quando ho ricreato il Comitato per il Primo Emendamento sono rimasta sorpresa dall’entusiasmo che si è propagato nel movimento e nelle grandi fondazioni. All’inizio non capivo il perché, adesso sì. Anche il coraggio è contagioso. Se riusciamo a essere coraggiosi quanto i personaggi che interpretiamo, quel coraggio si diffonderà nel Paese".

È sempre stata coraggiosa?

"Si, solo che fino ai trentacinque anni non sapevo per che cosa esserlo. Poi entrai nel movimento contro la guerra. Prima il mio coraggio era diverso: galoppavo a pelo nei boschi, giravo personalmente le scene pericolose. Credo che con il coraggio si nasca, come con la capacità di resistere".

Persino la parola woke è stata trasformata in un insulto. Il pensiero woke sta morendo?

"No. Credo che sia stato J.D. Vance, anche se non ne sono certa, o comunque uno di loro, a dire che i loro nemici sono la sostenibilità e l’empatia. Vi rendete conto? Sostenibilità ed empatia sono i loro nemici. Perché non possono fare ciò che vogliono se le persone hanno a cuore la sostenibilità e provano empatia. In sostanza stanno dicendo che gran parte dell’umanità può essere spazzata via e non importa".

E allora che cosa è morto?

"Forse il pensiero woke è morto nel cuore di Trump. E mi dispiace per lui, provo tristezza: è una persona traumatizzata, come evidentemente lo sono Vance e molti degli altri. Ma il woke non è morto. Le persone tengono la bocca un po’ più chiusa perché hanno paura, ma alcune industrie, università e istituzioni stanno cominciando a reagire. È quello che dobbiamo fare: resistere. Se saremo abbastanza, vinceremo".

Perché questa reazione è tanto violenta?

"Proprio a causa di tutto ciò che abbiamo conquistato: i diritti civili, il voto alle donne, il movimento femminista, il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Non permetteremo che ci portino via le nostre conquiste".

Che cosa vogliono i nuovi oligarchi della tecnologia?

"Vogliono vivere per sempre mentre uccidono tutti noi. Questi tech bros, oligarchi e miliardari pensano che le leggi alle quali siamo sottoposti noi non valgano per loro, comprese quelle della fisica e della natura. Sono convinti che vivranno per sempre. E siccome non possono avere figli, creeranno robot che saranno i loro bambini e trasformeranno le donne in trad wives, mogli tradizionali che fanno molti figli. Poi toglieranno loro il voto. Riuscite a crederci? Non glielo permetteremo".

Lei ha ancora speranza nell’America?

"Assolutamente sì. Negli Stati Uniti qualcosa sta cambiando. Repubblicani e democratici cominciano a dire: no, non metterete un centro dati nella mia comunità; no, non costruirete qui un centro di detenzione. Persino alcuni sostenitori Maga non accettano più che i loro leader traggano profitto dalla sofferenza e dalla crudeltà. Non amano il caos, non amano il modo in cui vengono trattati gli immigrati".

Speranza oppure ottimismo?

"Sono due cose diverse. L’ottimismo consiste nel dire che tutto va bene, senza fare nulla perché sia davvero così. Io posso sperare perché sto dando il cento per cento, tutto ciò che ho, per rimettere le cose a posto. Sono sempre in contatto con persone che fanno lo stesso e che riescono a cambiare le cose".

Ha già un candidato per le presidenziali del 2028?

"È troppo presto, non sappiamo che cosa accadrà. Ma sto osservando Jon Ossoff, lo trovo interessante. E ci sono giovani come Justin Pearson. Oppure Peggy Flanagan, una donna indigena ojibwe del Minnesota che potrebbe arrivare al Senato. Immaginate se avessimo senatori capaci di domandarsi: la decisione che prendo oggi, quali conseguenze avrà tra sette generazioni?".

Dopo cinque anni senza recitare sta per tornare al cinema. Il set le è mancato?

"Devo confessare che, per quanto ami il lavoro che faccio con i miei compagni del movimento, mi manca il processo attraverso il quale si diventa qualcun altro. È un processo elettrizzante. Farò The Correspondent, sarò Sybil Van Antwerp. Ho letto il libro di Virginia Evans mi pareva impossibile farne un film. Poi una giovane sceneggiatrice, Cat Vasko, presentò la propria idea per adattarlo e sembrò funzionare".

Il progetto ha scatenato una gara tra gli studios.

"Non mi era mai successo. Ho prodotto molti film, ma non avevo mai visto tutti gli studios contendersi un mio progetto. Una vera asta. È stato molto divertente".

Come guarda oggi alla propria carriera?

"Una delle cose che accadono quando diventi davvero vecchia è che passi molto tempo a pensare al passato e a cercare di capire che cosa abbia significato. Tutti i miei film fanno parte di me. Penso a ciascuno di loro, anche a quelli che non mi sono piaciuti. E sono molto orgogliosa di molti dei film che ho girato".

Quale ha rivisto più recentemente?

"A Hollywood, al grande Egyptian Theatre, Turner Classic Movies ha proiettato A piedi nudi nel parco come omaggio a Robert Redford. L’ho rivisto ed è meraviglioso. Neil Simon era brillante. Una delle cose divertenti dell’essere attori è poter guardare un vecchio film e dire: ecco com’ero a quell’età. Io mi muovevo continuamente, velocissima, avevo un’energia incredibile. È stato davvero divertente".

Con Robert Redford sul set di "A piedi nudi nel parco" 

Quali altri titoli porta con sé?

"Sul lago dorato, Dalle 9 alle 5... orario continuato, Tornando a casa, Una squillo per l’ispettore Klute".

Barbarella?

"È arrivato a un passo dall’essere un film femminista. In fondo Barbarella aveva una propria astronave".

Perché lo odiava tanto?

"Adesso riesco a riderne. Ted Turner mi ha insegnato ad avere senso dell’umorismo, quindi oggi posso perfino divertirmi. Ma allora il regista, Roger Vadim, era mio marito: questa è la ragione principale. Per molti motivi fu un’esperienza molto difficile. E poi non mi piaceva essere nuda".

Che cosa accadde durante i titoli di testa?

"Vadim mi disse che voleva riprendermi nuda mentre galleggiavo nello spazio, ma promise che le scritte dei titoli avrebbero coperto il mio corpo. Non avevo molto potere. Non mi passò neppure per la testa che avrei potuto dire di no. Ero fottutamente terrorizzata all’idea di spogliarmi".

Come giraste la scena?

"Rovesciarono il set in modo che fosse rivolto verso il soffitto, ci misero sopra una lastra di vetro e appesero la macchina da presa in alto. C’era una macchina del vento e giravano al rallentatore. Io ero ubriaca fradicia. Il giorno dopo, guardando il girato, ci accorgemmo che un pipistrello aveva continuato a volare tra me e l’obiettivo, in un teatro di posa più grande di un campo da football. Fu incredibile: dovemmo rifare tutto. Così ripetei la scena con i postumi della sbornia. Terribile. Ogni volta che vedo Barbarella devo coprirmi gli occhi".

Le hanno mai offerto un ruolo in un film Marvel?

"No. Non sono sicura che vorrei farlo. Dipenderebbe dal ruolo, dovrebbe essere adatto a me".

L’intelligenza artificiale la spaventa?

“Personalmente no. Ma sono preoccupata per tutte le persone che lavorano. Ci sarà un Armageddon della disoccupazione. Trump sta convincendo chi ha perso o perderà il lavoro che sia colpa degli immigrati: sta dirigendo la loro rabbia contro di loro. L’intelligenza artificiale non scomparirà, ma dobbiamo regolamentarla. Credo che l’Europa stia facendo più progressi degli Stati Uniti".

Ha un appello anche per l’Europa.

"Non accettate il gas naturale liquefatto esportato dagli Stati Uniti. È metano ricavato con il fracking in Texas e nel New Mexico ed è molto più pericoloso dell’anidride carbonica nell’arco di vent’anni. Contribuisce alle ondate di calore e alle alluvioni. Stanno facendo pressione sui Paesi europei perché acquistino il nostro gas: non fatelo. È troppo pericoloso, uccide le persone, distrugge le comunità e il pianeta".

A quasi novant’anni, dunque, non pensa affatto a ritirarsi.

"Ho vissuto la mia vita e non ho paura. Ma la speranza non consiste nell’aspettare che qualcun altro sistemi le cose. Viene con l’azione. È un muscolo".

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