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“Imperium”, Loznitsa riscopre l’Urss che nessuno voleva vedere

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ll grande cineasta del repertorio rimonta i filmati italiani dimenticati per mezzo secolo: tre ore dentro l’Unione Sovietica, da Mosca alla Siberia, tra vita quotidiana, lavoro e popoli dell’Impero
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Negli archivi dell’Aamod, l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio, era sepolto un tesoro. Questo tesoro è finito nelle mani del cineasta che al mondo è, in assoluto, il più bravo a lavorare sul materiale di repertorio: Sergej Loznitsa, nato in Bielorussia, cresciuto in Ucraina, diplomatosi in cinema a Mosca con una maestra georgiana (la regista Nana Dzordzadze), attualmente residente in Germania. Ci sarebbe una parola per definire Loznitsa ma è una parola che non si usa più: sovietico.

E però il suo film presentato fuori concorso a Venezia è la cosa più “sovietica” che si sia vista da anni. Si chiama Imperium ed è costruito su filmati girati da cineasti italiani all’inizio degli anni ’70. Una troupe organizzata, fra gli altri, da Folco Quilici partì per l’URSS per girare un reportage che avrebbe dovuto documentare la vita negli angoli più remoti del più vasto paese del mondo.

I filmati vennero però messi da parte e…

Negli archivi dell’Aamod, l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio, era sepolto un tesoro. Questo tesoro è finito nelle mani del cineasta che al mondo è, in assoluto, il più bravo a lavorare sul materiale di repertorio: Sergej Loznitsa, nato in Bielorussia, cresciuto in Ucraina, diplomatosi in cinema a Mosca con una maestra georgiana (la regista Nana Dzordzadze), attualmente residente in Germania. Ci sarebbe una parola per definire Loznitsa ma è una parola che non si usa più: sovietico.

E però il suo film presentato fuori concorso a Venezia è la cosa più “sovietica” che si sia vista da anni. Si chiama Imperium ed è costruito su filmati girati da cineasti italiani all’inizio degli anni ’70. Una troupe organizzata, fra gli altri, da Folco Quilici partì per l’URSS per girare un reportage che avrebbe dovuto documentare la vita negli angoli più remoti del più vasto paese del mondo.

I filmati vennero però messi da parte e dimenticati. Non piacquero a nessuno: per la Rai, che avrebbe dovuto realizzare il documentario, erano troppo “filosovietici”; per l’URSS, che aveva comunque l’ultima parola, erano troppo… “antisovietici”. In realtà erano, banalmente, reali. Oggettivi. Mostravano la vita quotidiana, senza troppi filtri. Non andavano bene né per chi volesse dipingere l’URSS come un “nemico”, né per chi la volesse glorificare.

Da quel grande montatore che è, Loznitsa (assieme alla co-montatrice Audinga Kučinskaite, cognome baltico) ha lavorato su ore e ore di materiale componendo un affresco di quasi tre ore. Il maggiore interesse del film (che non ha commento, né voce off) è che parte da Mosca, da immagini che chiunque ha visitato quel paese ben conosce: la Piazza Rossa, i magazzini Gum, il cambio della guardia al mausoleo di Lenin. Ma poi si comincia a girare per l’Impero, ed è giusto il titolo scelto. Si va in Siberia, nel Caucaso, nell’estremo Nord, nei deserti dove ancora si gira a dorso di cammello; si vedono popoli come i calmucchi, i bashkiri, gli jakuti. Si vedono usi, costumi, religioni che con la nostra arcaica idea di Russia c’entrano ben poco. E si capisce una cosa che a Mosca non piaceva e non piace: che la Russia, questa entità geografica e politica che dal Mar Nero arriva fino allo stretto di Bering, è il prodotto di un colonialismo le cui radici risalgono naturalmente all’epoca degli Zar.

Alla proiezione qui a Venezia c’era uno degli operatori di allora, Giovanni Bonicelli, che ha ricordato come la troupe fosse costantemente accompagnata da funzionari del KGB. Era la prassi, quando delegazioni straniere entravano in URSS. Ciò nonostante i cineasti italiani fecero il proprio lavoro, riprendendo di tutto, salvo poi veder sparire i filmati una volta tornati in Italia.

C’è un capitolo, ancora nella parte europea del film, che per l’Italia è doppiamente interessante: sono le riprese effettuate a Togliattigrad, all'interno della fabbrica di automobili costruita negli anni '60 con la collaborazione della Fiat (nel film la città viene giustamente indicata, semplicemente, come "Togliatti" o "Tol'jatti", perché siamo noi italiani ad aggiungere spesso quel "-grad" che è il suffisso russo per "città").

Sono riprese molto belle nelle quali si nota una cosa che, per chi frequentava l'URSS in quegli anni, non è una sorpresa: gran parte della forza lavoro sono donne. Donne giovani, eleganti e ben pettinate riprese mentre lavorano alla catena di montaggio: chissà se in previsione delle riprese erano state avvertite (un po' come le operaie della fabbrica dei Lumière nel primo film della storia...) e si erano messe l’abito buono?

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Imperium

Di Sergej Loznitsa

Voto: 5 stelle su 5

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