Non un genio della tecnologia, ma un pericoloso illusionista. Non un fondatore, ma un profittatore. Non un ingegnere, ma un maghetto della finanza come ce n’erano tanti, nella Silicon Valley, a metà degli anni 90. Finché non fa il salto: abile tanto a coprire i suoi guai che a ottenere sovvenzioni e incentivi dal governo americano. In Musk, presentato fuori concorso alla Mostra, il documentarista premio Oscar Alex Gibney prende la maschera abilmente costruita da Elon Musk, “il capitalista più ricco del mondo”, e la decompone pezzo dopo pezzo. Finché il volto di un tech boy alle prime armi — sono molti i filmati delle origini in California — non si trasforma nel ghigno di un Joker impazzito che non esita a fare il saluto nazista con in testa un cappellino dark Maga. “Il potere ti corrompe o ti rivela?”, si chiede Gibney.
Le origini del miliardario americano, il Sudafrica violento in cui è nato e…
Non un genio della tecnologia, ma un pericoloso illusionista. Non un fondatore, ma un profittatore. Non un ingegnere, ma un maghetto della finanza come ce n’erano tanti, nella Silicon Valley, a metà degli anni 90. Finché non fa il salto: abile tanto a coprire i suoi guai che a ottenere sovvenzioni e incentivi dal governo americano. In Musk, presentato fuori concorso alla Mostra, il documentarista premio Oscar Alex Gibney prende la maschera abilmente costruita da Elon Musk, “il capitalista più ricco del mondo”, e la decompone pezzo dopo pezzo. Finché il volto di un tech boy alle prime armi — sono molti i filmati delle origini in California — non si trasforma nel ghigno di un Joker impazzito che non esita a fare il saluto nazista con in testa un cappellino dark Maga. “Il potere ti corrompe o ti rivela?”, si chiede Gibney.
Le origini del miliardario americano, il Sudafrica violento in cui è nato e cresciuto, la figura controversa del padre — che nel film è intervistato insieme a molti suoi ex amici e collaboratori — fanno propendere per la seconda ipotesi.
Elon è stato un ragazzino educato dal padre alla legge del più forte in un Sudafrica spietato e in preda al conflitto razziale. Fissato con i fumetti, bullizzato e picchiato a scuola, aiutato dal denaro di famiglia nella sua prima impresa dot.com, Zip2, Musk ha costruito una mitologia che ha riscritto la sua storia. Fino a dipingerlo come un genio: l’inventore di Space X, nata con l’ambizione di rilanciare un programma spaziale lasciato languire dal governo; l’inventore di Tesla, che ha invece soffiato all’ideatore vero, Martin Eberhard; il patron di Twitter, che ha comprato per capriccio alterandone l’algoritmo a suo piacimento. Nel nome della libertà di espressione, ufficialmente. In realtà, per accrescere il suo potere e la sua sfera di influenza, diffondendo idee fasciste e suprematiste funzionali ai suoi obiettivi.
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Non c’è niente di vago, nel racconto che Gibney porta avanti con un montaggio adrenalinico, la travolgente colonna sonora di Daniel Pemberton e David Byrne — Let me sell you a dream, lascia che ti venda un sogno — le testimonianze dell’ex moglie di Musk Justine Wilson, dell’ex compagna Ashley St Clair, una delle madri dei suoi figli (14 quelli di cui si sa, ma ce ne sarebbero molti altri). Un campione di gaslighting, la capacità di confonderti e farti credere di esserti sbagliata, dice la prima moglie, madre di sei dei suoi figli, uno dei quali — Xavier — ha cambiato sesso, si chiama ora Vivian Jenna e considera il padre un fascista. “Mio figlio Xavier è morto, è stato ucciso dal virus woke”, ha scritto Musk su Twitter, comportandosi di conseguenza. E togliendo a Jenna, tra le altre cose, l’assicurazione sanitaria.
Gibney trasforma il miliardario nel protagonista di un videogioco, uno di quelli con cui è cresciuto e che lo hanno portato a teorizzare che potremmo essere tutti — noi esseri umani — dentro una gigantesca simulazione. Così, lo vediamo “terminare” tutto quel che si oppone alla sua volontà di potenza. Compra Twitter e licenzia i migliori programmatori, chi non promette di adeguarsi alla sua visione. Fa lo stesso quando Trump lo mette a capo del Doge attraverso un esercito di ventenni che nulla sanno, tranne tagliare tutto. Un’ex dipendente di UsAid racconta di quando un ordine esecutivo ha impedito a funzionari che si trovavano in Africa di dare a bambini denutriti medicine e cibo salvavita: era tutto già lì, pronto per essere consegnato, ma il governo americano ha vietato la distribuzione e ha lasciato che le cose scadessero per poi distruggerle. E che i bambini morissero, senza curarsene.
Uno dei problemi dell’Occidente — sostiene Musk — è l’empatia degli esseri umani gli uni nei confronti degli altri. Un’empatia che ostacolerebbe il disegno superiore di un mondo che vorrebbe bianco, supertecnologico, desideroso di colonizzare Marte e popolato da una “legione” di suoi figli — è la parola che ha usato secondo St Clair — da ottenere attraverso delle “fattrici” cui poi viene fatta firmare una clausola di riservatezza (St Clair ha rifiutato 40 milioni di dollari per poter dire quello che sa. Anche se sulle droghe risponde: non ho il permesso di parlarne).
Gli episodi meno conosciuti riguardano la guida autonoma di Tesla. Venduta come realtà attraverso una pubblicità molto aggressiva, che serviva a costruire il mito e a far salire il titolo in borsa, è invece di là da venire e ha causato in America almeno 60 incidenti mortali. Insabbiati attraverso lauti risarcimenti e una fitta rete di bugie, come quella sulle batterie al litio sostituibili che ha fatto intascare a Tesla incentivi cui non aveva diritto. Diverse agenzie americane avevano aperto inchieste a carico delle aziende di Musk, quando ha deciso di puntare tutto sull’ascesa di Trump. Sono le stesse agenzie che ha avuto il potere di annientare una volta al Doge. Un conflitto di interessi mai visto, e molto coperto. Che porta alla domanda con cui il documentario si apre: come abbiamo potuto consentire a un uomo di ottenere così tanti soldi e così tanto potere? Verrebbe da rispondere: è il capitalismo, bellezza. O quanto meno, la sua malattia.