Cosimo Messeri a Venezia 83: “Il cinema italiano deve darsi una svegliata”

Cosimo Messeri a Venezia 83: “Il cinema italiano deve darsi una svegliata”

Alle Giornate degli Autori il regista presenta “Il massacro”

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Venezia – Sette anni senza dirigere, progetti naufragati, incontri rimasti sospesi, una città attraversata mentre tutto sembrava fermo. Cosimo Messeri torna alla regia con Il Massacro, alle Giornate degli Autori di Venezia 83, e sceglie di non mascherare niente: mette in scena se stesso, le donne conosciute in quegli anni, la famiglia, Roma, il fallimento professionale e quello sentimentale. Ne viene fuori un film che usa l’autoironia per attraversare una stagione dolorosa e trasformarla in racconto. Per Messeri, figlio dell’attore Marco e cresciuto anche accanto a Carlo Mazzacurati, il ritorno al Lido significa soprattutto questo: riprendere il filo con il cinema proprio dal punto in cui si era spezzato.

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Che cosa significa tornare a Venezia dopo sette anni e farlo con un film così personale?

"Per me essere qui significa tante cose, ma prima di tutto ricordare una persona a cui ho voluto molto bene, Carlo Mazzacurati. Sono sempre venuto al festival con lui, accompagnandolo quando lavoravo nei suoi film come assistente, ma anche semplicemente venendo a vedere la laguna. Non tornavo da quando venivo con lui e quindi per me Venezia significa ancora respirare Carlo. La lezione più grande che mi ha lasciato è affrontare tutto mettendo al primo posto l’ironia e soprattutto l’autoironia. Non si prendeva mai troppo sul serio, pur essendo una delle persone più colte che abbia conosciuto. E credo che questa sia una lezione che viene prima ancora del cinema. Poi naturalmente c’è la gioia di essere qui con un film così mio, così personale, e vedere che sta arrivando alle persone".

Perché Il massacro?

"Il titolo mi è venuto quasi subito. Sono molto legato al cinema d’autore italiano degli anni Sessanta, che aveva titoli così netti, assoluti. E mi piaceva anche il contrasto, perché il film ha una componente leggera, a volte perfino divertente. Ma il massacro riguarda molte cose: i miei fallimenti cinematografici e lavorativi, quelli relazionali, me stesso per primo. E riguarda anche il fallimento di un certo modo di intendere il cinema. In questi anni ho visto morire progetti ai quali avevo lavorato molto e quando un film non si fa non perdi soltanto un lavoro: perdi qualcosa che avevi immaginato, costruito, abitato. Fare questo film mi ha permesso almeno di trasformare una parte di quella esperienza in qualcosa che esiste".

Il film nasce da anni difficili. Quando ha capito che proprio quella parte della sua vita poteva diventare cinema?

"In realtà l’ho capito facendo il film. Due amici, che poi sono diventati anche produttori, mi hanno spinto a cominciare queste interviste. Io all’inizio ero molto ritroso, anche per pudore. Non avrei mai pensato di fare un film così: sono abbastanza schivo e avevo sempre immaginato di lavorare sulla fantasia, anche quando le storie avevano inevitabilmente qualcosa di mio. Qui invece mi sono ritrovato a fare un film su di me, con me dentro. È stato doloroso ma anche catartico. A un certo punto ho capito che non potevo lasciare che anni così sofferti svanissero nel nulla. Era giusto fermarli, se non capirli almeno metterli su un foglio. E oggi mi tocca perfino essere grato a quegli anni, nonostante non li abbia amati, perché ne è nato il film che sento più mio, non soltanto autobiograficamente ma proprio cinematograficamente”.

Nel film torna a incontrare le donne conosciute in quel periodo. Che cosa ha scoperto attraverso il loro sguardo?

"Ho capito più cose di me sentendo parlare loro che raccontandomi da solo. Per me sono state le attrici del film e sono molto grato a tutte. All’inizio le ascoltavo senza sapere davvero dove quelle conversazioni mi avrebbero portato. Poi alcune domande hanno cominciato a tornare, argomenti diversi riemergevano da una persona all’altra, e allora ho capito che dovevo ascoltarli. Non avevo un fine preciso, non cercavo una versione edificante di me stesso. Anzi, alcune cose che dicono non lo sono affatto e non ho censurato nulla. Mi interessava proprio lasciarmi guardare da loro e scoprire una versione di me che forse da solo non avrei visto. Le avevo incontrate attraverso le app, ma alla fine quello mi interessa relativamente: le app sono soltanto uno dei modi possibili per incontrarsi. Non so se sia meglio conoscersi lì o al supermercato. La cosa importante è che due persone si incontrino; poi si vedrà che cosa succede".

Nel film c’è anche un affondo molto duro sul cinema italiano. Che cosa dovrebbe cambiare?

"Il cinema italiano deve darsi una bella sveglia, perché rischiamo di diventare irrilevanti. Le generazioni precedenti ci hanno lasciato un tesoro enorme: dal neorealismo agli anni Sessanta, Settanta, Ottanta abbiamo fatto scuola nel mondo. Poi abbiamo buttato via troppo. Non voglio fare il castigamatti, ma credo che bisogna tornare a fare film con dentro del cinema, non soltanto gente che parla a vanvera. E bisogna avere più coraggio anche nelle scelte. Non può funzionare soltanto il progetto costruito con il pacchettino giusto e l’attore del momento. Ci deve essere spazio anche per chi prova a fare qualcosa di diverso, non necessariamente migliore, ma diverso. Il cinema può salvarsi soltanto da sé, e la responsabilità è anche di chi decide quali film possono nascere e quali no".

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