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“Naza” trionfa a Venezia: 25 minuti di applausi per il film che fa parlare i carnefici di Gaza

(ansa)

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Standing ovation al termine dell’anteprima dell’opera, in corsa per il Leone d’oro, in cui ufficiali dell’esercito israeliano spiegano il “sistema” alla base dello sterminio di civili. Commossi gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra il pubblico anche il cantante Ghali
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VENEZIA – Se il mondo non crede alle vittime, ascoltiamo i carnefici. Si sono detti questo, Yuval Abraham e Rachel Szor. Hanno poco più di trent’anni, non li avevano ancora quando hanno cominciato a lavorare a un film documentario – Naza – realizzato insieme ai giornalisti investigativi del Guardian, in collaborazione con i partner d'inchiesta +972 Magazine e Local Call. “Il muro di negazione davanti al massacro di civili di Gaza nella nostra società è talmente spesso – ha raccontato Abraham – che è bastato chiedere, per scoprire le regole di ingaggio dell’esercito israeliano”. Per scoprire che dietro lo sterminio di oltre 70mila palestinesi c’era e c’è un sistema di videosorveglianza continua e di uccisione di massa che non distingue in alcun modo tra obiettivi militari e civili, tra terroristi di Hamas e bambini inermi.

Naza è arrivato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia all’ultimo momento, ricevendo alla proiezione ufficiale venticinque minuti di applausi. Tra il pubblic…

VENEZIA – Se il mondo non crede alle vittime, ascoltiamo i carnefici. Si sono detti questo, Yuval Abraham e Rachel Szor. Hanno poco più di trent’anni, non li avevano ancora quando hanno cominciato a lavorare a un film documentario – Naza – realizzato insieme ai giornalisti investigativi del Guardian, in collaborazione con i partner d'inchiesta +972 Magazine e Local Call. “Il muro di negazione davanti al massacro di civili di Gaza nella nostra società è talmente spesso – ha raccontato Abraham – che è bastato chiedere, per scoprire le regole di ingaggio dell’esercito israeliano”. Per scoprire che dietro lo sterminio di oltre 70mila palestinesi c’era e c’è un sistema di videosorveglianza continua e di uccisione di massa che non distingue in alcun modo tra obiettivi militari e civili, tra terroristi di Hamas e bambini inermi.

Naza è arrivato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia all’ultimo momento, ricevendo alla proiezione ufficiale venticinque minuti di applausi. Tra il pubblico anche il cantante Ghali. Le riprese sono rimaste segrete per tutta la loro durata, perché prevedevano di far salire ufficiali e soldati dell’intelligence israeliana sui tetti di Tel Aviv – di notte – per raccontare cos’avevano fatto, cosa continuano a fare, a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Dopo che i terroristi di Hamas hanno ucciso in poche ore almeno 1200 israeliani, rapendone 250, bambini compresi, e permettendo che ne tornassero a casa vive solo 168. Un evento della cui possibilità, sono le rivelazioni di questi giorni, Benjamin Netanyahu era stato avvertito, ma che non avrebbe fatto nulla per prevenire.

La squadra che ha realizzato "Naza" con gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor e il produttore Jonathan Glazer, già regista di "La zona d'interesse", Oscar nel 2024 (reuters)

Il film è girato interamente di notte, perché la notte è piombata da quel giorno su Israele e sulla sua coscienza – dicono i registi – e perché al buio è più facili lasciarsi andare alla verità. In tre anni di lavoro, 24 ufficiali e soldati israeliani hanno deciso di parlare con loro solo a patto di restare anonimi. Le figure e le voci dei testimoni sono così state camuffate con l’intelligenza artificiale. Non una scelta facile, visto che chi racconta ammette – lo fa uno di loro nel film – di aver preso parte a un genocidio. Di aver commesso crimini di guerra e spiato e minacciato tutti quelli che, tra i palestinesi, tentavano di denunciarlo mettendosi in contatto con la comunità internazionale. Di aver puntato i droni sulle case come fosse un videogioco per raderle al suolo. “Se sentivo che qualcuno era ancora vivo, sganciavo un’altra bomba”. Di aver ascoltato i pianti di donne e bambini mentre le mura di una casa che non doveva essere un bersaglio cadeva loro addosso. Di aver guardato mentre i corpi – non raccolti dopo un attacco – venivano sbranati dai cani.

Una giovane palestinese in fuga con un bambino dopo un bombardamento israeliano a Khan Yunis (afp)

E di aver fatto tutto questo spesso da Tel Aviv, per poi andare a bere una birra con gli amici. O per poi tornare alla propria laurea “in psicologia clinica”. O a fumare una sigaretta chiedendo al compagno: cosa pensi di tutto questo? E sentirsi rispondere: “Devi fidarti del sistema, sennò crolla tutto”. Non sono esagitati. Non sono soldati sfuggiti al controllo. Gli intervistati raccontano di far parte dei reparti di élite dell’esercito israeliano, sono quasi tutti cittadini di Tel Aviv, molti sono di sinistra, progressisti, ma avevano una missione. “C’era un senso di soddisfazione, quando centravamo l’obiettivo. È come avere l’ormone impazzito, non dormi, è divertente”, ammette uno di loro. Divertente.

Gli autori al Palazzo del cinema insieme al direttore della Mostra, Alberto Barbera (ansa)

Era un gioco, sparare sulle persone in coda per il cibo se lasciavano la fila. “Era quella la regola, se va fuori spari”. Quanti ne hai uccisi in questo modo?, chiede Abraham, che conduce le interviste. “A volte cinque, sei, ma anche sedici, venti”. Ognuno di loro disegna come i corpi cadevano a testa in giù. Come venivano seguite le celle dei cellulari di alcuni obiettivi. Come il territorio veniva mappato per essere certi di aver raso tutto al suolo, bruciando le case con tutto quel che c’era dentro, nella zona di Gaza in cui Israele non voleva restasse più alcun palestinese.

Ghali a Venezia, tra il pubblico di Naza: "Tutti dovrebbero vederlo"

Davanti alla possibilità di essere accusati di scarsa credibilità, viste le fonti anonime, il produttore Paul Lewis, che è a capo del gruppo di giornalismo investigativo del Guardian ed è produttore esecutivo del documentario, dice che tutte le testimonianze sono state controllate. Alcune erano già uscite in inchieste internazionali. E che la forza del racconto – e i riscontri incrociati – non lasciano scampo alla verità. L’altro produttore è Jonathan Glazer, il regista del film premio Oscar La zona d’interesse sugli orrori di Auschwitz. Nessuno di loro può essere accusato di antisemitismo. Nessuno ha mai pensato di cancellare la memoria di quel che gli ebrei hanno subito durante la Seconda guerra mondiale. “Ma memoria significa proprio questo – dice Abraham – riconoscere gli schemi di quel che accadde allora, dentro quel che accade adesso”.

Una famiglia nell'abitazione distrutta da un raid di Israele a Gaza City 

Naza è l’acronimo con cui i soldati israeliani definiscono le possibili vittime collaterali di un attacco. Ma quel che raccontano su quei tetti, mentre le riprese indugiano sulle luci di Tel Aviv, sulla vita che va avanti nelle case incollate alla televisione, inquadrando le tavole da sparecchiare, il brulicare dei bar – in una città che vive a 60 chilometri da Gaza – non ha nulla di collaterale, è tutto studiato. È un sistema di sterminio e pulizia etnica. A un certo punto il documentario mostra un giovanissimo Netanyahu intervistato in veste di saggista. Gli chiedono quale sia la definizione di terrorismo: quel che dice, sembra la descrizione esatta di quel che gli ufficiali descrivono intervista dopo intervista, aggiungendo disegno a disegno, sentendosi parte di un sistema impossibile da fermare perché raccontato come necessario alla sopravvivenza. “Mi sono sempre chiesto perché i tedeschi non si fossero rifiutati di fare quel che hanno fatto”, dice un soldato. Ma il film non si sofferma sulle motivazioni o sui rimorsi, neanche quando ci sono. La zona di interesse sono le vittime. Quelle cui il mondo non crede.

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