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Chloé Zhao, all’Oscar con 8 nomination: “La stregoneria sul set, ecco il segreto di Hamnet”

Intervista alla regista (già premio Oscar per “Nomadland”) di uno dei film più apprezzati della stagione e tra quelli con il maggior numero di candidature. La storia di una perdita che travolge la famiglia Shakespeare ma apre le porte a un capolavoro
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ROMA – Ventotto anni dopo il film Oscar che raccontava il Bardo innamorato, Shakespeare in love, Chloé Zhao porta sullo schermo il momento più straziante della vita dell’autore di Stratford-upon-Avon. Tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell, Hamnet mette al centro della narrazione la morte del figlio undicenne di Will (Paul Mescal) e della moglie Agnes (Jessie Buckley da statuetta), figura laterale nei documenti storici e centrale nell’elaborazione di quel lutto che l’uomo inquieto e non solo fisicamente assente non riesce a condividere. La creazione artistica non arriva come sublimazione, ma come necessità tardiva quasi inevitabile. Candidato a otto Oscar, tra cui film, regia e attrice protagonista.

La regista Chloé Zhao 

Perché adattare il romanzo di O’Farrell?

«E’ un libro bellissimo che parla di amore, morte, ma anche di metamorfosi. Di come l’arte possa trasformare queste esperienze umane fondamentali. E io ero in un momento della mia vita in cui stavo iniziando a interrogarmi sul mio scopo come narratrice. Così questa storia mi è sembrata quella giusta da esplorare».

Che rapporto ha con Shakespeare?

«Non sono una grande esperta. La mia prima esperienza è stata al liceo a Los Angeles, con Lady Macbeth. Amo il lato simbolico e “stregonesco” di Shakespeare. Sento che era connesso a qualcosa di più grande e lo ha tradotto per noi».

Ha diretto film molto diversi tra loro, anche per genere. C’è una base comune?

«I primi tre film che ho fatto erano molto legati a lutto e perdita, a persone che smarriscono il senso di identità e attraverso un percorso di catarsi imparano chi sono davvero. Gli ultimi due, Eternals e Hamnet sono diversi. Hamnet sì, affronta il lutto, ma in ultima analisi parla di metamorfosi. Della capacità di sublimare l’esperienza umana, di passare da un estremo all’altro e arrivare a una condizione di unità, in cui l’illusione della separazione non esiste più. Vita e morte: tutto ciò che vive deve morire, passando attraverso la natura verso l’eternità. In questo caso, attraverso l’arte. L’idea è che la capacità di arrendersi all’esperienza più dura della vita nasca dal sentirsi uno con la natura, con le persone in teatro, con l’ambiente».

L’arte all’inizio sembra creare distanza e poi forse costruire un ponte. È qualcosa che ha vissuto personalmente?

«Ho vissuto il potere alchemico della creatività: mi ha salvato la vita, ha guarito la mia psiche, mi ha tirato fuori da un lutto profondo. Ha dato senso al mio dolore e alla mia sofferenza, mi ha fatta crescere spiritualmente. Credo che l’arte autentica nasca solo da un lavoro interiore che rende l’artista un canale consapevole; senza questo, il rischio è proiettare traumi irrisolti nell’opera. Non credo al mito dell’artista che deve restare nella sofferenza per creare: la creazione nasce dall’intuizione, non dal dolore trattenuto».

Il finale sul palco dell’Amleto è potentissimo.

«Non so mai come finirà un film. Chiedo agli attori di stare in quella tensione tra conscio e inconscio. Jessie non sapeva che avrebbe urlato, non gliel’ho detto io. Quel dolore era collettivo. È così che i nostri antenati raccontavano storie: sciamani, guaritori, che portavano il corpo a un limite da cui la storia emergeva. Sono interessata a queste tradizioni antiche. Quattro giorni prima della fine delle riprese al Globe Theatre non avevo il finale: Hamnet non era sul palco, non c’era catarsi. Abbiamo girato quella versione. Io e Jessie sapevamo che non funzionava. In quel periodo stavo anche vivendo la fine di una relazione. La mattina dopo ho ascoltato On the nature of daylight di Max Richter, versione cantata. Mi ha portata in uno stato di unità, ho capito che l’amore non muore, si trasforma. Quello era il finale. Per quattro giorni abbiamo lavorato con quella musica, come un mantra. È spaventoso non sapere se un film ha un finale, ma è in quella tensione estrema che nasce la creatività».

Paul Mescal e Jessie Buckley alla 32esima edizione degli Actor Award, l'1 marzo a Los Angeles 

Il film esplora l’idea del femminile, legato al mistero e alla stregoneria. L’arte è una forma di stregoneria?

«Sì. È una versione “tradotta” di quella sensibilità, come il cristianesimo ha fatto con le religioni pagane. Sono tutte narrazioni. Agnes vede ciò che altri non vedono, riconosce schemi, legge le persone energeticamente. Questo tipo di intuizione veniva chiamata stregoneria. In realtà è sensibilità. Serve equilibrio: caos e ordine, spirito e materia. Forse oscilliamo continuamente come specie. C’è un desiderio collettivo di far emergere una coscienza femminile, negli uomini e nelle donne. La stregoneria è ascoltare invece di parlare, lasciare che l’ambiente parli attraverso di te. Se troviamo questo equilibrio dentro di noi, avremo meno problemi».

Come ha lavorato con Jessie Buckley?

«Metà del tempo con arguzia, metà con dolcezza. Metà del tempo sparendo, lasciandola sola, e l’altra metà cercando di tenere il contenitore, in modo che lei e il resto del cast si sentissero al sicuro, e potessero essere dei canali per i loro personaggi. Ma ho imparato tantissimo da lei. Mi ha introdotto al lavoro sui sogni, che ha cambiato il mio modo di lavorare, la mia vita, lo abbiamo portato anche sul set di Hamnet. È stato davvero uno scambio, un’interdipendenza».

I suoi film sono pieni di energia, di vibrazione, sempre in connessione con la natura. Cosa prova quando dirige?

«Molto spesso sono esausta. Emily Watson dice che io e Jessie diventiamo come parafulmini: il corpo trasmuta energie. È stancante, ma è una stanchezza dolce, come un parto. Dolore e piacere sono molto vicini».

Lei è molto libera nel suo lavoro, ma deve confrontarsi con Hollywood, l’industria. Come tiene tutto insieme?

«A volte piango e mi lasciano fare quello che voglio. A parte gli scherzi: tutto sta nella scelta iniziale. Non fingo mai all’inizio. Dico subito chi sono e cosa voglio fare. L’ottanta per cento del lavoro è lì. Poi la libertà esiste solo dentro un contenitore. Senza contenitore è caos. Sul set ho bisogno di essere contenuta tanto quanto contengo gli altri. Quando il contenitore è forte, puoi andare in profondità. Quella è la vera libertà».

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