L'America vera dei doc da Oscar, gli orrori delle prigioni, il razzismo e le comunità che tentano la resistenza. Tre documentari candidati all’Oscar e storie che, messe insieme, raccontano un’altra America. Lontana dalle narrazioni ufficiali, che emerge ai margini: nelle prigioni, nei quartieri segnati dal razzismo, nelle comunità che resistono alla paura e al potere. Film costruiti con tempi lunghissimi – sei, sette, otto anni di lavoro – e con strumenti nuovi: telefoni clandestini nelle carceri, bodycam della polizia, archivi digitali, chiamate al 911.
Il sistema carcerario
Charlotte Kaufman, co-regista di The Alabama Solution, ha lavorato per sette anni dentro il sistema carcerario dell’Alabama. “Negli Stati Uniti oggi è quasi impossibile entrare in una prigione”, racconta. “Quando si è giornalisti è più facile ottenere accesso a una zona di guerra che a un carcere americano. Per questo quando si presenta l’occasione bisogna coglierla subito”. Dopo la prima visita alla prigion…
L'America vera dei doc da Oscar, gli orrori delle prigioni, il razzismo e le comunità che tentano la resistenza. Tre documentari candidati all’Oscar e storie che, messe insieme, raccontano un’altra America. Lontana dalle narrazioni ufficiali, che emerge ai margini: nelle prigioni, nei quartieri segnati dal razzismo, nelle comunità che resistono alla paura e al potere. Film costruiti con tempi lunghissimi – sei, sette, otto anni di lavoro – e con strumenti nuovi: telefoni clandestini nelle carceri, bodycam della polizia, archivi digitali, chiamate al 911.
Il sistema carcerario
Charlotte Kaufman, co-regista di The Alabama Solution, ha lavorato per sette anni dentro il sistema carcerario dell’Alabama. “Negli Stati Uniti oggi è quasi impossibile entrare in una prigione”, racconta. “Quando si è giornalisti è più facile ottenere accesso a una zona di guerra che a un carcere americano. Per questo quando si presenta l’occasione bisogna coglierla subito”. Dopo la prima visita alla prigione di Easterling i registi capiscono che dietro quelle mura sta accadendo qualcosa di enorme. “Stavamo guardando una crisi gigantesca”, dice Kaufman. Per raccontarla hanno usato anche immagini girate clandestinamente dai detenuti. “Circa il trenta per cento del film è composto da video realizzati con telefoni cellulari dentro il carcere”, spiega.
Il film documenta violenze, abusi e morti. “Abbiamo tracciato circa 1500 morti nelle prigioni dell’Alabama dal 2019”, racconta la regista. “Tutto è documentato”. Ma il problema non è solo raccogliere prove. “I documenti da soli non bastano”, dice. “Il pubblico può connettersi con i dati solo fino a un certo punto. La vera sfida è trasformare quei numeri in una storia umana”. Sette anni di lavoro cambiano anche il modo in cui la regista guarda l’America. “Quando abbiamo iniziato eravamo scioccati dal livello di potere autoritario che esiste dentro il sistema carcerario”, spiega. “L’amministrazione controlla tutto: cosa mangi, cosa leggi, può ascoltare le tue telefonate, può isolarti completamente. Può perfino uccidere qualcuno e non essere chiamata a risponderne”. All’inizio sembrava un’anomalia confinata dietro le mura della prigione. “Ci sembrava incredibile che un sistema del genere potesse esistere dentro una democrazia”, dice. “Ma sette anni dopo quella stessa logica autoritaria la vediamo diffondersi anche fuori”. Per Kaufman il carcere è diventato una sorta di laboratorio politico. “Quello che oggi vediamo per le strade è stato in un certo senso testato prima nelle prigioni”, afferma. “Il Paese si è abituato all’idea che due milioni di persone possano essere trattate in quel modo. E quando una società accetta questo, non dovrebbe stupirsi se quella mentalità si espande”. Il lavoro non si è fermato con il film. “Sul nostro sito abbiamo pubblicato il database di tutte le 1500 morti che abbiamo documentato”, racconta. “È una specie di memoriale pubblico, perché altrimenti queste persone verrebbero dimenticate”.
Le violenze della polizia
Un’altra forma di violenza attraversa The Perfect Neighbor, il documentario di Geeta Gandbhir, costruito quasi interamente con materiali reali della polizia: bodycam, telecamere di sorveglianza, chiamate al 911. Il film ricostruisce l’uccisione di Ajika Owens, una donna nera colpita dalla vicina bianca in Florida. La storia arriva alla regista in modo personale. “Ajika Owens era una cara amica di una mia familiare”, racconta Gandbhir. “Quando è stata uccisa abbiamo ricevuto una telefonata disperata”.
Due mesi dopo gli avvocati della famiglia ottengono trenta ore di materiali della polizia tramite il Freedom of Information Act. “Erano bodycam, interrogatori, chiamate al 911”, ricorda. “Io vengo dal montaggio, quindi ho ordinato tutto cronologicamente. Ci sono volute due settimane. È stato allora che ho capito che lì dentro c’era un film”. La regista decide di costruire il documentario con il ritmo di un thriller. “Volevo che il film afferrasse lo spettatore e non lo lasciasse andare”, spiega. “A volte i documentari restano confinati a un pubblico molto piccolo. Io volevo raggiungere quante più persone possibile”. La distribuzione su Netflix ha portato il film a un pubblico enorme. “Credo che abbia raggiunto circa cinquanta milioni di persone”, dice. “E per me era importante anche un’altra cosa: dare alla famiglia la maggior parte dei ricavi della vendita, perché quattro bambini erano rimasti senza madre”.
Nel film la legge sullo stand your ground diventa quasi un personaggio. “La legge permette di usare forza letale se una persona percepisce una minaccia alla propria vita”, spiega Gandbhir. “Il problema è che quella minaccia può essere percepita, non deve essere reale”. Ed è lì che entrano in gioco i pregiudizi. “A seconda di chi sei cambia ciò che percepisci come minaccia”, osserva. Emerge anche il ruolo della paura nella politica americana. “La paura costruita artificialmente è un’arma politica potentissima”, dice. “Quando ci viene insegnato a temere i nostri vicini finiamo per tollerare che a loro accadano cose che non accetteremmo mai per noi stessi”. Per la regista la storia di Ajika Owens diventa il ritratto di un meccanismo più ampio. “Quando il razzismo, il potere e l’accesso alle armi si incontrano, una persona può diventare terribilmente pericolosa”, dice.
Mostrare il potere in Iran
Accanto a questi due ritratti dell’America contemporanea, Cutting Through Rocks racconta una storia che parte dall’Iran ma dialoga con le stesse domande sul potere. Il film, diretto da Sara Khaki insieme a Mohammadreza Eyni, segue per otto anni la storia di Sarah Shahverdi, prima donna eletta nel consiglio di un villaggio rurale nel nord-ovest dell’Iran. Khaki, che ha studiato e vissuto negli Stati Uniti, racconta il film mentre il suo Paese vive una fase drammatica. “La guerra è qualcosa di insopportabile”, dice. “Immagina la tua casa d’infanzia bombardata, il tuo quartiere distrutto, i luoghi della tua memoria ridotti in macerie”. Il documentario però racconta una storia opposta alla distruzione. “Il film parla di leadership”, spiega. “Di come si possa avere potere e scegliere di condividerlo invece di usarlo per controllare o reprimere”.
Il progetto è durato otto anni. “Ogni volta che tornavamo nel villaggio pensavamo che sarebbe stata l’ultima volta”, racconta Khaki. “Poi accadeva sempre qualcosa che rendeva la storia più complessa”. Durante le riprese i registi hanno avuto problemi con le autorità iraniane. “Ci hanno confiscato i dischi rigidi e per un anno non ci è stato permesso di lasciare il Paese”, racconta Eyni. “Non eravamo nemmeno sicuri di riuscire a finire il film”. Eppure, la storia raccontata nel documentario parla proprio della possibilità di cambiare le cose dall’interno. “Sarah Shahverdi ha un potere molto piccolo”, dice Khaki. “Ma lo usa per cambiare prospettive: promuove l’educazione femminile, combatte i matrimoni precoci, insegna alle ragazze a guidare la moto”. Ed è proprio questa idea di leadership che, secondo i registi, rende il film universale. “Ogni giorno ci svegliamo con notizie terribili provenienti dai leader mondiali”, osserva Khaki. “Il nostro film ricorda che il potere non dovrebbe schiacciare le persone ma creare spazio per gli altri”.