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CINEMA

"Violette", quando sboccia un'artista

Novità al cinema, le pagelle dei critici di Repubblica. Per orientarsi nella scelta
LEGENDA
O da evitare
OO si può perdere
OOO si può vedere
OOOO da vedere
OOOOO da non mancare
OOOOOO indimenticabile

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Così prolifico da aver dato origine a festival (vedi il Biografilm, che si è svolto proprio questo mese a Bologna), il film biografico non è materia facile da trattare. Spesso dà origine – per rispetto, deferenza o semplice conformismo - a pellicole noiose e prevedibili. Però ci sono eccezioni: straordinarie, come il film di Martone su Giacomo Leopardi o (in tono minore) questo Violette: opera di un regista, Martin Provost, già autore di una bella biografia della pittrice Séraphine de Senlis.

Adesso Provost si concentra su Violette Leduc, scrittrice di razza dalla fama al di sotto dei suoi effettivi meriti; seguendola in quel difficile itinerario che è sempre lo sboccio di un artista ma anche, e soprattutto, nella sua travagliata vicenda umana e psicologica. Niente allori accademici, dunque, ma la storia di una donna appassionata e piena di ossessioni, portatrice di un’imbarazzante tendenza a rendersi insopportabile per troppo bisogno d’amore. Il film copre un arco temporale che va dalla guerra (quando Violette viveva assieme al presunto marito, lo scrittore omosessuale Maurice Sachs, poi campava col mercato nero) agli anni Sessanta, al tempo dell’amicizia tra lei e Simone de Beauvoir, dell’emergente questione femminista e delle lotte combattute dal “secondo sesso”. Violette riesce a ottenere che il suo idolo, la già affermata Simone, legga il manoscritto del suo romanzo “L’asfissia”. Beauvoir lo fa pubblicare da Gallimard, ma il libro esce malamente e non serve a trarre dall’oscurità la neo-scrittrice, che cade in una depressione esaltata dal fatto che, mentre lei è innamorata dell’altra, Simone non intende superare i confini dell’amicizia. Malgrado le delusioni iniziali, la scrittrice famosa riuscirà a convincere la neofita a misurarsi ancora con la pagina scritta, confidandovi anche le proprie esperienze più personali e dolorose. Oltre a quella, centrale, che la lega alla carismatica Beauvoir, il film percorre le altre relazioni di Violette – con la madre adorata e detestata, con amici perlopiù omosessuali, con amanti di entrambi i sessi – senza che la pena alla solitudine e alla (auto)esclusione le sia condonata.

Compaiono nel film personaggi noti della storia letteraria del Novecento, come Jean Genet (Jean-Paul Sartre, invece, è solo nominato) o il profumiere-mecenate Jacques Guérin, interpretato dal bravo Olivier Gourmet. Più tardi, sempre col sostegno di Beauvoir, Leduc può pubblicare il suo “La bastarda” (l’altra ferita di Violette era la condizione di illegittima), dove racconta vicende molto intime della propria vita come l’amore saffico in collegio o l’aborto. Costruito per capitoli, con larghe ellissi temporali e molti momenti “sospesi”, il film si muove sul delicato confine tra arte e vita (particolarmente sottile in Leduc) senza scivolare mai nell’agiografia o nella celebrazione; nemmeno nel finale, particolarmente pudico e sommesso per un “biopic”. Va da sé che, di un film del genere, i pilastri sono le performance degli attori.

E qui Provost gioca le sue carte migliori affidando le due scrittrici di personalità opposta, ma accomunate dalla convinzione e sincerità della stima reciproca, a Emmanuelle Devos e Sandrine Kiberlain. L’una accetta di rendersi sgradevole (“Non mi amate perché sono brutta!” dice a Beauvoir), petulante, auto commiserante; l’altra è una maschera giapponese per impenetrabilità e per stile, un mostro sacro della letteratura dell’epoca osannato e rispettato. Oltre le apparenze, però, si tratta di due donne sole. E che cercano, in modi diversi, di combattere le costrizioni del ruolo femminile che le ha chiuse nelle rispettive solitudini.

VIOLETTE
Regia di Martin Provost. Con Emmanuelle Devos, Sandrine Kiberlain

OOOO
Il trailer, le foto, la scheda