'Hitchcock/Truffaut', intervista tra colleghi entrata nella storia del cinema
Paolo D'Agostini
Novità al cinema, le pagelle dei critici di Repubblica. Per orientarsi nella scelta
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Quella settimana di incontri, ogni giorno dalle nove alle diciotto in un ufficio degli Studios Universal a Hollywood durante l’estate del 1962, quando l’intervistato aveva 63 anni e l’intervistatore ne aveva trenta ma aveva già siglato due capolavori quali I 400 colpi e Jules et Jim, non fu filmata ma fu documentata soltanto da alcuni scatti fotografici di Philippe Halsman e da un registratore, di cui spesso e volentieri il Mago del Brivido impone lo spegnimento, che oggi ci restituisce le voci di sir Alfred, di François e della signora Helen Scott chiamata a fare da interprete, a quanto si può capire più indispensabile al giovane francese che non al celebre regista inglese. Nonostante il rimpianto per questa mancanza, il documentario di Kent Jones Hitchcock/Truffaut risulta oggi una testimonianza di capitale importanza. Oltre che un piacere da assaporare. E non tanto, non solo, grazie alle interviste a prestigiosi hitchcockiani come Martin Scorsese, Peter Bogdanovich, David Fincher, Wes Anderson, Paul Schrader, James Gray (Little Odessa, Two Lovers, C’era una volta a New York), Richard Linklater; o truffautiani come Olivier Assayas. Non tanto, o non solo, grazie alla citazione ragionata, e abilmente sincronizzata con le argomentazioni, di abbondanti brani da La finestra sul cortile, La donna che visse due volte, Intrigo internazionale, Notorious, Psycho, Gli uccelli, L’uomo che sapeva troppo (primo e secondo), Il sospetto, Il ladro, Io confesso, Marnie e altri titoli compresi i più antichi di Hitch. Ma soprattutto proprio in virtù di quelle due voci, che è un'autentica e forte emozione ascoltare.
"Hitchcock/Truffaut", duello tra geni cinematografici
Il libro dal titolo Il cinema secondo Hitchcock sarebbe stato pubblicato nel 1966, con successive innumerevoli riedizioni (la prima italiana nel ’77 editore Pratiche), e come giustamente nel documentario viene sottolineato sarebbe stato ed è tutt’oggi “uno dei pochi libri davvero indispensabili sul cinema”. Truffaut aveva scritto a Hitchcock una lettera proponendogli una serie di discussioni approfondite (così ci spiega il doc di Kent Jones) su tutta la sua produzione. Hitchcock accettò una conversazione della durata di otto giorni. Nell’agosto del ’62, a partire dal giorno 13 che era anche il compleanno di sir Alfred, Truffaut approdò al Beverly Hills Hotel da dove ogni giorno per una settimana partiva armato di microfono e registratore, accompagnato da Helen Scott, per gli Universal Studios dove avrebbe raccolto qualche decina di ore di intervista. Intervista condotta cronologicamente, seguendo il corso della vita artistica di Hitch. Con domande concepite da appassionato ed esperto, da “erudito” dice il documentario, e al contempo da professionista che colloquia con un collega. La competenza minuziosa e appassionata (anche fanatica) proveniva già da lontano. Hitchcock era stato un cavallo di battaglia dei redattori dei Cahiers du cinéma e futuri auteurs della Nouvelle Vague. Lo stesso Truffaut aveva già intervistato il “collega” inglese per i Cahiers e un primo libro critico, curato da Chabrol con Rohmer, era uscito nel 1957. Tuttavia succede qualcosa di più. Se i critici dei Cahiers e futuri registi della Nouvelle Vague avevano “creato un nuovo olimpo del cinema” già celebrando, secondo i loro parametri, Hitchcock come grande artista – “essere un vero artista significava esporsi, gettarsi completamente nel proprio film con tutte le paure, ossessioni, feticci proprio come faceva Hitchcock” – l’incontro del ’62 e il libro del ’66 vedono esprimersi pienamente una sintonia sulla comune relazione con il cinema come ragione esclusiva di vita. Per Truffaut, dice Assayas, il libro è parte integrante della sua opera, ha lo stesso valore di un suo film. Quanto a Hitchcock, sottolinea Bogdanovich, è un coronamento definitivo, la svolta radicale dell’idea e dell’opinione generale sul suo conto. Non più puro e semplice intrattenitore, ma molto di più.I due si scambiano confessioni e celie sulle rispettive percezioni della paura. Della paura della polizia e della giustizia. Entrano in una dimensione di confidenza personale. Si ritrovano nell’aver incontrato nel cinema una compensazione. L’anziano rievoca il terrore provato per una punizione infantile. Il giovane ha personalmente vissuto l’episodio della consegna da parte dei genitori alla polizia travasato nei 400 colpi, e nella sua vita prima da critico e poi da regista ha cercato altri padri, a partire da André Bazin. Hitchcock è uno di questi. E sente di doversi sdebitare, di ricambiare liberandolo dalla limitativa reputazione che lo ha sempre inseguito. La testimonianza sonora di quella ormai leggendaria conversazione ci dice anche qualcosa di nuovo sul pudore e sulle morbosità di Hitchcock, fattori intorno ai quali si è parecchio ricamato. Nel parlare delle nudità della scena clou di Psycho (“sette giorni di riprese, 70 angolazioni della cinepresa” e gli stratagemmi per evitare che si vedano chiaramente le nudità di Janet Leigh) o nel parlare dell’esasperato feticismo di Vertigo-La donna che visse due volte, non si fa pregare per tirare esplicitamente in ballo l’erotismo o proprio l’eccitazione sessuale (a un certo punto usa la parola “erezione”), anche se capita che chieda di spegnere il registratore. Martin Scorsese si spinge avanti. Dice che proprio con Psycho, film che dopo la battuta d’arresto di Vertigo (“fu un pareggio” sentenzia laconico Hitch), e a partire da una base molto fragile per diretto riconoscimento del regista inglese, si risolse in un colossale successo planetario, Hitchcock avrebbe anticipato la rivoluzione e il ribaltamento totale degli anni 60 con tutto il loro bagaglio di inquietudini e messa in discussione. Malgrado, appunto, “il soggetto fosse orribile, i protagonisti insignificanti, i personaggi assenti”, Hitchcock dixit. Aggiungendo: “è puro film, il mio orgoglio. Un film che appartiene ai registi. A noi – si rivolge a Truffaut – lei e me”. Da quell’agosto del ’62 i due non si sarebbero più allontanati. Fino all’80 della morte di sir Alfred si scrissero molto, si scambiarono consigli e commenti sui rispettivi lavori. Sicuramente il giovane collega aveva donato energia e amicizia a quello anziano, che gliene fu grato. Ma non senza continuare a chiedersi se e dove avesse sbagliato. “Forse dovevo sperimentare di più. Sono diventato prigioniero della mia stessa formula? A volte vorrei essere al suo posto”. Firmato: “Affezionatamente. Hitch”.