Spettacoli

LA CRITICA

"Ascensore per il patibolo", Malle e il sogno che rivoluziona il cinema

Novità al cinema, le pagelle dei critici di Repubblica. Per orientarsi nella scelta
LEGENDA
O da evitare
OO si può perdere
OOO si può vedere
OOOO da vedere
OOOOO da non mancare
OOOOOO indimenticabile

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RIMESSO in circolazione nell’ambito del progetto “Il cinema ritrovato al cinema – classici restaurati in prima visione” patrocinato dalla Cineteca di Bologna a partire dal settembre 2013 (per un’iniziativa degna delle massime lodi per la sua caratura di promozione culturale, ma che ha anche dimostrato la consistente esistenza di un target ricettivo, purtroppo con esiti altalenanti a causa di una rete distributiva disomogenea da città a città. Roma, per esempio, è una pecora nera), ecco ora Ascensore per il patibolo. Primo film di Louis Malle nel 1957, Ascenseur pour l’echafaud non è propriamente un capolavoro, non lo è perché è per molti aspetti insicuro e acerbo, ma chiama in causa tanti argomenti che vale la pena soffermarvi un po’ di attenzione.

Louis Malle. Nato nel 1932 e dunque coetaneo di Truffaut, Malle proviene da una famiglia di alta classe sociale al contrario del coetaneo François, e la sua scelta di vita a favore del cinema è una ribellione. Compagno di strada ma mai effettivamente integrato nel gruppo della Nouvelle Vague, di cui non condivide le origini critiche (i Cahiers du Cinéma) né i successivi manifesti estetici come movimento creativo, si muoverà sempre in modo del tutto autonomo. Nel più libero eclettismo, esordisce nel documentarismo subacqueo accanto al mitico “comandante” Cousteu e come aiuto del grande outsider Bresson. Per il suo debutto autoriale sceglie di rendere omaggio al “polar”, neologismo francese per indicare il genere poliziesco-noir, e spazia poi tra suggestioni molto diverse, pur tenendo spesso presenti spunti difficili come la pedofilia o l’incesto, mettendo a segno una serie di risultati di altissimo profilo. Da Zazie nel metrò a Soffio al cuore, da Pretty Baby ad Atlantic City passando per due grandi film come Cognome e nome: Lacombe Lucien e Arrivederci ragazzi che hanno in comune la memoria (non, senza perdere in leggerezza, edulcorata e fiabesca come quella dell’Ultimo metrò di Truffaut) dell’occupazione, del collaborazionismo, della persecuzione degli ebrei in Francia. Fino al precoce quanto prezioso congedo del cecoviano Vanya sulla 42esima strada, un anno prima della sua morte avvenuta nel 1995 negli Stati Uniti dove si era trasferito in seguito all’unione con l’attrice Candice Bergen.

Il film. Come in La fiamma del peccato (Double Indemnity, Billy Wilder, 1944, da un romanzo di James Cain, sceneggiato da Raymond Chandler con il regista) e come in Il postino suona sempre due volte (il primo, del 1946, con Lana Turner e John Garfield, anche questo da un romanzo di Cain), una coppia di amanti (Jeanne Moreau e Maurice Ronet) progetta il delitto perfetto ai danni del marito di lei. La vittima è un importante industriale che si è arricchito grazie alle forniture belliche per le guerre coloniali in Indocina e Algeria, e dunque grazie a potenti relazioni politiche; lei è la sua elegante e sofisticata signora; l’altro è l’addetto stampa nonché uomo di fiducia della vittima. Il piano prevede la liquidazione del primo nel suo ufficio di sabato pomeriggio quando il palazzo si è svuotato. Ma un ruvido e intuitivo commissario della brigata criminale parigina (Lino Ventura) li incastra sfruttando le imprudenze che hanno messo con le spalle al muro l’uomo paradossalmente a causa di un secondo delitto che non ha commesso. Tutto ruota intorno a un ascensore dell’ufficio nel quale lui, Julienne Tavernier, rimane bloccato per tutta la notte tra sabato e domenica. 

Più che la solidità dell’intreccio (chissà quante bacchettate sulle dita gli avrebbe inflitto Hitchcock?) o la sicurezza nel gestire la regia e imprimerle un’impronta personale, l’asso nella manica del film è la sua atmosfera. La Parigi degli anni 50, sorpresa e sospesa tra lo sfondo delle grane coloniali (persa l’Indocina a Dien Bien Phu nel ’54, il guaio algerino in pieno corso) e i richiami del consumismo e dell’americanizzazione (il ragazzetto che ruba l’auto di Julienne e commette in un motel il delitto che a Julienne verrà addossato, è un blouson noir, un piccolo irresponsabile “giovane bruciato”). La Moreau che vaga nella notte piovosa senza meta tra un hotel e un bar alla cieca ricerca di Julienne, qui sul trampolino di lancio che farà di lei una grande star del cinema (sarà vero che Antonioni la scopre qui e la sceglie per La notte?). L’assassino, lucido e freddo, ex capitano dei parà ed ex legionario che ha maturato pelo sullo stomaco e disprezzo antiborghese nelle guerre coloniali ma probabilmente già prima militando nel maquis. E, clamoroso valore aggiunto, la decisiva e indimenticabile tromba jazz di Miles Davis all’apice della sua creatività (Kind of Blue nasce di lì a poco).

Il genere “polar”. Faccenda ricca di interessanti contraddizioni. Nella Francia tra anni Quaranta e Sessanta, ma soprattutto Cinquanta, si forma un’originale variazione sul modello letterario e cinematografico americano dell’hard boiled e del noir. Film come Il corvo e Legittima difesa (Quai des orfèvres), soprattutto Grisbi e Rififi rispettivamente del ’53 e del ’54, I diabolici, Il buco, Delitto in pieno sole. Registi come Clouzot, Becker, Dassin, Clement, illustrano questo ricco percorso. La scalpitante pattuglia della Nouvelle Vague, nel rigettare sbrigativamente il mestiere del “cinema di papà” (importanza di scrittura e recitazione, artifici scenografici) e nel contemporaneo rifondare l’Olimpo del cinema amato e approvato, fa i conti con questo tipo di film non del tutto coerentemente, bocciando e promuovendo qua e là. E il nodo viene al pettine quando, passando dalla critica alla regia, alcuni di loro si riveleranno fortemente influenzati da quel modello, Chabrol in testa che lo alimenterà massicciamente. Ad appianare la contraddizione, almeno parzialmente (parzialmente perché la personalità, molto indipendente, verrà un po’ adottata e un po’ snobbata dai “cattivi ragazzi” della NV), è l’emergere di Jean Pierre Melville che del polar sarà un vero asso, portandolo avanti per tutto il decennio Sessanta e fino alla prematura morte (1973). Con Melville, in particolare nel film Tutte le ore feriscono l’ultima uccide, Lino Ventura si affermerà pienamente come erede di Jean Gabin nel compito di attore-icona del genere e delle sue atmosfere in versione francese.

ASCENSORE PER IL PATIBOLO
Regia di Louis Malle. Con Jeanne Moreau, Maurice Ronet, Georges Poujouly, Yori Bertin, Jean Wall

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