'Il ministro', commedia all'italiana oggi più acida e volgare
di ROBERTO NEPOTI
Novità al cinema, le pagelle dei critici di Repubblica. Per orientarsi nella scelta
LEGENDA
O da evitare
OO si può perdere
OOO si può vedere
OOOO da vedere
OOOOO da non mancare
OOOOOO indimenticabile
1 minuti di lettura
Metti una sera, a cena. Il cinema italiano sembra aver scoperto un modello di film, economico e funzionale, già molto praticato in Francia: quello in cui i personaggi sono riuniti per cenare insieme, con corollario di rivalità, litigi, rivelazioni più o meno imbarazzanti. Dopo Il nome del figlio (che, appunto, a un modello francese si rifaceva) e il fortunato Perfetti sconosciuti arriva questa commedia nera scritta e diretta da Giorgio Amato, epigono con meno glamour ma molta più crudeltà di quei predecessori. Franco, piccolo imprenditore nel ramo delle bonifiche industriali, è riuscito a invitare a cena un ministro, che intende comprare perché gli assicuri un appalto. Assieme al corrompibilissimo politico siedono al tavolo Rita, la moglie di Franco, suo cognato Michele e la presunta escort cinese, laureanda in teologia ermeneutica, che questi ha procurato per movimentare la notte del ministro; al quale l'ospite offrirà anche i suoi piatti preferiti, annaffiati da un vino costosissimo, e una valigetta piena di soldi. La serata si fa difficile per l'anfitrione, tra i malumori della consorte, le idiozie del cognato, le reazioni imprevedibili della giovane orientale e i problemi della cameriera Esmeralda. In ogni caso, il ministro dovrà avere non solo i quattrini, ma anche la sua parte di ginnastica sessuale.
Basato su ipotesi tristemente realistiche per il costume nazionale, il film di Amato si rifà in qualche misura alla classica commedia all'italiana, però in una versione (adattata ai tempi?) più acida e volgare. Basti accennare che, a mo' rispettivamente di prologo e di epilogo, è rinchiuso tra una cacca e una pipì di cane. Se le dinamiche giungono abbastanza vicine al centro del bersaglio, il cinismo programmatico di ciascuno dei personaggi finisce per incorrere nella solita equazione: il più pulito ha la rogna, quindi tutti sono virtualmente assolti. Si tratta, insomma, di "nuovissimi mostri", al cui confronto i mostri e i nuovi mostri dei film di Dino Risi e di Ettore Scola fanno quasi tenerezza. Al sociologo dire quanto il personaggio del titolo rifletta l'attuale abisso di sfiducia degli italiani per il loro personale politico. Buona l'interpretazione di Gianmarco Tognazzi, in una parte che avrebbe potuto essere nelle corde del padre Ugo. Curiosa la presenza di Jun Ichikawa, giapponese di origine ma romana d'adozione, che fu la piratessa Ching in Dietro i paraventi di Ermanno Olmi.
IL MINISTRO
Regia di Giorgio Amato
Con Gianmarco Tognazzi, Alessia Barela, Fortunato Cerlino OOO