'Song to song', se Malick non è all'altezza del suo mito
Paolo D'Agostini
Novità al cinema, le pagelle dei critici di Repubblica. Per orientarsi nella scelta
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(ansa)
Terrence Malick è stato un mito. Dopo La rabbia giovane e I giorni del cielo, testimonianza della sua originale appartenenza alla generazione che negli anni 70 ha rivoluzionato Hollywood, trascorrono vent’anni prima del suo terzo film. La sottile linea rossa viene accolto come una rivelazione, il modo più penetrante ancorché indiretto — siamo a Guadalcanal nel 1942 — di esplorare i traumi bellici dell’America uscita dal Vietnam e già in via di insabbiamento in Medio Oriente. Ci si inchina al capolavoro. Il culto è esaltato dalla rarità della sua produzione. Con il nuovo secolo le opere si fanno più frequenti ma il loro stile anti-narrativo, sempre più rarefatto, viene ulteriormente accentuato, le misure debordano e la filosofia prende tutto il campo.
Con Song to Song siamo a Austin, Texas (dove il regista vive), mecca di artisti, eventi, club, festival musicali. Il terzetto alla Jules et Jim è composto da Michael Fassbender produttore, prevaricatore dal pericoloso vitalismo, Ryan Gosling musicista che a lui si affida, dalla cantautrice Rooney Mara doppiogiochista tra i due, che accompagna il finale pentimento proclamando "ho giocato con il fuoco della vita". Si aggiungono una seconda ragazza (Natalie Portman) e una rosa di apparizioni di lusso. Belli, nel senso di oggetti belli da guardare. Ma l'effetto generale è irritante e soporifero. Con tutto il rispetto, il mito ha deluso.
SONG TO SONG
Regia di Terrence Malick
Con Gosling, Mara, Fassbender, Portman
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