'Il mio Godard', intransegente e radicale questo Godard vira verso la caricatura
Paolo D'Agostini, PAOLO D'AGOSTININovità al cinema, le pagelle dei critici di Repubblica. Per orientarsi nella scelta
LEGENDA
O da evitare
OO si può perdere
OOO si può vedere
OOOO da vedere
OOOOO da non mancare
OOOOOO indimenticabile
La lezione di cinema di Hazanavicius - Il film su Godard come autoritratto
È il 1967. Jean-Luc Godard, idolatrato “da Fritz Lang e da Jean Renoir, dai Beatles e dai Rolling Stones”, è non solo il più celebre, corteggiato e autorevole innovatore del cinema mondiale contemporaneo ma anche una potente icona pop di quegli irriverenti anni 60, “al pari di Andy Warhol o Muhammad Alì”. Dal suo esordio del 1959 con Fino all’ultimo respiro, manifesto della Nouvelle Vague, e fino ad ora ha praticato ancora un cinema che sia pur audacissimo e di completa rottura formale non ha rinunciato alle coordinate della narrazione. Con La cinese – il film che segna il suo incontro con Anne, che sposerà dopo essere stato sposato con Anna Karina attrice feticcio della sua prima parte di carriera – Godard rompe radicalmente i ponti con il passato e con la fama acquisita per entrare in una nuova stagione, col tempo sempre più antinarrativa, fortemente politicizzata sotto l’influsso dei fermenti ideologici che segnano il biennio tra ’67 e ’69. Con al centro il Maggio 1968.
Il mio Godard mette a fuoco l’uomo e l’artista nella sua relazione amorosa con Anne. Logorata, nonostante l’incondizionata adorazione di lei, dall’intransigente e capriccioso radicalismo di lui. Che, per quanto il sentimento del regista e del film non persegua un intento demolitore (“ironia senza cattiveria”), risulta fatalmente caricaturale. Respinto dalle assemblee di movimento, impacciato e goffo nelle manifestazioni di piazza dove appare come un pesce fuor d’acqua malgrado la foga nel gridare gli slogan più aggressivi, il suo La Chinoise bocciato dal pubblico e, cocente delusione, messo all’indice dalla Cina di Mao. Mentre su un muro compare la scritta “Godard il più cretino tra gli svizzeri maoisti”, amici e colleghi gli fanno il vuoto intorno e durante un soggiorno romano il discepolo Bernardo Bertolucci lo liquida con un sonoro “vaffa”. Eppure, insopportabile egocentrico insensibile alle ragioni degli altri e in privato piuttosto maschilista, Jean-Luc sta vivendo con sprezzo del pericolo e totale esposizione di sé un momento di doloroso passaggio e dolorosa ricerca. E Anne, pur continuando ad amarlo, è costretta a prendere un’altra strada per l’assoluta impossibilità di contrastare la sua deriva distruttiva e autodistruttiva. Chissà se Hazanavicius ha reso un buon servizio alla conoscenza di questa controversa quanto decisiva personalità. Difficile non chiedersi che cosa ne abbia pensato il Maestro, ammesso che abbia visto il film.
IL MIO GODARD
Regia di Michel Hazanavicius
Con Louis Garrel, Berenice Bejo, Judie Styler
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