Provate a mettere nel vostro cd player o nel lettore "Babel" il nuovo album dei Mumford & Sons e l'unica, costante, piena sensazione che le canzoni del gruppo inglese vi daranno è quella della gioia. Il che, ovviamente, non è merce comune nella musica di oggi, non è materia che si distribuisce facilmente in dischi e concerti. Sì, i Mumford & Sons, quattro ragazzi inglesi che mescolano musica antica e sentimenti moderni con la leggerezza e la complessità che solo i grandi artisti riescono a offrire, non hanno altro interesse che quello di portare gioia a chi ascolta e, ovviamente, di gioire loro stessi. In barba alle mode, alle tendenze, al mercato, alle classifiche.
Non c'è elettricità nei loro strumenti, eppure la loro musica è elettrica, viva, appassionata. Non c'è elettronica nei loro suoni, eppure le loro canzoni sono meravigliosamente intrecciate con la vita, con la nostra vita, della quale sembrano conoscere gli angoli più nascosti. Non c'è furbizia o ammiccamento in quello che propongono, eppure, con incredibile rapidità hanno scalato le classifiche di vendita non solo in Inghilterra, ma anche e soprattutto negli Stati Uniti, che hanno conquistato al pari di pochi altri loro conterranei, e dove sono oggi tra gli artisti di maggior successo e fama.
Ma, per adesso, non è il successo o la fama a muovere le loro gambe. Basta andare a un loro concerto per rendersene conto, perché quella gioia che naturalmente trasmettono dal palco si diffonde nella platea (sia essa quella di una grande arena con migliaia e migliaia di persone, sia quella di un piccolo pub nel quale ancora suonano intrecciando sfide con i musicisti locali) e ritorna a loro come una grande onda, che viene ancora una volta amplificata nella loro musica.
E' un circolo virtuoso che Marcus Mumford, cantante, chitarrista e frontman del gruppo, il tastierista Ben Lovett, il banjoista Winston "Country" Marshall e il bassista Ted Dwane sembrano conoscere a menadito, e che è l'elemento chiave del loro straordinario successo, nato nei club della scena folk della West London del 2007, quando la formazione nasce. Un anno dopo i quattro sono già in tour per l'Inghilterra, con i loro strumenti acustici e nel novembre del 2008 i Mumford pubblicano il loro primo ep. Concerti, concerti e ancora concerti, servono ai quattro amici per stringere un rapporto sempre più forte tra di loro e per mettere a fuoco una musica che pesca a piene mani dal folk britannico e dalla musica popolare americana, aggiornata da una sensibilità straordinariamente contemporanea e da una capacità musicale non indifferente. E' il suono del banjo a renderli immediatamente caratteristici, la bellezza delle melodie a catturare l'attenzione e la bella voce di Marcus Mumford offre il tocco finale.
Le canzoni del loro primo album, "Sigh no more", pubblicato nell'ottobre del 2009, conquistano prima il pubblico inglese e poi, un anno dopo, il cuore di quello americano. A febbraio 2011 ottengono due nomination ai Grammy, ma la consacrazione avviene sul palco dei premi, quando suonano e cantano "Maggie's Farm" con Bob Dylan, che spinge l'album in alto nelle classifiche, fino a fargli vendere fino ad oggi ben cinque milioni di copie. Cinque milioni di copie di un disco in cui non c'è batteria elettronica, non c'è dj o dance, non c'è rap o materiale per un videoclip alla moda. C'è solo musica, grandi canzoni, come quelle del nuovo disco, "Babel", uscito da poche settimane e già ai vertici delle classifiche di mezzo mondo. Stessa formula, nessuna novità, solo uno dei migliori album usciti quest'anno.
Il singolo "I will wait" basterebbe da solo a spiegare cosa i Mumford & sons sono e vogliono essere. Ma anche il resto del disco è maturo, compatto, ben scritto e ben suonato. La band inglese mette insieme folk inglese e americano, un eccellente gusto per la melodia cantabile, una struttura generalmente ripetitiva che, però, è un modulo "folk" che si è sufficientemente evoluto rispetto al primo album, che già brillava per emozione e fascino. In "Babel" la formula è portata al meglio, portata al limite, certamente sondata in ogni possibilità, dal primo all'ultimo brano dell'album, come se i Mumford, per evitare l'errore che fanno molti di quelli che restano "travolti" da un successo enorme al primo album, avessero pensato bene di attaccarsi con forza alle proprie radici e, al tempo stesso, di parlare al pubblico senza perdere l'anima.
I Mumford & Sons dicono, in breve, "se vi piace è così" e provano a dettare le loro regole del gioco. Il risultato è piacevolissimo, divertente, romantico, appassionato, ripetitivo. Così come il blues è ripetitivo, così come il folk è ripetitivo. Una ripetizione che è nuova ogni volta e non stanca. Pop, musica popolare di grande qualità, per grandi e piccini.
Non c'è elettricità nei loro strumenti, eppure la loro musica è elettrica, viva, appassionata. Non c'è elettronica nei loro suoni, eppure le loro canzoni sono meravigliosamente intrecciate con la vita, con la nostra vita, della quale sembrano conoscere gli angoli più nascosti. Non c'è furbizia o ammiccamento in quello che propongono, eppure, con incredibile rapidità hanno scalato le classifiche di vendita non solo in Inghilterra, ma anche e soprattutto negli Stati Uniti, che hanno conquistato al pari di pochi altri loro conterranei, e dove sono oggi tra gli artisti di maggior successo e fama.
Ma, per adesso, non è il successo o la fama a muovere le loro gambe. Basta andare a un loro concerto per rendersene conto, perché quella gioia che naturalmente trasmettono dal palco si diffonde nella platea (sia essa quella di una grande arena con migliaia e migliaia di persone, sia quella di un piccolo pub nel quale ancora suonano intrecciando sfide con i musicisti locali) e ritorna a loro come una grande onda, che viene ancora una volta amplificata nella loro musica.
E' un circolo virtuoso che Marcus Mumford, cantante, chitarrista e frontman del gruppo, il tastierista Ben Lovett, il banjoista Winston "Country" Marshall e il bassista Ted Dwane sembrano conoscere a menadito, e che è l'elemento chiave del loro straordinario successo, nato nei club della scena folk della West London del 2007, quando la formazione nasce. Un anno dopo i quattro sono già in tour per l'Inghilterra, con i loro strumenti acustici e nel novembre del 2008 i Mumford pubblicano il loro primo ep. Concerti, concerti e ancora concerti, servono ai quattro amici per stringere un rapporto sempre più forte tra di loro e per mettere a fuoco una musica che pesca a piene mani dal folk britannico e dalla musica popolare americana, aggiornata da una sensibilità straordinariamente contemporanea e da una capacità musicale non indifferente. E' il suono del banjo a renderli immediatamente caratteristici, la bellezza delle melodie a catturare l'attenzione e la bella voce di Marcus Mumford offre il tocco finale.
Le canzoni del loro primo album, "Sigh no more", pubblicato nell'ottobre del 2009, conquistano prima il pubblico inglese e poi, un anno dopo, il cuore di quello americano. A febbraio 2011 ottengono due nomination ai Grammy, ma la consacrazione avviene sul palco dei premi, quando suonano e cantano "Maggie's Farm" con Bob Dylan, che spinge l'album in alto nelle classifiche, fino a fargli vendere fino ad oggi ben cinque milioni di copie. Cinque milioni di copie di un disco in cui non c'è batteria elettronica, non c'è dj o dance, non c'è rap o materiale per un videoclip alla moda. C'è solo musica, grandi canzoni, come quelle del nuovo disco, "Babel", uscito da poche settimane e già ai vertici delle classifiche di mezzo mondo. Stessa formula, nessuna novità, solo uno dei migliori album usciti quest'anno.
Il singolo "I will wait" basterebbe da solo a spiegare cosa i Mumford & sons sono e vogliono essere. Ma anche il resto del disco è maturo, compatto, ben scritto e ben suonato. La band inglese mette insieme folk inglese e americano, un eccellente gusto per la melodia cantabile, una struttura generalmente ripetitiva che, però, è un modulo "folk" che si è sufficientemente evoluto rispetto al primo album, che già brillava per emozione e fascino. In "Babel" la formula è portata al meglio, portata al limite, certamente sondata in ogni possibilità, dal primo all'ultimo brano dell'album, come se i Mumford, per evitare l'errore che fanno molti di quelli che restano "travolti" da un successo enorme al primo album, avessero pensato bene di attaccarsi con forza alle proprie radici e, al tempo stesso, di parlare al pubblico senza perdere l'anima.
I Mumford & Sons dicono, in breve, "se vi piace è così" e provano a dettare le loro regole del gioco. Il risultato è piacevolissimo, divertente, romantico, appassionato, ripetitivo. Così come il blues è ripetitivo, così come il folk è ripetitivo. Una ripetizione che è nuova ogni volta e non stanca. Pop, musica popolare di grande qualità, per grandi e piccini.