Migliaia di voci da tutto il mondo:
è il Virtual Choir di Eric Whitacre
FEDERICO CAPITONI
Il compositore americano, grazie alla rete, fa cantare all'unisono persone lontane: "Non avrei mai immaginato di arrivare ad avere quasi 4000 voci da oltre 70 paesi. Cantare insieme è la cosa più immediata, economica e facile da fare. Ce l'abbiamo tutti nel dna". Leggi il commento di Angelo Foletto
ROMA - Se l'abito facesse il monaco, di Eric Whitacre (qui il suo sito web), biondo quarantenne americano, si direbbe tutto tranne che è uno dei compositori di musica corale più eseguiti e venduti al mondo, capace di vincere un Grammy nell'ultima edizione. Le sue partiture vanno a ruba (ne ha vendute oltre un milione), e tutti vogliono cantare la sua musica. Al di là dell'effettivo fascino delle sue composizioni, c'è qualcosa di più. Whitacre ha portato la musica classica nell'era di Internet: si è inventato il Virtual Choir, un coro che finisce per comprendere migliaia di persone di tutte le parti del mondo che cantano insieme senza essersi mai incontrate. Come? Basta registrare con una webcam la parte del soprano, del contralto, del tenore o del basso (ma c'è chi si cimenta in tutte e quattro) della composizione di Whitacre e caricare il video su YouTube. Uno staff di tecnici pensa a sincronizzare il tutto e a rendere l'audio perfetto…
ROMA - Se l'abito facesse il monaco, di Eric Whitacre (qui il suo sito web), biondo quarantenne americano, si direbbe tutto tranne che è uno dei compositori di musica corale più eseguiti e venduti al mondo, capace di vincere un Grammy nell'ultima edizione. Le sue partiture vanno a ruba (ne ha vendute oltre un milione), e tutti vogliono cantare la sua musica. Al di là dell'effettivo fascino delle sue composizioni, c'è qualcosa di più. Whitacre ha portato la musica classica nell'era di Internet: si è inventato il Virtual Choir, un coro che finisce per comprendere migliaia di persone di tutte le parti del mondo che cantano insieme senza essersi mai incontrate. Come? Basta registrare con una webcam la parte del soprano, del contralto, del tenore o del basso (ma c'è chi si cimenta in tutte e quattro) della composizione di Whitacre e caricare il video su YouTube. Uno staff di tecnici pensa a sincronizzare il tutto e a rendere l'audio perfetto. Il risultato è una sorprendente performance di grande suggestione anche visiva, dato che ogni Virtual Choir diventa un videoclip con i volti dei cantanti, anziani o giovanissimi, che hanno partecipato.
Finora Whitacre ha realizzato tre cori virtuali da sue composizioni, Lux aurumque (la sua "hit"), Sleep e Water Night, con un numero crescente di voci e entro poche settimane sarà pronto il quarto, che si preannuncia monumentale, dal titolo Bliss: "Sarà anche un ritorno alle mie origini pop - spiega - perché sono previsti un dj e innesti elettronici". Il brano è tratto dal finale della sua premiata opera teatrale Paradise Lost.
Mr Whitacre, i suoi dischi nei negozi sono nello scaffale "musica sacra". Le va bene questa collocazione?
"Non considero sacra la mia musica, nel senso che definisco tale la musica da eseguire in chiesa. Ciò che faccio è usare parole che parlino di verità, di vita. Mi piace la poesia di certi testi ma non sono religioso, né ateo né cristiano".
Quando si è interessato alla musica corale?
"Il coro m'interessa da quando ho iniziato io a cantare in un coro, a 18 anni. Da ragazzo suonavo la batteria e il sintetizzatore e volevo diventare una popstar; mi sarebbe piaciuto essere il quinto membro dei Depeche Mode o dei Duran Duran. Poi al college mi hanno convinto a entrare in un coro. Il primo giorno il direttore ha dato l'attacco e il coro ha iniziato il Kyrie dal Requiem di Mozart. È stata una sensazione fortissima e indimenticabile, da lì la mia vita è cambiata. Il cantare insieme mi ha preso proprio fisicamente, perché è come essere dentro alla musica circondato da altre persone che ti colpiscono con il canto. Mi piace ancora la musica rock, ma la musica corale è così stratificata da avere molta più profondità, mi commuove sempre".
Come le è venuto in mente il Virtual Choir?
"Una mia fan pubblicò su YouTube un video indirizzato a me in cui cantava la parte di soprano di una mia composizione, Sleep. Fui così colpito che mi venne l'idea: se una cinquantina di persone, dalla loro stanza, avessero fatto lo stesso con le quattro parti dei cori che scrivo, si sarebbe potuto ottenere un coro virtuale. Così è stato, ma non avrei mai immaginato di arrivare ad avere quasi 4.000 voci da oltre 70 paesi del mondo diversi. Ovviamente questo fa sì che possa esistere un coro formato da individui che abitano nelle parti più remote del pianeta, cosa improbabile fisicamente. Poi consente a me di dirigere migliaia di persone tutte insieme, più probabile ma molto difficile. Infine, cosa più importante, il coro unisce la gente come in una famiglia".
Lei è tra i compositori più eseguiti, non solo in America. Così anche Arvo Pärt e Morten Lauridsen che, come lei, scrivono spesso musica per coro. Come spiega il successo della musica corale?
"Il canto collettivo è la forma più antica di musica che abbiamo. Cantare insieme è anche la cosa più immediata, economica e facile da fare. Basta riunirsi e cantare, ce l'abbiamo nel Dna. E poi credo che oggi si sia perso molto il canto puro. I cantanti pop hanno voci sempre più manipolate, nessuno canta come in realtà poi lo ascoltiamo. Il coro a cappella mantiene invece una forma di comunicazione immediata, senza filtri. Questo affascina".
Finora Whitacre ha realizzato tre cori virtuali da sue composizioni, Lux aurumque (la sua "hit"), Sleep e Water Night, con un numero crescente di voci e entro poche settimane sarà pronto il quarto, che si preannuncia monumentale, dal titolo Bliss: "Sarà anche un ritorno alle mie origini pop - spiega - perché sono previsti un dj e innesti elettronici". Il brano è tratto dal finale della sua premiata opera teatrale Paradise Lost.
Mr Whitacre, i suoi dischi nei negozi sono nello scaffale "musica sacra". Le va bene questa collocazione?
"Non considero sacra la mia musica, nel senso che definisco tale la musica da eseguire in chiesa. Ciò che faccio è usare parole che parlino di verità, di vita. Mi piace la poesia di certi testi ma non sono religioso, né ateo né cristiano".
Quando si è interessato alla musica corale?
"Il coro m'interessa da quando ho iniziato io a cantare in un coro, a 18 anni. Da ragazzo suonavo la batteria e il sintetizzatore e volevo diventare una popstar; mi sarebbe piaciuto essere il quinto membro dei Depeche Mode o dei Duran Duran. Poi al college mi hanno convinto a entrare in un coro. Il primo giorno il direttore ha dato l'attacco e il coro ha iniziato il Kyrie dal Requiem di Mozart. È stata una sensazione fortissima e indimenticabile, da lì la mia vita è cambiata. Il cantare insieme mi ha preso proprio fisicamente, perché è come essere dentro alla musica circondato da altre persone che ti colpiscono con il canto. Mi piace ancora la musica rock, ma la musica corale è così stratificata da avere molta più profondità, mi commuove sempre".
Come le è venuto in mente il Virtual Choir?
"Una mia fan pubblicò su YouTube un video indirizzato a me in cui cantava la parte di soprano di una mia composizione, Sleep. Fui così colpito che mi venne l'idea: se una cinquantina di persone, dalla loro stanza, avessero fatto lo stesso con le quattro parti dei cori che scrivo, si sarebbe potuto ottenere un coro virtuale. Così è stato, ma non avrei mai immaginato di arrivare ad avere quasi 4.000 voci da oltre 70 paesi del mondo diversi. Ovviamente questo fa sì che possa esistere un coro formato da individui che abitano nelle parti più remote del pianeta, cosa improbabile fisicamente. Poi consente a me di dirigere migliaia di persone tutte insieme, più probabile ma molto difficile. Infine, cosa più importante, il coro unisce la gente come in una famiglia".
Lei è tra i compositori più eseguiti, non solo in America. Così anche Arvo Pärt e Morten Lauridsen che, come lei, scrivono spesso musica per coro. Come spiega il successo della musica corale?
"Il canto collettivo è la forma più antica di musica che abbiamo. Cantare insieme è anche la cosa più immediata, economica e facile da fare. Basta riunirsi e cantare, ce l'abbiamo nel Dna. E poi credo che oggi si sia perso molto il canto puro. I cantanti pop hanno voci sempre più manipolate, nessuno canta come in realtà poi lo ascoltiamo. Il coro a cappella mantiene invece una forma di comunicazione immediata, senza filtri. Questo affascina".