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Marco Mengoni all’Eurofestival
L’essenziale è partecipare

Sabato 18 maggio il vincitore dell'ultimo Sanremo cerca il successo continentale. Impresa tutt'altro che facile, al di là del suo talento. Già, perché all'Eurosong non sempre vince il migliore. E il paese che vince deve pure sobbarcarsi l'organizzazione dell'edizione successiva. Ecco la storia della rassegna  europea. E degli alti e bassi italiani
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Eurosong 2013, l’Italia ci riprova con Marco Mengoni, dopo l’ottimo secondo posto di Raphael Gualazzi nel 2011 e la delusione per il nono posto di Nina Zilli lo scorso anno. Sarà la volta buona? Difficile prevederlo, perché la storia insegna che non sempre all’Eurosong vince il migliore. Domani Mengoni ci proverà portando anche sul palco della svedese Malmö Arena L’essenziale, canzone che gli è valsa la vittoria all’ultimo Sanremo, culmine di una carriera sotto i riflettori dal 2009 grazie al talent X Factor.
La finale sarà trasmessa in versione integrale su RaiDue, a partire dalle 21, con il commento affidato a Filippo Solibello, Marco Ardemagni e Natascha Lusenti, i conduttori di Caterpillar AM.

Mengoni sfiderà i “campioni” di altri 25 paesi europei, i video delle canzoni finaliste sono tutti visibili alla pagina http://www.eurovision.tv/page/malmo-2013/about/shows/grand-final del sito di Eurosong…
Eurosong 2013, l’Italia ci riprova con Marco Mengoni, dopo l’ottimo secondo posto di Raphael Gualazzi nel 2011 e la delusione per il nono posto di Nina Zilli lo scorso anno. Sarà la volta buona? Difficile prevederlo, perché la storia insegna che non sempre all’Eurosong vince il migliore. Domani Mengoni ci proverà portando anche sul palco della svedese Malmö Arena L’essenziale, canzone che gli è valsa la vittoria all’ultimo Sanremo, culmine di una carriera sotto i riflettori dal 2009 grazie al talent X Factor.
La finale sarà trasmessa in versione integrale su RaiDue, a partire dalle 21, con il commento affidato a Filippo Solibello, Marco Ardemagni e Natascha Lusenti, i conduttori di Caterpillar AM.

Mengoni sfiderà i “campioni” di altri 25 paesi europei, i video delle canzoni finaliste sono tutti visibili alla pagina http://www.eurovision.tv/page/malmo-2013/about/shows/grand-final del sito di Eurosong 2013. La Svezia è paese ospitante in quanto patria della vincitrice dell’anno precedente, Loreen, che a Baku, capitale dell’Azerbaigian, sbaragliò la concorrenza con il brano Euphoria. Il verdetto risulterà dalla combinazione tra il televoto (per la prima volta si potrà esprimere la propria preferenza anche via smartphone e tablet scaricando la Eurovision app) e le pagelle espresse dalle giurie dei singoli paesi, composte ognuna da cinque esperti. Ma il pubblico italiano non potrà votare per Mengoni. Il regolamento prevede infatti che  le preferenze possano andare a qualunque concorrente salvo quello che rappresenta il paese di chi vota.
 
Una sfida difficile, per Marco. Lo dicono gli esperti allibratori britannici di Stanleybet, che vedono favorita la danese Emmelie De Forest con Only Teardrops, quotata a 1.80. Segue la biondissima rappresentante della Norvegia, Margaret Berger, quotata a 7.00 con I Feed You My Love. C'è poi Gravity dell'ucraina Zlata Ognevich, bancato a 13.00. Nelle carature dei bookmaker, Mengoni è lontanissimo, quotato addirittura a 23.00.

C'è poi una serie di fattori “x” a rendere tutto più difficile. Il primo, la voglia di vincere dei paesi emergenti, che sentono molto l’Eurosong, fanno veramente a gara per arrivare alla finale e puntano al successo per organizzare la manifestazione e farne un veicolo promozionale. C’è poi il tradizionale entusiasmo dei paesi scandinavi, particolarmente coinvolti dall’Eurosong, che coprono non solo con la diretta della finale, ma anche con reportage sulla nazione ospitante. Esattamente il contrario di quanto accade in Italia, paese che pure il suo posto in finale ce l’ha di diritto. Un distacco che, ancora una volta, trova  più di una spiegazione.

 
La storia dell’Italia a Eurosong. Nato nel 1956 ispirandosi al Festival di Sanremo, l'Eurovision Song Contest, sotto l'egida dell'Unione Europea di Radiodiffusione, con il preponderante contributo finanziario delle reti nazionali di Francia, Gran Bretagna, Spagna, Germania e di nuovo l’Italia, tornata a partecipare nel 2011 dopo 14 anni di esilio volontario, è innanzitutto un evento televisivo. Muove tanti interessi, diritti tv, pubblicità, persino la politica, ma la storia insegna che la sua priorità non è premiare la canzone migliore.
 
Ne sanno qualcosa i grandi esponenti della nostra musica degli anni Cinquanta e Sessanta, fino ai primi Settanta. I Villa, Morandi, Ranieri, Di Bari, Endrigo, Zanicchi, Al Bano e Romina, Ricchi e Poveri. Divinizzati in Italia, il Paese delle grandi melodie, qualificati dopo aver vinto Sanremo o Canzonissima e regolarmente superati all'Eurosong Contest da lussemburghesi, olandesi, irlandesi, francesi, danesi, israeliani, turchi. Unica eccezione dell'epoca, Gigliola Cinquetti, vincitrice nel 1964 con Non ho l'età.
 
Ma l’esempio più clamoroso è quello di Domenico Modugno. Nel 1958 partecipò con Nel blu dipinto di blu, la canzone italiana più conosciuta e con più cover nel mondo, che al grande Mimmo valse il Grammy (quello vero, non la versione dedicata ai "latini"), che risulta anche la più venduta tra quante passate per l'Eurofestival. Ma a Eurosong si vide preferire Dors, mon amour di Andrè Claveau, una vecchia gloria della canzone francese, morto nel 2003.
 
Una bella lezione, si dirà, per quanti all'epoca vedevano in Roma ancora l'ombelico del mondo. Bisogna imparare ad ascoltare gli altri, che non sono necessariamente brutti, sporchi e cattivi. Buona filosofia, ma poco applicabile all'Eurofestival. Dove di musica buona ne è passata davvero poca, mentre di cattivo gusto ne è sempre corso a fiumi. Limitandosi a quanto ascoltato e lasciando da parte quanto visto in termini di eleganza, coreografie, acconciature: sciatte melodie ultrapopolari, marcette da festa paesana, ritornelli facili facili, pretenziosi melodrammoni, insopportabili nenie di estrazione folk. Questo, almeno, fino all'avvento di internet e delle comunicazioni satellitari, che all'Eurosong hanno limato le differenze culturali e prodotto una graduale e inevitabile omologazione.
 
Il dominio della mediocrità, con pochissime eccezioni. Scrutando l'albo d'oro della manifestazione, i nomi che hanno travalicato la gloria di una serata in eurovisione si contano letteralmente sulle dita di una mano: l'inglese Sandie Shaw (1967), la canadese Céline Dion (cooptata dalla Svizzera nel 1988, il regolamento lo consente), Katrina and the Waves (Irlanda, 1997), il gruppo metal finlandese dei Lordi (2006), la tedesca Lena (2010).
 
L'edizione monstre, indubbiamente, quella che nel 1974 vede trionfare gli immancabili Abba con Waterloo. Negli anni successivi, i replicanti del quartetto svedese saranno una triste costante. Nel 1974, al secondo posto si classifica, dieci anni dopo il suo successo all'Eurocontest, la nostra Gigliola Cinquetti. Al suo brano, Sì, è legato un gustoso aneddoto. Quell'anno la Rai trasmette la finale dell'Eurofestival in differita di un mese perché in Italia si vota il referendum per il divorzio e si teme l'occulta persuasione di Gigliola.
 
La povertà del panorama artistico dell'Eurofestival si prolunga negli anni Ottanta, quando l'Italia porta, tra gli altri, Alan Sorrenti (1980, Non so che darei) Luca Barbarossa (1988, Ti scrivo (vivo)), Tozzi e Raf (1987, terzi con Gente di mare) e la coppia Battiato-Alice (1984, I treni di Tozeur, appena quinti). Anche Mia Martini partecipa due volte, 1977 e 1992 (con Libera e Rapsodia). Salvo qualche buon piazzamento, l'Italia sprofonda in classifica.
 
Ecco, le classifiche. Come si sceglie il vincitore dell'Eurofestival? Fino al 1997 ogni paese disponeva solo di una giuria, dal 1997 è stato introdotto il televoto. Dopo una serie di verdetti contestati, oggi il televoto conta per il 50%, mitigato dalle restaurate giurie nazionali per il restante 50%. Se persino a Sanremo oggi si ricorda "che non esistono attualmente sistemi per arginare" l'imbroglio del televoto automatico e se in gara all'Eurofestival vi sono paesi dove le giurie, forse, non sono libere di esprimersi liberamente perché corrotte o asservite ad altri interessi, è difficile allontanare il sospetto che la gara non sia ad armi pari.
 
L'esempio viene proprio dall'Azerbaigian, ex repubblica sovietica dove vige un regime autoritario mascherato da democrazia, fondato su petrolio e corruzione, che nel 2012  ospita Eurosong dopo aver vinto l’anno precedente a Dusseldorf con il duo Ell & Nikki. Nell’organizzazione del festival, il potere azero inietta 48 milioni dollari per allestire uno show fastoso e tecnologico, un grande spot in cui trova spazio persino l’esibizione del genero del presidente. Occasione colta seguendo una prassi consolidata, se si dà credito agli spifferi che soffiano nei corridoi dell'Eurofestival, che raccontano di scambio di voti tra nazioni geopoliticamente vicine, amiche, pronte a farsi favori.
 
Il caso Rai. D’altra parte, c’è chi invece considera un costoso fastidio dover mettere in piedi una produzione troppo imponente per la scarsa audience televisiva che la ripaga nel suo Paese. Di conseguenza, farebbe di tutto per perdere. Secondo i soliti "corridoi", le tante sconfitte degli artisti italiani sono dovute proprio al disimpegno della Rai. Sospetto rinfocolato ancora lo scorso anno da un tweet di Giancarlo Leone, il capo dell'intrattenimento Rai. Nel messaggino, il dirigente ironizzava sul fatto che a Baku non tutti in Azienda stavano davvero tifando per Nina Zilli proprio per non dover organizzare l'Eurosong dell’anno dopo. Leone precisò che si trattava di una battuta, ma, Pulcinella insegna, scherzando spesso si dice la verità.
 
Di fronte a simili trame, vere o presunte, a posteriori risalta come un capolavoro di diplomazia la vittoria di Toto Cutugno, l'unico a bissare il successo tricolore della Cinquetti, nel 1990. Quando a Zagabria, da non favorito, convince tutti con Insieme: 1992, canzone di fratellanza rivolta al futuro prossimo, a quell'Unione Europea della libera circolazione delle persone e delle merci che sarebbe scattata, appunto, due anni dopo. Il successo di Cutugno porta a due anche le volte in cui l'Italia ospita l'Eurosong: dopo Napoli, nel 1965, a Roma nel 1991.
 
Sarebbero seguite solo delusioni, da Peppino di Capri (che nel 1991 canta in napoletano Comme è doce o' mare), Mia Martini, Enrico Ruggeri (Sole d'Europa). Finché, nel 1997, i Jalisse perdono da favoriti a Dublino con Fiumi di parole, che li aveva imposti a Sanremo. Al ritorno in Italia, il duo dichiara: "Silurati perché la Rai non ne voleva sapere di organizzare la manifestazione". E da lì inizia anche l'oblìo dei Jalisse. "Tornati dall'Eurofestival fummo 'cancellati'...".
 
In quel polverone l'Italia si dà alla fuga dall'Eurovision Song Contest fino al 2011, quando la Rai scaraventa a Dusseldorf il jazz di Raphael Gualazzi, vincitore tra i giovani a Sanremo. La sua Madness Of Love (Follia d'amore) è seconda, battuta da Running Scared degli azeri Ell & Nikki. Nel 2012 Nina Zilli è solo nona con Out Of Love, versione internazionale di L'amore è femmina. Marco Mengoni saprà fare di meglio? Meglio non illudersi e credere che a Eurosong L’essenziale è partecipare.