Non lasciatevi fuorviare dal titolo: 13 non è il tredicesimo album di inediti dei Black Sabbath, bensì il diciannovesimo. Ecco la discografia completa della band, riferita ai dischi di studio, al netto dei live. Che, nel caso loro, non sono esaltanti ma semmai controversi, dal Live at Last del 1980 ampiamente ritoccato in sede di produzione fino al doppio Reunion del 1998, registrato all’Ozzfest sul palco della Nec Arena di Birmingham.
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Black Sabbath (1970)
Uno dei dischi fondamentali dell'heavy metal. Registrato in sole 12 ore e costato 900 dollari, affonda nel blues e spalanca al rock visioni cupe, tenebrose, esoteriche, sepolcrali. Il manifesto del doom.
Paranoid (1970)
Il marchio BS si consolida in un suono duro, potente, rallentato. Tony Iommi compone Paranoid in una manciata di minuti, come riempitivo di un disco troppo breve! Diventerà il megahit dello HM.
Master of Reality (1971)
La rivoluzione del rock pesante è avviata. La sezione ritmica asseconda metronomicamente i riff di Iommi e la voce di Ozzy risulta magnetica. Brano cult dell'album: Children of the Grave.
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Vol. 4 (1972)
Meno inventiva, più mestiere e un marchiato retrogusto blues. Doveva intitolarsi Snowblind come il brano omonimo ma il riferimento alla coca non piace alla casa discografica e la band asseconda il diktat.
Sabbath Bloody Sabbath (1973)
Con i quattro Sabbath suona (in incognito!) Rick Wakeman, il virtuoso tastierista ridondante degli Yes, e l'impronta progressive si avverte eccome. È lo specchio dei tempi. Disco interessante ma confuso.
Sabotage (1975)
Tony Iommi non lascia più nulla al caso. Il disco costa tanti soldi e tanta fatica, tra le pieghe del metal il prog e la psichedelia si fanno a tratti ingombranti. Ma i riff di Symptom of the Universe sono spietati.
Technical Ecstasy (1976)
La durezza degli esordi si stempera nell'uso massiccio di sintetizzatori e orchestra. La beatlesiana It's Alright è cantata da Bill Ward e sarà ripresa dal vivo dai Guns N'Roses (è sull'album Live Era 87-93).
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Never Say Die! (1978)
Il titolo sogna di esorcizzare il crollo della band fin qui conosciuta, tra i capricci di Ozzy che prima esce poi rientra in gruppo, e il punk che randella. Disco mediocre, si salvano la title track e Johnny Blade.
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Heaven and Hell (1980)
La ventata di di professionalità hard rock arriva con il nuovo cantante Ronnie James Dio, proveniente dai Rainbow di Ritchie Blackmore, ex manico dei Deep Purple. Tanto mestiere. E la voglia di (ri)fare squadra.
Mob Rules (1981)
Ormai Dio è perfettamente integrato nel Sabba Nero, in compenso Bill Ward lascia e alla batteria gli subentra Vinny Appice (fratello del più famoso Carmine). Album interlocutorio, ma agile e ben prodotto.
Born Again (1983)
Paradosso "Black Purple". Dopo l'uscita di Dio, Iommi pesca il rimpiazzo proprio tra la band rivale dei primi anni 70, i Deep Purple. La sua prima scelta è Coverdale, invece arriva Ian Gillan. Funziona così così.
Seventh Star (1986)
Dopo una girandola di uscite, del nucleo originario resta solo il chitarrista. Il disco potrebbe essere a suo nome, invece esce con l'intestazione Black Sabbath ft Tony Iommi. La voce è dell'ottimo Glenn Hughes.
The Eternal Idol (1987)
È sempre Iommi a menare le danze, ma la freschezza non è più la stessa e neanche l'organico. Tra gli altri, c'è il nuovo e non memorabile cantante, Tony Martin. A tratti riemerge il clima sepolcrale degli inizi.
Headless Cross (1989)
La croce decapitata del titolo è una località vicino a Birmingham celebre per la pestilenza che steminò i suoi avi. I BS tornano a evocare antichi temi satanici, e la malìa dà i suoi frutti. Ospite Brian May (Queen).
Tyr (1990)
Riassestata la band attorno a un nuovo nucleo sufficientemente stabile (Iommi, Martin, Powell, Murray, Nicholls con le sue tastiere sempre più invasive) si evocano i miti. Quello del titolo è il figlio di Odino.
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Dehumanizer (1992)
Iommi riporta in pista la formazione di Mob Rules - Dio, Butler, Appice, rispetto a quel disco aggiunge l'ormai inamovibile Nicholls - e incendia i suoi riff sfornando un album very heavy. Il marchio risplende.
Cross Purposes (1994)
Non c'è pace. Un'altra giravolta, e di nuovo in organico Martin più il batterista Bobby Rondinelli. Disco pesante quanto il precedente, ma più prevedibile. L'amico Eddie Van Halen è coautore di Evil Eye.
Forbidden (1995)
La formazione è quella di Tyr. Iommi cerca nuovi innesti e chiama alla produzione Ernie C, chitarra dei Body Count (e c'è pure Ice-T come guest star). Idee poche e confuse. Sembra proprio finita. Invece...
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Black Sabbath (1970)
Uno dei dischi fondamentali dell'heavy metal. Registrato in sole 12 ore e costato 900 dollari, affonda nel blues e spalanca al rock visioni cupe, tenebrose, esoteriche, sepolcrali. Il manifesto del doom.
Paranoid (1970)
Il marchio BS si consolida in un suono duro, potente, rallentato. Tony Iommi compone Paranoid in una manciata di minuti, come riempitivo di un disco troppo breve! Diventerà il megahit dello HM.
Master of Reality (1971)
La rivoluzione del rock pesante è avviata. La sezione ritmica asseconda metronomicamente i riff di Iommi e la voce di Ozzy risulta magnetica. Brano cult dell'album: Children of the Grave.
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Vol. 4 (1972)
Meno inventiva, più mestiere e un marchiato retrogusto blues. Doveva intitolarsi Snowblind come il brano omonimo ma il riferimento alla coca non piace alla casa discografica e la band asseconda il diktat.
Sabbath Bloody Sabbath (1973)
Con i quattro Sabbath suona (in incognito!) Rick Wakeman, il virtuoso tastierista ridondante degli Yes, e l'impronta progressive si avverte eccome. È lo specchio dei tempi. Disco interessante ma confuso.
Sabotage (1975)
Tony Iommi non lascia più nulla al caso. Il disco costa tanti soldi e tanta fatica, tra le pieghe del metal il prog e la psichedelia si fanno a tratti ingombranti. Ma i riff di Symptom of the Universe sono spietati.
Technical Ecstasy (1976)
La durezza degli esordi si stempera nell'uso massiccio di sintetizzatori e orchestra. La beatlesiana It's Alright è cantata da Bill Ward e sarà ripresa dal vivo dai Guns N'Roses (è sull'album Live Era 87-93).
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Never Say Die! (1978)
Il titolo sogna di esorcizzare il crollo della band fin qui conosciuta, tra i capricci di Ozzy che prima esce poi rientra in gruppo, e il punk che randella. Disco mediocre, si salvano la title track e Johnny Blade.
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Heaven and Hell (1980)
La ventata di di professionalità hard rock arriva con il nuovo cantante Ronnie James Dio, proveniente dai Rainbow di Ritchie Blackmore, ex manico dei Deep Purple. Tanto mestiere. E la voglia di (ri)fare squadra.
Mob Rules (1981)
Ormai Dio è perfettamente integrato nel Sabba Nero, in compenso Bill Ward lascia e alla batteria gli subentra Vinny Appice (fratello del più famoso Carmine). Album interlocutorio, ma agile e ben prodotto.
Born Again (1983)
Paradosso "Black Purple". Dopo l'uscita di Dio, Iommi pesca il rimpiazzo proprio tra la band rivale dei primi anni 70, i Deep Purple. La sua prima scelta è Coverdale, invece arriva Ian Gillan. Funziona così così.
Seventh Star (1986)
Dopo una girandola di uscite, del nucleo originario resta solo il chitarrista. Il disco potrebbe essere a suo nome, invece esce con l'intestazione Black Sabbath ft Tony Iommi. La voce è dell'ottimo Glenn Hughes.
The Eternal Idol (1987)
È sempre Iommi a menare le danze, ma la freschezza non è più la stessa e neanche l'organico. Tra gli altri, c'è il nuovo e non memorabile cantante, Tony Martin. A tratti riemerge il clima sepolcrale degli inizi.
Headless Cross (1989)
La croce decapitata del titolo è una località vicino a Birmingham celebre per la pestilenza che steminò i suoi avi. I BS tornano a evocare antichi temi satanici, e la malìa dà i suoi frutti. Ospite Brian May (Queen).
Tyr (1990)
Riassestata la band attorno a un nuovo nucleo sufficientemente stabile (Iommi, Martin, Powell, Murray, Nicholls con le sue tastiere sempre più invasive) si evocano i miti. Quello del titolo è il figlio di Odino.
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Dehumanizer (1992)
Iommi riporta in pista la formazione di Mob Rules - Dio, Butler, Appice, rispetto a quel disco aggiunge l'ormai inamovibile Nicholls - e incendia i suoi riff sfornando un album very heavy. Il marchio risplende.
Cross Purposes (1994)
Non c'è pace. Un'altra giravolta, e di nuovo in organico Martin più il batterista Bobby Rondinelli. Disco pesante quanto il precedente, ma più prevedibile. L'amico Eddie Van Halen è coautore di Evil Eye.
Forbidden (1995)
La formazione è quella di Tyr. Iommi cerca nuovi innesti e chiama alla produzione Ernie C, chitarra dei Body Count (e c'è pure Ice-T come guest star). Idee poche e confuse. Sembra proprio finita. Invece...