Spettacoli

Springsteen tocca il cuore di Napoli

Grande concerto in piazza del Plebiscito, con lui che si presenta come "uomo del Sud": parte con O' Sole Mio, per poi scatenarsi. Fino a
chiamare un bimbo su un palco e a fare a sorpresa una "Rosalita" per una Rosy del pubblico. Chiusura da solo, con la chitarra  di GINO CASTALDO

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NAPOLI -
C'è aria di famiglia per Bruce Springsteen (la mamma, Adele Zirilli, viene da Vico Equense) e lo dice, all'inizio, "sono uomo del sud", dichiarazione programmatica di intenti e di fede nei "sud" di tutto il mondo, salutando il pubblico che lo aspetta in Piazza Plebiscito, la prima volta in una piazza nell'intera carriera del Boss. Ed è bello che la sua prima volta sia in questa cornice da favola, anche se, ed è questa la vera notizia, la suddetta piazza non è gremita come avviene sempre quando Springsteen è di scena.

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A inizio concerto la folla arriva a circa ventimila presenze, che è comunque un bel vedere, ma di gente ne sarebbe entrata ben di più, causa forse i prezzi alti e una generale diffidenza dei napoletani all'idea di pagare un biglietto per un concerto nel centro di Napoli, e poi la pioggia, il vento, per non dire che la pretesa di chiudere ermeticamente una piazza non è del tutto verosimile. Ma tutto questo non ha minimamente intaccato l'entusiasmo del grande eroe, dell'unico vero eroe di stampo antico rimasto in circolazione sulle scene della musica.

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Ha attaccato con O sole mio, lasciandola cantare alla folla scatenata e poi ha sfoderato tutta la proverbiale potenza dei suoi muscoli e quelli della E street band, versione allargata, con coristi, fiati, violino, un piccolo esercito di militanti della suprema passione ispirata dalle visioni di Springsteen: Long walk home, Out in the street, Hungry hearts, We take care of our own, un rosario che di questi tempi oscuri suona vagamente messianico, un uomo contro tutto e tutti, contro ogni evidenza di cinismo e di meschinità. E' duro, a volte, non fa sconti a chi tradisce, a chi ha lasciato sbriciolare il sogno di un mondo migliore, ma per lui c'è sempre una Promised land all'orizzonte, c'è sempre una meta da raggiungere e lo canta urlando, incurante, la chitarra alzata come una spada luminosa che dovrebbe fendere il buio della ragione. Quando vento e pioggia arrivano a sferzare la platea lui alza ancora di più il tono, sputa fuori una The river da pelle d'oca, fa ballare tutti con Pay me my money down con i fiati che simulano una festosa marching band in stile New Orleans.

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Nell'universo di Springsteen c'è posto anche per le dediche personali. Nel pubblico c'è una certa Rosy il cui fidanzato si è premurato di indicare con un cartello, chiedendo, magari fosse, una speciale Rosalita tutta per lei. E il boss non si fa pregare più di tanto, si avvicina al pubblico prende cartelli, richieste, invocazioni scritte, un sole di spugna, messaggi tra cui spunta la richiesta di Rosy e lui esita, dice: "Rosalita non l'abbiamo mai, mai, e dico mai fatta in mezzo a uno show, ma stasera la facciamo, ora, per Rosy".

Difficile immaginare lo stato emotivo della fortunata Rosy che si è vista omaggiare dal palco, in modo così plateale, ma tutto questo accentua quella irresistibile sensazione che si prova ad ogni concerto del Boss, ovvero la voglia di mettere nelle sue mani la nostra vita. Lui saprebbe cosa farne, ne farebbe un buon uso, salvifico quantomeno, e infatti la gente non molla, non cede la posizione, anche quando l'acqua comincia a scendere a catinelle, guastando la festa ai molti che stazionavano in piazza fin dalla mattina per assicurarsi l'agognato "pit" interno, il cerchio dei fortunati che possono vedere l'eroe da sotto il palco.

Springsteen si scatena ancora di più, fa levitare la band su Shakle and drawn, cerca di esorcizzare il maltempo con Waiting on a sunny day, per la quale cede il microfono a un bimbo in prima fila, che sorprendentemente conosce il testo e canta perfettamente un'intera strofa, poi improvvisa Who'll stop the rain dei Creedence Clearwater Revival, utile alla bisogna, e in effetti la pioggia sembra placarsi per qualche momento, chiede la resurrezione con The rising e infine fa esplodere la piazza con Badlands, l'inno incontenibile di tutto il popolo springsteeniano, il pezzo che si segue saltando col pugno alzato, in un rito collettivo che con gli anni non perde un briciolo della sua forza devastante.

Alla fine l'esorcismo riesce. La luna, pienissima, scintillante, riappare in cielo, le nuvole sono scomparse e Bruce invoca la sua Land of hope and dreams, con quel treno che porta via i perdenti, i vincitori, le anime perse, i re, i giocatori, i cuori spezzati, e poi torna a parlare in italiano. "Questo pezzo lo dedico agli amici di Vico Equense, la mia città", e il pezzo è naturalmente My hometown, giusto prima di sparare i fuochi d'artificio che di solito riserva per il finale, i cosiddetti gioelli di famiglia: Born in Usa, Born to run, Dancin in the dark, una raffica che lascia il pubblico senza fiato e non ancora appagato.

Il giovane Jake Clemons si sobbarca con grande impegno l'ingrato compito di sostituire lo zio Clarence, il sassofonista che era il più potente simbolo della E Street band, e lo fa con commovente devozione, sostenuto da Springsteen che in questo modo riesce anche a dare l'impressione che la band possa essere un organismo in crescita, che si evolve e passa di generazione in generazione. Ma lui, il Boss, lui non cambia, non molla, è sempre lì a combattere sul palco il regno del male che ha imprigionato il mondo. Tutto sembra scongelarsi e squagliarsi al calore del fuoco della musica. Da ascoltare, per credere, il finale del concerto. Il pezzo è Tenth avenue freeze-out, dove si può ballare, ubriacarsi, abbandonarsi, come se fosse la colonna sonora ideale per la festa della liberazione di tutti noi. "Ve voglio bene assaje", dice alla fine. E bisogna crederci, prima di un ultimo regalo: Twist and shout, per la gioia di grandi e piccini.

Ma il Boss non è stanco, e a sorpresa torna sul palco per una meravigliosa Thunder Road acustica. Un regalo a Napoli.