BARCELLONA. I Blur, gli headliner dell'edizione 2013 del Primavera Sound, il primo nome annunciato e uno degli act più attesi, sono stati gli indiscussi protagonisti del festival catalano. Quando sono usciti sul palco l'audience era pronta ad esplodere, erano dieci anni che i Blur non suonavano a Barcellona, e così è stato grazie ad un incipit ideale con Girls & Boys, il singolo del 1994 che diede per la prima volta una forte visibilità europea alla band londinese. Damon Albarn è sorridente e in gran forma, corre e salta per il palco, non vuole risparmiarsi e anzi sembra caricarsi come una dinamo immagazzinando l'energia che arriva dal pubblico. Non è da meno il suo alter ego Graham Coxon. Il "non più occhialuto" chitarrista in certi momenti risulta addirittura funambolico, azzardando delle capriole rock alla maniera de vecchio Pete Townshend. La scaletta è ovviamente un best of celebrativo, diciassette brani totali, alla faccia della scaramanzia, nei quali non ci sono cadute di tensione. Al contrario diversi sono i picchi emotivi come Beetlebum impreziosita da un coro gospel e una coda lunghissima, l'eterea e immensa Out of Time, la contagiosa leggerezza di Coffee & Tv, il "singalong" di tutto il pubblico su Tender, l'anthem festoso che è Country House fino alla cartolina perfetta di Parklife con tanto di ruota panoramica illuminata sullo sfondo. E per i bis altri quattro brani: si inizia con l'ultimo singolo Under the Westway, uscito la scorsa estate, accompagnata da un evocativo video urbano, e si chiude col botto, Song 2, perfetto furore rock: è il brano che ha fatto conoscere e amare i Blur a milioni di giocatori della Playstation e adolescenti della MTV generation. Il boato alla fine è fragoroso e meritato. Un ottimo antipasto in attesa dei due concerti dei Blur in Italia. Arriveranno a fine luglio, il 28 a Milano e il 29 a Roma.
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I numeri e le novità del Primavera 2013
La tredicesima edizione del Primavera ha collezionato a Barcellona 137.000 spettatori nei tre giorni principali del festival (37.000 il giovedì e 50.000 i due giorni successivi, raggiungendo la capienza massima), mentre l'audience totale della rassegna è stata di 170.000 presenze in sei giorni. I concerti sono stati oltre 230 suddivisi tra gli undici palchi del Forum e le altre location sparse per la città. La scelta di avere due palchi principali con orari alternati, posti alle due estremità dell'impero Primavera, ha permesso a gran parte del pubblico di seguire tutti i concerti più importanti ma bisogna ammettere che vedere ogni 80 minuti circa una transumanza di oltre 25.000 hipsters e indie rockers fa un certo effetto, soprattutto se si prova ad andare contro corrente per infilarsi in qualche palco secondario. Dopo anni con un main sponsor nazionale, la birra San Miguel, quest'anno si è chiuso un accordo con un luppolo straniero: l'olandese Heineken. Un altro sponsor del festival, la Mini, ha istituito un comodo e abbastanza funzionale servizio di navette free che collegava attraverso un circuito interno i due palchi principali del festival. Vista la grandezza sempre più estesa della location, una scelta quantomai saggia e gradita. Rough Trade, la storica etichetta e negozio di dischi londinese per il primo anno si è occupato di gestire il merchandise ufficiale del Primavera, esponendo un impressionante numero di dischi e t-shirts dei vari artisti presenti.
Molto scenografica è stata anche la ruota panoramica allestita all'interno del Parc del Forum, posizionata vicino al palco principale. Un modo alternativo e suggestivo per gustarsi i concerti, i tramonti sul mare o la luna piena che si è presentata nelle serate di venerdì e sabato. Ma soprattutto un simbolo evidente di come il Primavera - che oggi chiude la sua sezione portoghese a Oporto - ormai sia il contraltare europeo del Coachella, il festival californiano che si svolge ogni anno in aprile. Sempre più nutrita la rappresentanza italiana, sia tra il pubblico che tra gli addetti ai lavori e con tre band nostrane, Blue Willa, Honeybird & The Birdies e Foxhound, selezionate da A Buzz Supreme e Sfera Cubica, che si sono esibite durante il festival.
Infine per chi vive in prospettiva o ha voglia di pensare già alla prossima edizione, ecco il primo nome confermato: la reunion dei Neutral Milk Hotel di Jeff Magnum, una delle cult band più amate del sottobosco indie rock americano degli anni '90.
Gli highlights (Phoenix, Nick Cave & The Bad Seeds)
Phoenix. Mentre la moglie Sofia Coppola era impegnata a presentare a Cannes il suo ultimo film The Bling Ring, Thomas Mars e i suoi Phoenix sono stati protagonisti di uno dei live più riusciti e trascinanti di questa edizione. Una formazione allargata a sei elementi ha permesso di aumentare la potenza e le sfumature delle perfect pop songs della band parigina e non da meno sono stati i visuals apparentemente semplici - giocavano su monocromie e bicromie - ma di grande effetto. Un set molto carico, elegantemente in bilico tra rock e attitudine dance, con brani come Lasso, 1901, Fences o Entertainment che hanno catturato lo sguardo e i cuori del pubblico così come il riuscitissimo medley tra Too Young e Girlfriend. Chiusura affidata ad una reprise di Entertainment con la partecipazione straordinaria di J Mascis dei Dinosaur Jr. come chitarra solista, con Mars intento a surfare sulla folla in estasi da champagne pop. Un film musicale perfetto, dove la qualità della trama non è andata a discapito delle emozioni.
[[ge:rep-locali:repubblica:60130938]]
Nick Cave & The Bad Seeds. Atmosfera molto più oscura e fumosa per Nick Cave e i suoi Bad Seeds. Il crooner rock noir australiano, pur febbricitante e lamentandosi apertamente dell'inaspettata temperatura autunnale, è riuscito a scaldare i cuori alternando delle murder ballads a dei brani più grintosi e di chiara matrice rock, vicini al progetto parallelo Grinderman. Rigorosamente vestito di nero con un taglio anni '70 ha aperto e chiuso la scaletta con due brani dall'ultimo album, We Know Who U R e Push the Sky Away mentre nel mezzo c'è stato spazio per alcuni classici come Jack the Ripper e Tupelo. I Bad Seeds, seppur stravolti nella formazione negli ultimi anni sono sempre un'ottima band capace di supportare gli umori e i rancori del proprio leader ma una menzione d'onore spetta al fido compagno Warren Ellis, dotato polistrumentista e animale da palco doc. E poi sentire gli ululati di Nick Cave con la luna piena come sfondo è un valore aggiunto non da poco.
Reunion e celebrazioni (The Breeders, The Postal Service)
The Breeders. Sono passati venti anni esatti da quando Kim Deal (voce, chitarra) dei Pixies insieme alla sorella Kelley (chitarra, voce), a Josephine Wiggs (basso) e Jim MacPherson (batteria) diedero alle stampe il loro secondo album Last Splash, un piccolo e folle capolavoro pop rock. Tempo quindi di celebrazioni: una classica ristampa in versione deluxe e un tour per ricordare, dare nuova vita a quei brani e tramandarli alle nuove generazioni. Il live segue in tutto e per tutto la tracklist del disco e quindi fa un certo effetto sentirsi sparare come seconda cartuccia Cannonball, il pezzo più famoso dell'intera discografia Breeders. Per chi conosce l'album non ci sono sorprese, e la band fa di tutto per ripresentare i brani esattamente come vennero registrati all'epoca, intro e code incluse. Un approccio stranamente troppo controllato e maniacale e infatti l'ironia della Deal emerge subito dopo Flipside quando la band si ferma per qualche istante, il tempo di girare il vinile, e la cantante annuncia l'inizio del lato B del disco. Le armonie vocali delle sorelle Deal rimangono il punto di forza delle Breeders, così come le sghembe e irresistibili melodie presenti in altri episodi perfetti come No Aloha e Divine Hammer. Vista la brevità dell'album, 40 minuti scarsi, c'è spazio per qualche bonus tra i quali spicca una bella e personale versione di Happiness is a Warm Gun dei Beatles. Per tutti i fan dei Pixies la notizia è invece ancora più gustosa: confermati i rumors che danno un nuovo album di inediti in uscita dopo l'estate, a ben 22 anni da Trompe le Monde.
The Postal Service. Invece di anni ne sono passati "solo" dieci da quando un divertissement estemporaneo tra Ben Gibbard (Death Cab For Cutie), Jimmy Tamborello (Dntel) e Jenny Lewis (Rilo Kiley) si è trasformato in uno dei più grandi successi commerciali della mitica Sub Pop di Seattle, contendendosi lo scettro di album più venduto dell'etichetta con Bleach dei Nirvana. Anche per Give Up dei Postal Service è uscita una versione deluxe ma per fortuna il live ha un'impostazione più canonica con una scaletta a sorpresa. Uno show motorio e nostalgico, nel quale l'electropop agrodolce della band ne esce rinvigorito, acquistando corpo e sostanza, come i vini migliori. L'unica pecca sono alcuni siparietti tra Gibbard e la Lewis che hanno pericolosamente ricordato quelli sanremesi firmati dalla coppia Minghi-Mietta, ma per fortuna il pubblico del Primavera, ignaro di certe brutture musicali, non ha accusato il colpo. Lo zenit si è raggiunto quasi alla fine con Such Great Heights che rimane ancora oggi uno degli inni assoluti degli anni 2000.
I nuovi classici (Tame Impala, Grizzly Bear, James Blake, Animal Collective, Deerhunter)
[[ge:rep-locali:repubblica:60130933]]
Tame Impala. Il lato più psichedelico dei Fab Four che incontra l'hard rock melodico degli anni '70. È questa la formula vincente che negli ultimi ha lanciato nel gotha del nuovo rock gli australiani Tame Impala. Pur suonando nel pomeriggio un bagno di folla attendeva Kevin Parker e soci, per la prima volta dal vivo al Primavera. E loro hanno ripagato tutta questa attesa con un live mozzafiato, da Beatles sotto acido, con dei lunghi inserti strumentali perfettamente coordinati ai laser colorati che si contorcevano ed espandevano alle loro spalle. Ma oltre al suono, all'impatto rock, la band di Perth ha anche delle grandi melodie e brani come "Elephant" "Apolcalypse dreams", "Solitude is bliss" o "Half full glass of wine" posta in chiusura e allungata a dismisura ne sono gli esempi più calzanti. Semplicemente il miglior sogno psichedelico del momento.
Grizzly Bear. Un approccio molto più riflessivo caratterizza invece l'esibizione dei Grizzly Bear. La band di New York parte un po' contratta, anche a causa di alcuni problemi tecnici, per poi sciogliersi fino ad un finale, Sun in Your Eyes, di grande suggestione emotiva e visiva, grazie alla splendida scenografia composta da lanterne volanti. Il loro songbook è di primissima qualità, tra i migliori in circolazione, buona parte della scaletta è incentrata sugli ultimi due ottimi album, Veckatimest e Shields e la scelta di aprire il suono anche a sonorità vagamente country/western/morriconiane rende la musica senza tempo dei Grizzly Bear ancora più affascinante, peculiare e misteriosa. Una band da ascoltare ad occhi chiusi ed in religioso silenzio, cosa che in una serata con 50.000 persone intorno non è esattamente un'impresa facile.
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James Blake. Dal canto suo il nuovo principino del soul sintetico, l'inglese James Blake, si preoccupa molto, forse troppo, di imbastire uno show chirurgico, alla ricerca della forma perfetta. Un live in trio dove tutto viene suonato e cantato dal vivo, tranne qualche piccola eccezione, ma dove il controllo prende eccessivamente il sopravvento sull'emozione. Paradossalmente alcuni brani sono più spinti e dinamici su disco. Il tutto sembra funzionare meglio quando lascia la strada maestra da crooner postmoderno per dirigersi su lidi più clubbing. Si capisce chiaramente la caratura dell'artista e con il tempo imparerà a lasciarsi andare un po' di più, a godersi e a far godere non solo l'aspetto estetico-mentale della sua proposta musicale.
Animal Collective. Il problema con gli Animal Collective da qualche anno a questa parte è che sfruttano i concerti come una sorta di laboratorio sperimentale per trovare nuove soluzioni o vie di fuga dalla noia della routine e dalla cristallizzazione sonora. Questa volta sono approdati in un'Africa sintetica, destrutturata e ricoperta di psichedelia al silicio. Una prima parte storta e in versione jam session, poi pian piano prende il sopravvento la melodia, uscendo in maniera più decisa in brani come Applesauce e My Girls, ormai vero inno nazionale per gli hipster e per il popolo del Primavera in generale. Molto bella la scenografia, una bocca "mostruosa" multicolore che circonda la band, sulla quale viene effettuato un mapping.
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Deerhunter. Il nuovo look di Bradford Cox, lo scheletrico leader dei Deerhunter, non è dei più incoraggianti: un pericoloso mix tra Joey Ramone e Bugo, vestito in abiti femminili. A dirla tutta anche il nuovo album Monomania non è certo il migliore pubblicato dalla band. Però dal vivo poche volte sono sembrati così compatti, focalizzati su un suono ibrido eppur delineato, a metà tra il garage rock e la psichedelia elettrica più liquida. Una bella set list che pesca un po' da tutti gli angoli della discografia della band originaria di Atlanta e anche i brani più nuovi, The Missing e Sleepwalking su tutti, sembrano acquisire spessore e magia, confermando l'antica regola che vuole il palco come unico vero banco di prova in ambito rock. Non a caso oltre alle due esibizioni programmate durante il festival sono stati chiamati per una terza performance, per giunta sul palco principale, per riempire lo slot lasciato vuoto dal forfait last minute dei Band Of Horses. Una vittoria schiacciante, un secco 3-0 per i Deerhunter.
Estremismi elettronici (Pantha Du Prince, The Knife)
Il bello di un festival come il Primavera è che oltre ad abbracciare buona parte delle sonorità presenti nell'immaginario musicale odierno - si passa con nonchalance dall'ethio-jazz di Mulatu Astatke al drone-metal degli OM - anche all'interno della stessa cup of tea si possono trovare delle esibizioni concettualmente opposte e per questo parimenti interessanti. È stato il caso di Pantha Du Prince e The Knife.
Pantha Du Prince & The Bell Laboratory. Il producer tedesco ha eseguito all'interno dello splendido Auditorium del Forum il suo ultimo progetto Elements of Light concepito e registrato insieme ad un ensamble di percussionisti norvegesi, The Bell Laboratory. Il progetto, ambizioso e riuscitissimo, è una sinfonia per elettronica, percussioni varie e un particolare strumento composto da 50 campane di bronzo. Il risultato è qualcosa di assolutamente ammaliante, simile ad un'incursione notturna di Steve Reich nella techno minimale più emotiva e viva possibile. In sei sul palco hanno suonato tutto rigorosamente dal vivo, un tripudio di poliritmie ancestrali sulle quali si elevano le melodie firmate da Hendrik Weber. Un rituale laico, con i vari musicisti che lasciano il palco portandosi dietro l'eco dei propri strumenti e sogni. Gli oltre 5 minuti di applausi scroscianti a fine performance valgono più di ogni commento.
The Knife. Lo show che il duo norvegese ha creato a supporto del nuovo album Shaking the Habitual è qualcosa che inevitabilmente dividerà il pubblico, sia a livello concettuale sia per la sua resa e godibilità effettiva. Una chiara provocazione agli stereotipi e ai canoni della musica dal vivo, della quotidianità, come il titolo stesso del disco suggerisce. Prima di tutto non è un concerto ma una performance di danza contemporanea. Per buona parte del tempo il palco è interamente occupato da un corpo di ballo che si muove e interagisce con i brani firmati The Knife. Nulla è suonato dal vivo e anche le voci sono in diffusione, tranne in alcuni momenti nei quali Karin Drejer Andersson compare sul palco e canta con il suo riconoscibile timbro alieno. Buona parte del set ruota intorno ai pezzi del nuovo album, tranne la chiusura affidata ad una versione massimalista della loro hit più celebrata, Silent Shout. Il risultato è qualcosa più vicina a una versione dance di uno spettacolo di Pina Bausch che a un live dei Chemical Brothers o dei Daft Punk. Chi riesce a lasciarsi andare, a raccogliere la provocazione e farla propria, a muoversi insieme ai protagonisti sul palco, il tutto si tramuta magicamente in qualcosa di liberatorio e coinvolgente. Per tutti gli altri non può che essere una delusione se non addirittura una sonora presa per i fondelli. Al Primavera, pur esibendosi alle 3 passate di mattina, il pubblico ha risposto con grande entusiasmo e partecipazione. Qualche settimana fa a Milano la cosa è andata in maniera leggermente diversa.
Saranno famosi (Daughter, Phosphorescent, Kurt Vile)
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Daughter. La giovane band londinese, capitanata dalla sensuale Elena Tonra ha pubblicato uno degli esordi più interessanti di questa prima metà del 2013 ed era quindi doveroso testarli dal vivo alla prima occasione. Una curiosità condivisa da molti vista la massiccia presenza di pubblico che ha stupito in primis la band, visibilmente emozionata ma per fortuna affatto intimorita dalla calorosa accoglienza. Il dream pop arricchito di venature folk e rock dei Daughter funziona alla grande anche dal vivo, grazie ad un suono ancora più espanso e potente sul quale la vocalità della Tonra riesce ad esprimersi al meglio. Confermatissimi come una delle novità più solide e succose della stagione.
Phosphorescent. Di gavetta il cantautore americano Matthew Houck ne ha fatta sicuramente di più prima di iniziare ad avere i giusti riconoscimenti da parte del pubblico. La svolta c'è stata nel 2010 con il quinto album Here's to Taking It Easy che lo ha proiettato in classifica sia in America che in UK e ora con il nuovo Muchacho si appresta a fare un ulteriore passo in avanti, grazie anche ad una band vera e propria che lo accompagna dal vivo. Il suo folk rock è qualcosa di molto particolare e immediato al tempo stesso. Un artista e un live che potrebbero piacere tanto al fan del folk soulful di Bon Iver quanto ai cultori dell'alternative country di Bonnie "Prince" Billy. Con il padre putativo Willie Nelson a guardare sempre tutti dall'alto.
Kurt Vile. Il capelluto indie rocker di Philadelphia è uno dei nomi più caldi del momento. Anche lui come i Tame Impala, pur suonando nelle prime ore del festival era atteso sul palco principale da un pubblico da prime time. Merito della bontà dei suoi ultimi due album Smoke Ring for My Halo e Wakin on a Pretty Daze, lavori abili a fondere la classica lezione rock dei '70 e la psichedelia dei primi '90, con il santino di Neil Young in bella mostra. Supportato dai fidati Violators la sua voce annoiata e miagolante è già un trademark così come le lunghe code strumentali condite dagli infiniti assolo di chitarra. Il vento continuo ha trasformato per buona parte del set Kurt Vile in un cugino Itt in versione guitar hero, per poi divenire un gattone folk durante i brani acustici eseguiti in solitaria. Sul finale, in Freak Train spunta anche un sax iperdistorto a sancire il momento più loud e arrabbiato dell'intero concerto. Una sintesi di velluto e carta vetrata: è questo il segreto di uno dei cantautori più dotati della sua generazione.
Parossismi rock (My Bloody Valentine). Lungimirante l'idea di mettere sul palco principale come ultimo concerto dell'ultimo giorno l'assalto shoegaze dei My Bloody Valentine. Da quando sono tornati in vita nel 2008, Kevin Shields e soci hanno potuto finalmente trasformare in realtà la loro originale idea di concerto: un'esperienza sensoriale nella quale la potenza strumentale va ad inghiottire ogni aspetto "secondario" del dogma rock come la melodia e le voci. Poco importa se si tratta di brani immortali pescati dai capolavori del passato Isn't Anything e Loveless o estratti dal nuovo album MBV, tutti subiscono lo stesso radicale trattamento. Nessuna eccezione, nessun prigioniero. La chitarra, i suoi estremi volumi e distorsioni dettano legge. Non c'è democrazia né tantomeno voglia di trovare un compromesso. L'esempio pìù oltranzista è la versione allucinante di You Made Me Realise. Una guerra dei Mondi combattuta su sei corde. La fine del rock. La fine di tutto se non si ha l'accortezza di "godersi" il concerto con i tappi ben inseriti nelle orecchie.
Dopo un'orgia sonora di tale portata rimane giusto la possibilità di gustare un po' di silenzio firmato John Cage e di guadagnare l'uscita di un festival onnivoro, impegnativo e soddisfacente come pochi.
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I numeri e le novità del Primavera 2013
La tredicesima edizione del Primavera ha collezionato a Barcellona 137.000 spettatori nei tre giorni principali del festival (37.000 il giovedì e 50.000 i due giorni successivi, raggiungendo la capienza massima), mentre l'audience totale della rassegna è stata di 170.000 presenze in sei giorni. I concerti sono stati oltre 230 suddivisi tra gli undici palchi del Forum e le altre location sparse per la città. La scelta di avere due palchi principali con orari alternati, posti alle due estremità dell'impero Primavera, ha permesso a gran parte del pubblico di seguire tutti i concerti più importanti ma bisogna ammettere che vedere ogni 80 minuti circa una transumanza di oltre 25.000 hipsters e indie rockers fa un certo effetto, soprattutto se si prova ad andare contro corrente per infilarsi in qualche palco secondario. Dopo anni con un main sponsor nazionale, la birra San Miguel, quest'anno si è chiuso un accordo con un luppolo straniero: l'olandese Heineken. Un altro sponsor del festival, la Mini, ha istituito un comodo e abbastanza funzionale servizio di navette free che collegava attraverso un circuito interno i due palchi principali del festival. Vista la grandezza sempre più estesa della location, una scelta quantomai saggia e gradita. Rough Trade, la storica etichetta e negozio di dischi londinese per il primo anno si è occupato di gestire il merchandise ufficiale del Primavera, esponendo un impressionante numero di dischi e t-shirts dei vari artisti presenti.
Molto scenografica è stata anche la ruota panoramica allestita all'interno del Parc del Forum, posizionata vicino al palco principale. Un modo alternativo e suggestivo per gustarsi i concerti, i tramonti sul mare o la luna piena che si è presentata nelle serate di venerdì e sabato. Ma soprattutto un simbolo evidente di come il Primavera - che oggi chiude la sua sezione portoghese a Oporto - ormai sia il contraltare europeo del Coachella, il festival californiano che si svolge ogni anno in aprile. Sempre più nutrita la rappresentanza italiana, sia tra il pubblico che tra gli addetti ai lavori e con tre band nostrane, Blue Willa, Honeybird & The Birdies e Foxhound, selezionate da A Buzz Supreme e Sfera Cubica, che si sono esibite durante il festival.
Infine per chi vive in prospettiva o ha voglia di pensare già alla prossima edizione, ecco il primo nome confermato: la reunion dei Neutral Milk Hotel di Jeff Magnum, una delle cult band più amate del sottobosco indie rock americano degli anni '90.
Gli highlights (Phoenix, Nick Cave & The Bad Seeds)
Phoenix. Mentre la moglie Sofia Coppola era impegnata a presentare a Cannes il suo ultimo film The Bling Ring, Thomas Mars e i suoi Phoenix sono stati protagonisti di uno dei live più riusciti e trascinanti di questa edizione. Una formazione allargata a sei elementi ha permesso di aumentare la potenza e le sfumature delle perfect pop songs della band parigina e non da meno sono stati i visuals apparentemente semplici - giocavano su monocromie e bicromie - ma di grande effetto. Un set molto carico, elegantemente in bilico tra rock e attitudine dance, con brani come Lasso, 1901, Fences o Entertainment che hanno catturato lo sguardo e i cuori del pubblico così come il riuscitissimo medley tra Too Young e Girlfriend. Chiusura affidata ad una reprise di Entertainment con la partecipazione straordinaria di J Mascis dei Dinosaur Jr. come chitarra solista, con Mars intento a surfare sulla folla in estasi da champagne pop. Un film musicale perfetto, dove la qualità della trama non è andata a discapito delle emozioni.
[[ge:rep-locali:repubblica:60130938]]
Nick Cave & The Bad Seeds. Atmosfera molto più oscura e fumosa per Nick Cave e i suoi Bad Seeds. Il crooner rock noir australiano, pur febbricitante e lamentandosi apertamente dell'inaspettata temperatura autunnale, è riuscito a scaldare i cuori alternando delle murder ballads a dei brani più grintosi e di chiara matrice rock, vicini al progetto parallelo Grinderman. Rigorosamente vestito di nero con un taglio anni '70 ha aperto e chiuso la scaletta con due brani dall'ultimo album, We Know Who U R e Push the Sky Away mentre nel mezzo c'è stato spazio per alcuni classici come Jack the Ripper e Tupelo. I Bad Seeds, seppur stravolti nella formazione negli ultimi anni sono sempre un'ottima band capace di supportare gli umori e i rancori del proprio leader ma una menzione d'onore spetta al fido compagno Warren Ellis, dotato polistrumentista e animale da palco doc. E poi sentire gli ululati di Nick Cave con la luna piena come sfondo è un valore aggiunto non da poco.
Reunion e celebrazioni (The Breeders, The Postal Service)
The Breeders. Sono passati venti anni esatti da quando Kim Deal (voce, chitarra) dei Pixies insieme alla sorella Kelley (chitarra, voce), a Josephine Wiggs (basso) e Jim MacPherson (batteria) diedero alle stampe il loro secondo album Last Splash, un piccolo e folle capolavoro pop rock. Tempo quindi di celebrazioni: una classica ristampa in versione deluxe e un tour per ricordare, dare nuova vita a quei brani e tramandarli alle nuove generazioni. Il live segue in tutto e per tutto la tracklist del disco e quindi fa un certo effetto sentirsi sparare come seconda cartuccia Cannonball, il pezzo più famoso dell'intera discografia Breeders. Per chi conosce l'album non ci sono sorprese, e la band fa di tutto per ripresentare i brani esattamente come vennero registrati all'epoca, intro e code incluse. Un approccio stranamente troppo controllato e maniacale e infatti l'ironia della Deal emerge subito dopo Flipside quando la band si ferma per qualche istante, il tempo di girare il vinile, e la cantante annuncia l'inizio del lato B del disco. Le armonie vocali delle sorelle Deal rimangono il punto di forza delle Breeders, così come le sghembe e irresistibili melodie presenti in altri episodi perfetti come No Aloha e Divine Hammer. Vista la brevità dell'album, 40 minuti scarsi, c'è spazio per qualche bonus tra i quali spicca una bella e personale versione di Happiness is a Warm Gun dei Beatles. Per tutti i fan dei Pixies la notizia è invece ancora più gustosa: confermati i rumors che danno un nuovo album di inediti in uscita dopo l'estate, a ben 22 anni da Trompe le Monde.
The Postal Service. Invece di anni ne sono passati "solo" dieci da quando un divertissement estemporaneo tra Ben Gibbard (Death Cab For Cutie), Jimmy Tamborello (Dntel) e Jenny Lewis (Rilo Kiley) si è trasformato in uno dei più grandi successi commerciali della mitica Sub Pop di Seattle, contendendosi lo scettro di album più venduto dell'etichetta con Bleach dei Nirvana. Anche per Give Up dei Postal Service è uscita una versione deluxe ma per fortuna il live ha un'impostazione più canonica con una scaletta a sorpresa. Uno show motorio e nostalgico, nel quale l'electropop agrodolce della band ne esce rinvigorito, acquistando corpo e sostanza, come i vini migliori. L'unica pecca sono alcuni siparietti tra Gibbard e la Lewis che hanno pericolosamente ricordato quelli sanremesi firmati dalla coppia Minghi-Mietta, ma per fortuna il pubblico del Primavera, ignaro di certe brutture musicali, non ha accusato il colpo. Lo zenit si è raggiunto quasi alla fine con Such Great Heights che rimane ancora oggi uno degli inni assoluti degli anni 2000.
I nuovi classici (Tame Impala, Grizzly Bear, James Blake, Animal Collective, Deerhunter)
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Tame Impala. Il lato più psichedelico dei Fab Four che incontra l'hard rock melodico degli anni '70. È questa la formula vincente che negli ultimi ha lanciato nel gotha del nuovo rock gli australiani Tame Impala. Pur suonando nel pomeriggio un bagno di folla attendeva Kevin Parker e soci, per la prima volta dal vivo al Primavera. E loro hanno ripagato tutta questa attesa con un live mozzafiato, da Beatles sotto acido, con dei lunghi inserti strumentali perfettamente coordinati ai laser colorati che si contorcevano ed espandevano alle loro spalle. Ma oltre al suono, all'impatto rock, la band di Perth ha anche delle grandi melodie e brani come "Elephant" "Apolcalypse dreams", "Solitude is bliss" o "Half full glass of wine" posta in chiusura e allungata a dismisura ne sono gli esempi più calzanti. Semplicemente il miglior sogno psichedelico del momento.
Grizzly Bear. Un approccio molto più riflessivo caratterizza invece l'esibizione dei Grizzly Bear. La band di New York parte un po' contratta, anche a causa di alcuni problemi tecnici, per poi sciogliersi fino ad un finale, Sun in Your Eyes, di grande suggestione emotiva e visiva, grazie alla splendida scenografia composta da lanterne volanti. Il loro songbook è di primissima qualità, tra i migliori in circolazione, buona parte della scaletta è incentrata sugli ultimi due ottimi album, Veckatimest e Shields e la scelta di aprire il suono anche a sonorità vagamente country/western/morriconiane rende la musica senza tempo dei Grizzly Bear ancora più affascinante, peculiare e misteriosa. Una band da ascoltare ad occhi chiusi ed in religioso silenzio, cosa che in una serata con 50.000 persone intorno non è esattamente un'impresa facile.
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James Blake. Dal canto suo il nuovo principino del soul sintetico, l'inglese James Blake, si preoccupa molto, forse troppo, di imbastire uno show chirurgico, alla ricerca della forma perfetta. Un live in trio dove tutto viene suonato e cantato dal vivo, tranne qualche piccola eccezione, ma dove il controllo prende eccessivamente il sopravvento sull'emozione. Paradossalmente alcuni brani sono più spinti e dinamici su disco. Il tutto sembra funzionare meglio quando lascia la strada maestra da crooner postmoderno per dirigersi su lidi più clubbing. Si capisce chiaramente la caratura dell'artista e con il tempo imparerà a lasciarsi andare un po' di più, a godersi e a far godere non solo l'aspetto estetico-mentale della sua proposta musicale.
Animal Collective. Il problema con gli Animal Collective da qualche anno a questa parte è che sfruttano i concerti come una sorta di laboratorio sperimentale per trovare nuove soluzioni o vie di fuga dalla noia della routine e dalla cristallizzazione sonora. Questa volta sono approdati in un'Africa sintetica, destrutturata e ricoperta di psichedelia al silicio. Una prima parte storta e in versione jam session, poi pian piano prende il sopravvento la melodia, uscendo in maniera più decisa in brani come Applesauce e My Girls, ormai vero inno nazionale per gli hipster e per il popolo del Primavera in generale. Molto bella la scenografia, una bocca "mostruosa" multicolore che circonda la band, sulla quale viene effettuato un mapping.
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Deerhunter. Il nuovo look di Bradford Cox, lo scheletrico leader dei Deerhunter, non è dei più incoraggianti: un pericoloso mix tra Joey Ramone e Bugo, vestito in abiti femminili. A dirla tutta anche il nuovo album Monomania non è certo il migliore pubblicato dalla band. Però dal vivo poche volte sono sembrati così compatti, focalizzati su un suono ibrido eppur delineato, a metà tra il garage rock e la psichedelia elettrica più liquida. Una bella set list che pesca un po' da tutti gli angoli della discografia della band originaria di Atlanta e anche i brani più nuovi, The Missing e Sleepwalking su tutti, sembrano acquisire spessore e magia, confermando l'antica regola che vuole il palco come unico vero banco di prova in ambito rock. Non a caso oltre alle due esibizioni programmate durante il festival sono stati chiamati per una terza performance, per giunta sul palco principale, per riempire lo slot lasciato vuoto dal forfait last minute dei Band Of Horses. Una vittoria schiacciante, un secco 3-0 per i Deerhunter.
Estremismi elettronici (Pantha Du Prince, The Knife)
Il bello di un festival come il Primavera è che oltre ad abbracciare buona parte delle sonorità presenti nell'immaginario musicale odierno - si passa con nonchalance dall'ethio-jazz di Mulatu Astatke al drone-metal degli OM - anche all'interno della stessa cup of tea si possono trovare delle esibizioni concettualmente opposte e per questo parimenti interessanti. È stato il caso di Pantha Du Prince e The Knife.
Pantha Du Prince & The Bell Laboratory. Il producer tedesco ha eseguito all'interno dello splendido Auditorium del Forum il suo ultimo progetto Elements of Light concepito e registrato insieme ad un ensamble di percussionisti norvegesi, The Bell Laboratory. Il progetto, ambizioso e riuscitissimo, è una sinfonia per elettronica, percussioni varie e un particolare strumento composto da 50 campane di bronzo. Il risultato è qualcosa di assolutamente ammaliante, simile ad un'incursione notturna di Steve Reich nella techno minimale più emotiva e viva possibile. In sei sul palco hanno suonato tutto rigorosamente dal vivo, un tripudio di poliritmie ancestrali sulle quali si elevano le melodie firmate da Hendrik Weber. Un rituale laico, con i vari musicisti che lasciano il palco portandosi dietro l'eco dei propri strumenti e sogni. Gli oltre 5 minuti di applausi scroscianti a fine performance valgono più di ogni commento.
The Knife. Lo show che il duo norvegese ha creato a supporto del nuovo album Shaking the Habitual è qualcosa che inevitabilmente dividerà il pubblico, sia a livello concettuale sia per la sua resa e godibilità effettiva. Una chiara provocazione agli stereotipi e ai canoni della musica dal vivo, della quotidianità, come il titolo stesso del disco suggerisce. Prima di tutto non è un concerto ma una performance di danza contemporanea. Per buona parte del tempo il palco è interamente occupato da un corpo di ballo che si muove e interagisce con i brani firmati The Knife. Nulla è suonato dal vivo e anche le voci sono in diffusione, tranne in alcuni momenti nei quali Karin Drejer Andersson compare sul palco e canta con il suo riconoscibile timbro alieno. Buona parte del set ruota intorno ai pezzi del nuovo album, tranne la chiusura affidata ad una versione massimalista della loro hit più celebrata, Silent Shout. Il risultato è qualcosa più vicina a una versione dance di uno spettacolo di Pina Bausch che a un live dei Chemical Brothers o dei Daft Punk. Chi riesce a lasciarsi andare, a raccogliere la provocazione e farla propria, a muoversi insieme ai protagonisti sul palco, il tutto si tramuta magicamente in qualcosa di liberatorio e coinvolgente. Per tutti gli altri non può che essere una delusione se non addirittura una sonora presa per i fondelli. Al Primavera, pur esibendosi alle 3 passate di mattina, il pubblico ha risposto con grande entusiasmo e partecipazione. Qualche settimana fa a Milano la cosa è andata in maniera leggermente diversa.
Saranno famosi (Daughter, Phosphorescent, Kurt Vile)
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Daughter. La giovane band londinese, capitanata dalla sensuale Elena Tonra ha pubblicato uno degli esordi più interessanti di questa prima metà del 2013 ed era quindi doveroso testarli dal vivo alla prima occasione. Una curiosità condivisa da molti vista la massiccia presenza di pubblico che ha stupito in primis la band, visibilmente emozionata ma per fortuna affatto intimorita dalla calorosa accoglienza. Il dream pop arricchito di venature folk e rock dei Daughter funziona alla grande anche dal vivo, grazie ad un suono ancora più espanso e potente sul quale la vocalità della Tonra riesce ad esprimersi al meglio. Confermatissimi come una delle novità più solide e succose della stagione.
Phosphorescent. Di gavetta il cantautore americano Matthew Houck ne ha fatta sicuramente di più prima di iniziare ad avere i giusti riconoscimenti da parte del pubblico. La svolta c'è stata nel 2010 con il quinto album Here's to Taking It Easy che lo ha proiettato in classifica sia in America che in UK e ora con il nuovo Muchacho si appresta a fare un ulteriore passo in avanti, grazie anche ad una band vera e propria che lo accompagna dal vivo. Il suo folk rock è qualcosa di molto particolare e immediato al tempo stesso. Un artista e un live che potrebbero piacere tanto al fan del folk soulful di Bon Iver quanto ai cultori dell'alternative country di Bonnie "Prince" Billy. Con il padre putativo Willie Nelson a guardare sempre tutti dall'alto.
Kurt Vile. Il capelluto indie rocker di Philadelphia è uno dei nomi più caldi del momento. Anche lui come i Tame Impala, pur suonando nelle prime ore del festival era atteso sul palco principale da un pubblico da prime time. Merito della bontà dei suoi ultimi due album Smoke Ring for My Halo e Wakin on a Pretty Daze, lavori abili a fondere la classica lezione rock dei '70 e la psichedelia dei primi '90, con il santino di Neil Young in bella mostra. Supportato dai fidati Violators la sua voce annoiata e miagolante è già un trademark così come le lunghe code strumentali condite dagli infiniti assolo di chitarra. Il vento continuo ha trasformato per buona parte del set Kurt Vile in un cugino Itt in versione guitar hero, per poi divenire un gattone folk durante i brani acustici eseguiti in solitaria. Sul finale, in Freak Train spunta anche un sax iperdistorto a sancire il momento più loud e arrabbiato dell'intero concerto. Una sintesi di velluto e carta vetrata: è questo il segreto di uno dei cantautori più dotati della sua generazione.
Parossismi rock (My Bloody Valentine). Lungimirante l'idea di mettere sul palco principale come ultimo concerto dell'ultimo giorno l'assalto shoegaze dei My Bloody Valentine. Da quando sono tornati in vita nel 2008, Kevin Shields e soci hanno potuto finalmente trasformare in realtà la loro originale idea di concerto: un'esperienza sensoriale nella quale la potenza strumentale va ad inghiottire ogni aspetto "secondario" del dogma rock come la melodia e le voci. Poco importa se si tratta di brani immortali pescati dai capolavori del passato Isn't Anything e Loveless o estratti dal nuovo album MBV, tutti subiscono lo stesso radicale trattamento. Nessuna eccezione, nessun prigioniero. La chitarra, i suoi estremi volumi e distorsioni dettano legge. Non c'è democrazia né tantomeno voglia di trovare un compromesso. L'esempio pìù oltranzista è la versione allucinante di You Made Me Realise. Una guerra dei Mondi combattuta su sei corde. La fine del rock. La fine di tutto se non si ha l'accortezza di "godersi" il concerto con i tappi ben inseriti nelle orecchie.
Dopo un'orgia sonora di tale portata rimane giusto la possibilità di gustare un po' di silenzio firmato John Cage e di guadagnare l'uscita di un festival onnivoro, impegnativo e soddisfacente come pochi.