Spettacoli

<a title="https://puntoitalia.online/spettacoli/musica/" href="https://puntoitalia.online/spettacoli/musica/">MUSICA</a>

Bon Jovi a San Siro, tre ore di energia.
E la rockstar si ferma per la commozione

In 50mila per l'unica data italiana del cantante del New Jersey che si interrompe per l'emozione quando compare la scenografia preparata dai fan, un enorme mosaico di bandiere italiane e a stelle e strisce

2 minuti di lettura
Prima del suo arrivo a Milano lo aveva promesso: i Rolling Stones, che in contemporanea stavano salendo sul palco di Glastonbury, gli avrebbero invidiato il palco. E Bon Jovi è stato di parola visto che, per celebrare la sua prima volta a San Siro nonché il trentennale della band, ha fatto la sua unica data italiana davanti a 50mila persone sotto una coreografia (decisamente) ambiziosa con un enorme cofano di una Buick del 1960 ricreato ad hoc. Giacca di pelle, chitarra sotto il braccio e ciuffo d'ordinanza, John Francis Bongiovi Junior in arte Jon Bon Jovi, 120 milioni di dischi venduti e discendenza italiana diretta (il nonno era di Sciacca), ha aperto il concerto di Milano con un pezzo preso dall'ultimo album, That's what the water made me, prima di mandare in visibilio i fan con You give a love a bad name, anno di grazia 1986, inno a cielo aperto accolto con un boato che ha fatto oscillare perfino le tribune del Meazza.
[[ge:rep-locali:repubblica:62114650]]
"Che bello essere qui, che posto unico. Abbiamo molte canzoni da suonare, quindi allacciate le cinture e lasciate guidare Johnny" urla nel microfono Bon Jovi prima di ripartire con Runaway, primo singolo di debutto che la sua band pubblicò esattamente trent'anni fa, nel 1983. L'assenza del chitarrista Richie Sambora, rimpiazzato (ufficialmente per motivi personaili) anche a San Siro dal canadese Philip Theofilis Xenidis alias Phil X (già al fianco di Alice Cooper), non si è fatta sentire troppo mentre la scaletta assestava, una dietro l'altra, hit come Lost Highway, Born to be my baby e la recente Because We Can, ispirata al second term di Obama, che però ha riservato una sorpresa, visto che la scenografia preparata dai fan, un enorme mosaico composto da bandiere italiane assieme ad altre a stelle e strisce, ha letteralmente fatto commuovere Bon Jovi, al punto da dover interrompere il concerto. "Grazie, grazie, grazie" ha ripetuto il cantante nascondendo il volto, ancora sulla scia dell'emozione prima di ricominciare, dall'inizio, lo stesso brano.

Tra i momenti più toccanti della serata, l'esecuzione di Amen, con l'oscurità che inizia a calare (finalmente) su San Siro, rendendo tutto più speciale, seguita subito dopo da In these arms e da una serie di pezzi al fulmicotone che mette ko lo stadio con in fila Sleep, Love's the only rule, una cover del 1975 di John Fogerty (Rockin' all over the world), poi Wanted Dead or Alive (del 1987) e, soprattutto, Bad Medicine, pezzo del 1988, dilatato fino a sei minuti di durata con centomila braccia alzate al cielo.

Piaccia o meno, la ricetta del cantante del New Jersey è sempre quella degli esordi, gli ingredienti gli stessi che gli hanno permesso di far diventare la sua band non solo uno dei gruppi più famosi del mondo, ma anche uno dei più redditizi visto che nel 2012 ha fatturato qualcosa come 200 milioni di dollari solo con i tour: rock muscolare, poderosi riff di chitarra a sostenere ritornelli d'impatto che non si schiodano più dalle orecchie con l'aggiunta di un performer a cinque stelle che non si risparmia mai.

E allora, dopo tre ore di musica, ecco la chiusura trionfale su Have a nice day, Livin' on a Prayer (con inevitabile effetto karaoke) Always, sigillo romantico su una serata davvero speciale, e un attimo prima della conclusione con These Days, un accenno a O' sole mio e infine ("Amo questa città, ne faccio ancora una") This Ain't A Love Song con i 50mila del Meazza in delirio mentre su Twitter l'hashtag #BonJovi diventava addirittura trending topic proprio durante le battute finali del concerto. Come a dire, trent'anni di carriera e non sentirli.