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Beach Boys, le onde del surf travolgono Londra

Il gruppo surf più famoso della storia si esibisce, in forma ridotta, ad Hyde Park e lo trasforma in una grande festa per giovani e famiglie, che ballano sotto il palco. E' la magia di una musica che 50 anni dopo è ancora carica di valore

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LONDRA - Il sole è alto su Hyde Park, "L'estate di Londra sembra davvero quella della California", scherza Mike Love dal palco. Sì, per i Beach Boys Londra si è trasformata e il parco nel centro della città è diventato il luogo di una grande festa a ritmo di surf. I Beach Boys sono tornati, a un anno di distanza dal loro trionfale tour del cinquantennale, e hanno conquistato la platea di Hyde Park senza alcuna difficoltà.

In formazione ridotta - mancavano Al Jardine e soprattutto il "padre fondatore" Brian Wilson - i "ragazzi da spiaggia" (Mike Love, settantadue anni, Bruce Johnston settantuno), hanno conquistato rapidamente i cuori di una platea che non voleva altro che lasciarsi conquistare, intonando, in un ora e mezza di set, solo alcune delle decine e decine di canzoni che in mezzo secolo hanno portato al successo.

Non si può dire che i Beach Boys siano gli stessi di un tempo, la band che li accompagna è fatta di musicisti che hanno, in media, la metà degli anni dei due "boys". Ma, ed è questo il dato di fatto più interessante, sono una perfetta "cover band" della band Californiana, in grado di riproporre i brani con le sonorità originali (grazie all'elettronica) e con le voci giuste, grazie alle doti canterine, eccellenti, di tutti i componenti.

Love e Johnston fanno il minimo indispensabile per garantire la "genuinità" dell'operazione, cantano in parte, accennano qualche divertente passo di danza, incitano il pubblico a seguirli in quella che, rapidamente, si trasforma in un party per famiglie. E' impossibile non cantare "Fun fun fun", "Barbra Ann", "Help me Rhonda", "California Girls", "Surfin' safari", "Little deuce Coupe", e tutte le altre, ogni brano è un pezzo di storia e la band fa del suo meglio per non far sentire la mancanza degli altri.

Il pubblico è fatto in gran parte di giovani, a differenza della sera precedente con gli Stones. In realtà la presenza massiccia di adolescenti è dovuta al cast della giornata di concerti, che vede la partecipazione di band pop come Saturdays e Jls ma, contrariamente a quello che si potrebbe supporre, quando i due settantenni arrivano in scena, i ragazzi si accalcano sotto al palco, si mettono a cantare tutte le canzoni, che conoscono a memoria, e più la band si riscalda più il pubblico si mette a ballare. E dato che è domenica e c'è il sole, il parco si è riempito anche di famiglie al gran completo, così tra le gambe di chi salta e balla, corrono decine e decine di bambini, che giocano ad acchiapparella tra le note del surf e quelle del rock'n'roll.

E' davvero così, la formula magica dei Beach Boys continua a funzionare, la loro musica riempie i cuori di allegria e gioia, di ritmo e melodia, le onde del surf travolgono tutti e il successo è assicurato. Love e Johnston portano in giro il loro grande jukebox, le canzoni con le quali hanno acceso la miccia degli anni Sessanta, quelle con le quali competevano con i Beatles (e "God only knows", cantata da Johnston al posto dello scomparso Carl Wilson, resta una delle più belle canzoni del secolo) e qualche piccolo successo posteriore, per ricordare a tutti che sono stati i primi a dare un senso musicale al rock, a mescolare creatività e intrattenimento, ingegno compositivo e divertimento.

Certo, le cose più sperimentali, quelle più singolari, in un ora e mezza di festa all'aperto i Beach Boys non le propongono, ma il genio di Wilson lo si ritrova nelle piccole cose, negli straordinari arrangiamenti vocali che vengono fedelmente riproposti, nelle insolite aperture ritmiche e armoniche ("Good vibration" è ancora oggi un pezzo di una assoluta modernità, una piccola sinfonia che sembra non avere fine), ed anche se Love ama ridurre la storia della band al solo surf, il rock psichedelicamente singolare di Brian Wilson emerge continuamente, anche in uno show ridotto all'osso come questo.

Sono vecchi? Si, irrimediabilmente, molto più dei coetanei Rolling Stones che la sera prima sembravano i loro figli. Ma, con l'aiuto di una band molto più giovane di loro, riescono a mettere insieme uno show piacevole. Il pubblico non chiede di meglio che di poter cantare con loro. Così mentre cala il buio i Boys intonano Surfin' Usa, e tutti cantano in coro, ragazzi, bambini, padri e madri, sognando la California, le onde del mare, un epoca che non è mai tramontata.

Quello dei Beach Boys è ancora un suono che fa viaggiare la mente, che spinge a cantare, a entrare in sintonia con le "buone vibrazioni". Almeno per una domenica di sole. Dopo gli Stones e i Beach Boys, toccherà agli Who, e la storia del rock andrà in scena ancora una volta, in questo incredibile e lunghissimo weekend. Poi si tornerà alla vita di tutti i giorni.