Don Letts, il videomaker "fratello" dei Clash:
"Con loro punk e reggae diventarono armi"
<em class="author">ALBERTO CASTELLI</em>
Dj, musicista, documentarista, l'artista giamaicano è stato accanto alla band e ha filmato le loro imprese. I suoi video, compresi alcuni inediti, sono ora nel cofanetto "Sound System", l'opera definitiva su Joe Strummer e compagni in uscita il 9 settembre. "Non furono solo una straordinaria rock band, ma un baluardo della lotta al razzismo"
LONDRA - Martedì 9 settembre arriva nei negozi Sound System, il cofanetto definitivo dei Clash, il gruppo che più di ogni altro sintetizzò magistralmente quell'insieme di suoni, atteggiamenti, rabbia e sogni che pervase l'Inghilterra (e non solo) alla fine degli anni '70. Insieme ai Sex Pistols, i Clash guidarono la rivolta del punk, ma a differenza del gruppo di Johnny Lydon (meglio conosciuto in quei giorni con il nome di Johnny Rotten), la band composta da Joe Strummer (voce e chitarra, scomparso nel 2002), Mick Jones (chitarra), Paul Simonon (basso) e Topper Headon (batteria) non aveva affatto una visione nichilista e autodistruttiva della musica e della vita e non pensava certo di mettere in scena la grande truffa del rock'n'roll. Tutt'altro.
I Clash hanno mostrato la strada a diverse generazioni, hanno puntato il dito contro il razzismo e le diseguaglianze sociali, hanno fatto conoscere al proprio pubblico il ritmo in levare del reggae e lo stile di quella ch…
I Clash hanno mostrato la strada a diverse generazioni, hanno puntato il dito contro il razzismo e le diseguaglianze sociali, hanno fatto conoscere al proprio pubblico il ritmo in levare del reggae e lo stile di quella ch…
LONDRA - Martedì 9 settembre arriva nei negozi Sound System, il cofanetto definitivo dei Clash, il gruppo che più di ogni altro sintetizzò magistralmente quell'insieme di suoni, atteggiamenti, rabbia e sogni che pervase l'Inghilterra (e non solo) alla fine degli anni '70. Insieme ai Sex Pistols, i Clash guidarono la rivolta del punk, ma a differenza del gruppo di Johnny Lydon (meglio conosciuto in quei giorni con il nome di Johnny Rotten), la band composta da Joe Strummer (voce e chitarra, scomparso nel 2002), Mick Jones (chitarra), Paul Simonon (basso) e Topper Headon (batteria) non aveva affatto una visione nichilista e autodistruttiva della musica e della vita e non pensava certo di mettere in scena la grande truffa del rock'n'roll. Tutt'altro.
I Clash hanno mostrato la strada a diverse generazioni, hanno puntato il dito contro il razzismo e le diseguaglianze sociali, hanno fatto conoscere al proprio pubblico il ritmo in levare del reggae e lo stile di quella che poi sarebbe diventata la vecchia scuola del rap. In soli cinque anni, dal 1977 al 1982, hanno registrato una serie di dischi destinati a diventare altrettanti capitoli fondamentali nella storia del rock. Più di ogni altra cosa, ai Clash artisti corrispondevano i Clash come persone: sincere, oneste, autentiche. Avevano talento, consapevolezza, energia. Non a caso, proprio in quel fatidico 1977, lo scrittore e giornalista statunitense Lester Bangs scrisse che "i Clash sono l'unica band che conta veramente". Per molti aspetti lo sono ancora.
La storia dei Clash è raccontata magistralmente da Sound System. Il cofanetto - la cui veste grafica è stata curata da Paul Simonon - contiene infatti tutti i dischi che il gruppo pubblicò, con la sola eccezione del cupo e fastidioso Cut The Crap (realizzato quando della formazione storica la band era rimasto il solo Joe Strummer), più tutti i singoli, rarità e b-side, persino il demo che i Clash realizzarono per la Polygram, la casa discografica che rifiutò di metterli sotto contratto, diverse memorabilia: tutto ciò che può rendere felici collezionisti e appassionati. Il cofanetto contiene anche dei video, con diversi inediti, diretti dal regista Julian Temple e dal videomaker e documentarista Don Letts, che ha attinto molto materiale dal proprio archivio personale. Quest'ultimo è considerato il quinto componente dei Clash, per loro fu un collaboratore prezioso, un compagno di viaggio, un amico fraterno.
Oggi Don Letts, nato in Inghilterra da migranti giamaicani, ha 57 anni, portati splendidamente. Ha diretto diversi documentari, tra i quali uno dedicato alla vita e all'arte del poeta in musica Gil Scott-heron, conduce da sette anni un programma radiofonico - Culture Clash, lo stesso titolo dell'autobiografia pubblicata nel 2009 - per BBC 6, il canale digitale della BBC, tiene delle serate, dei veri e proprio "punky reggae party" (proprio come il titolo della canzone che Bob Marley incise nel 1977) in tutto il mondo. È ancora il "rebel dread", il soprannome che i Clash coniarono all'epoca per lui. Anche per Letts, soprattutto per Letts, l'uscita di Sound System è un appuntamento da non mancare.
"Credo che sia l'opera definitiva per i Clash - ci racconta Don Letts in un pomeriggio londinese di tarda estate, sorprendentemente soleggiato - anche perché è stato realizzato con il consenso e l'apporto creativo di Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon. Spero solo che sarà venduto a un prezzo ragionevole, alla portata di tutti. I Clash hanno sempre seguito questa linea, per il doppio London Calling, pubblicato nel 1979 e per il triplo Sandinista dell'anno successivo imposero un prezzo decisamente basso rinunciando a tanti soldi... Ma loro erano così, questa scelta era anche un modo per rispettare il loro pubblico, tutte quelle persone che li seguivano con una passione incredibile. In fondo erano una cosa sola, il pubblico e la band: i Clash non erano e non volevano diventare delle star, a loro non importava niente di tutte queste cose. Credo che Sound System sia la testimonianza di un periodo unico, irripetibile. Per i più giovani, quelli che ai tempi non c'erano, questa è l'occasione ideale per scoprire un suono, uno stile, un modo di vivere unico, irripetibile".
Proponiamo al "rebel dread" un flashback: nel 1980 i Clash pubblicano un "extended play", ai tempi si chiamavano così, con diversi brani. La copertina ritrae un giovane che fronteggia un cordone di poliziotti. Quel giovane è Don Letts e la foto fu scattata durante gli scontri del Carnevale di Notting Hill Gate del 1976. Cosa ricorda di quel giorno?
"Questa è la versione ufficiale di quella giornata, ma le cose non andarono in quel modo. È vero, partecipai agli scontri, c'erano anche Joe Strummer e Paul Simonon, e mi ritrovai in una posizione estremamente pericolosa: ero in mezzo a una strada, alle mie spalle c'erano tanti giovani neri con bastoni e sassi e di fronte a me c'erano i poliziotti. Ero davvero nel posto sbagliato al momento sbagliato. Volevo scappare e mettermi al sicuro. La prospettiva di quello scatto ha tratto in errore tante persone. Le cose non andarono in maniera così avventurosa, in un certo senso così romantica, ma la gente ha bisogno anche di questo. Comunque, ripeto, stavo solo cercando un modo per trovare una via d'uscita."
Era l'estate del 1976: il punk con il suo gloriso anno di fuoco, il 1977, erano dietro l'angolo e la storia di Clash stava per cominciare. Come e quando conobbe i componenti del gruppo?
"In quel periodo gestivo l'Acme Attractions, un negozio di abbigliamento "vintage" e atre cose particolari che si trovava a Chelsea, molto vicino a Sex, il negozio gestito da Malcom McLaren, che poi diventerà il manager dei Sex Pistols, e dalla stilista Vivienne Westwood, oltre ai vestiti vendevo delle cassette con i tanti 45 giri di reggae che mi arrivavano dalla Giamaica. Joe Strummer e soprattutto Paul Simonon amavano il reggae e così mi venivano a trovare al negozio per ascoltare tutta quella musica. La nostra amicizia e la nostra collaborazione cominciarono così".
I Clash hanno avuto anche il merito di far scoprire il reggae prima ai giovani punk e poi al grande pubblico del rock. Un po' come avevano fatto negli anni Sessanta i Beatles, i Rolling Stones con il rock'n'roll, il blues e il soul. È un paragone adeguato?
"In parte sì, ma ci fu una differenza sostanziale. Gli Stones quando interpretavano i classici del blues di Muddy Waters o di Howlin' Wolf prendevano ispirazione da una realtà lontana, da una tradizione che apparteneva alla comunità african american. Invece il reggae per i Clash era qualcosa che conoscevano e vivevano quotidianamente. La società inglese di quel periodo era profondamente razzista. Noi figli dei migranti giamaicani pur essendo nati in Inghilterra eravamo ai margini, non avevamo prospettive, nessuna speranza per il futuro. In quel periodo a Londra all'entrata di molti pub c'era un cartello con scritto: Vietato l'ingresso agli irlandesi, ai neri e ai cani. Il sistema scolastico era estremamente punitivo e duro nei nostri confronti. La musica giamaicana, dallo ska al reggae, diventò il mezzo per unire i giovani neri e bianchi, eravamo dalla stessa parte, uniti dalla rabbia e dalla musica. Lottavamo insieme contro il razzismo seguendo il ritmo del reggae, ascoltando gli artisti giamaicani, primo fra tutti Bob Marley, che in quel 1977 viveva proprio a Londra, dove realizzò Exodus, il suo capolavoro. Un giorno andai a trovarlo vestito da punk, giubbotto di pelle nera, maglietta strappata e tutto il resto. Marley mi guardò in maniera strana e poi mi disse: 'Letts, ma come vai in giro?'. Noi rasta non abbiamo nulla a che fare con questi punk rocker. È tutta immondizia!". Gli risposi che stava sbagliando, che il loro amore per il reggae era sincero e soprattutto che anche loro, proprio come noi, erano dei ribelli e che potevamo, dovevamo lottare insieme. Con il tempo Marley capì e cambiò idea".
Sempre in quel periodo, lei diventò il Dj del Roxy, il locale dove si tennero i primi concerti dei gruppi punk. Un altro momento decisivo...
"Sì, certo. Dovevo mettere i dischi all'inizio e alla fine della serata e tra le esibizioni delle band. Il problema era che in quei giorni di dischi punk ce n'erano davvero pochi e così decisi di mettere i tanti dischi reggae che avevo. La cosa funzionò, mi ricordo che tra il pubblico c'erano parecchi che urlavano: 'Ehi Letts, suona ancora quel fottuto reggae, dai!'. Fu sempre in quel periodo che i Clash mi chiesero prima di riprenderli mentre suonavano e poi di dirigere i loro video. Non finirò mai di ringraziarli per avermi dato quella possibilità. Più in generale, credo di aver contribuito a quel movimento creativo ma anche politico, perché con la musica lottavamo contro i conservatori, contro il razzismo del National Front, ho fatto la mia parte e ne sono orgoglioso".
A pensarci bene la storia dei Clash è durata poco, più o meno cinque anni, ma il seguito che avevano e che hanno ancora oggi è impressionante. Lei come se lo spiega?
"Sì, solo cinque anni, più o meno, ma sono sembrati molti, molti di più. In quel periodo hanno inciso anche un album doppio, London Calling, e un triplo, Sandinista, e quando non erano in studio erano costantemente in tour. Alla fine erano stremati. Avevano dato tutto. A livello creativo è stato uno sforzo tremendo. Credo che nella storia del rock dopo Lennon e McCartney, Mick Jagger e Keith Richards ci siano, come autori e compositori, Joe Strummer e Mick Jones. Lo scioglimento del gruppo è stato qualcosa di molto doloroso per tutti. Io sono rimasto sempre al loro fianco, eravamo fratelli. Ho anche fatto parte dei Big Audio Dynamite, il gruppo che Mick Jones formò dopo la fine dei Clash e anche questa è stata un'esperienza bellissima. Credo comunque che sia stato importante anche scegliere di finire in quel modo, senza prendere in giro nessuno. Meglio seguire l'esempio dei Beatles che rischiare di diventare come i Rolling Stones".
Per Sound System, Mick Jones e gli altri hanno curato la rimasterizzazzione dei brani. Lei ha partecipato a questo lavoro? E in questo periodo ha riascoltato tutte quelle canzoni?
"No, non ho partecipato alla produzione e non ho ascoltato di nuovo le canzoni. Non ne ho bisogno. Le conosco a memoria. Quella canzoni sono ancora dentro di me e ci rimarranno per sempre. La musica non è una parte della mia vita, è la mia vita, perché quando ascolto musica mi sento meglio. La musica accende la mia creatività. Sono felice e orgoglioso di aver fatto parte della storia dei Clash. Soprattutto sono felice di aver vissuto con loro dei giorni così belli e indimenticabili ".
I Clash hanno mostrato la strada a diverse generazioni, hanno puntato il dito contro il razzismo e le diseguaglianze sociali, hanno fatto conoscere al proprio pubblico il ritmo in levare del reggae e lo stile di quella che poi sarebbe diventata la vecchia scuola del rap. In soli cinque anni, dal 1977 al 1982, hanno registrato una serie di dischi destinati a diventare altrettanti capitoli fondamentali nella storia del rock. Più di ogni altra cosa, ai Clash artisti corrispondevano i Clash come persone: sincere, oneste, autentiche. Avevano talento, consapevolezza, energia. Non a caso, proprio in quel fatidico 1977, lo scrittore e giornalista statunitense Lester Bangs scrisse che "i Clash sono l'unica band che conta veramente". Per molti aspetti lo sono ancora.
La storia dei Clash è raccontata magistralmente da Sound System. Il cofanetto - la cui veste grafica è stata curata da Paul Simonon - contiene infatti tutti i dischi che il gruppo pubblicò, con la sola eccezione del cupo e fastidioso Cut The Crap (realizzato quando della formazione storica la band era rimasto il solo Joe Strummer), più tutti i singoli, rarità e b-side, persino il demo che i Clash realizzarono per la Polygram, la casa discografica che rifiutò di metterli sotto contratto, diverse memorabilia: tutto ciò che può rendere felici collezionisti e appassionati. Il cofanetto contiene anche dei video, con diversi inediti, diretti dal regista Julian Temple e dal videomaker e documentarista Don Letts, che ha attinto molto materiale dal proprio archivio personale. Quest'ultimo è considerato il quinto componente dei Clash, per loro fu un collaboratore prezioso, un compagno di viaggio, un amico fraterno.
Oggi Don Letts, nato in Inghilterra da migranti giamaicani, ha 57 anni, portati splendidamente. Ha diretto diversi documentari, tra i quali uno dedicato alla vita e all'arte del poeta in musica Gil Scott-heron, conduce da sette anni un programma radiofonico - Culture Clash, lo stesso titolo dell'autobiografia pubblicata nel 2009 - per BBC 6, il canale digitale della BBC, tiene delle serate, dei veri e proprio "punky reggae party" (proprio come il titolo della canzone che Bob Marley incise nel 1977) in tutto il mondo. È ancora il "rebel dread", il soprannome che i Clash coniarono all'epoca per lui. Anche per Letts, soprattutto per Letts, l'uscita di Sound System è un appuntamento da non mancare.
"Credo che sia l'opera definitiva per i Clash - ci racconta Don Letts in un pomeriggio londinese di tarda estate, sorprendentemente soleggiato - anche perché è stato realizzato con il consenso e l'apporto creativo di Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon. Spero solo che sarà venduto a un prezzo ragionevole, alla portata di tutti. I Clash hanno sempre seguito questa linea, per il doppio London Calling, pubblicato nel 1979 e per il triplo Sandinista dell'anno successivo imposero un prezzo decisamente basso rinunciando a tanti soldi... Ma loro erano così, questa scelta era anche un modo per rispettare il loro pubblico, tutte quelle persone che li seguivano con una passione incredibile. In fondo erano una cosa sola, il pubblico e la band: i Clash non erano e non volevano diventare delle star, a loro non importava niente di tutte queste cose. Credo che Sound System sia la testimonianza di un periodo unico, irripetibile. Per i più giovani, quelli che ai tempi non c'erano, questa è l'occasione ideale per scoprire un suono, uno stile, un modo di vivere unico, irripetibile".
Proponiamo al "rebel dread" un flashback: nel 1980 i Clash pubblicano un "extended play", ai tempi si chiamavano così, con diversi brani. La copertina ritrae un giovane che fronteggia un cordone di poliziotti. Quel giovane è Don Letts e la foto fu scattata durante gli scontri del Carnevale di Notting Hill Gate del 1976. Cosa ricorda di quel giorno?
"Questa è la versione ufficiale di quella giornata, ma le cose non andarono in quel modo. È vero, partecipai agli scontri, c'erano anche Joe Strummer e Paul Simonon, e mi ritrovai in una posizione estremamente pericolosa: ero in mezzo a una strada, alle mie spalle c'erano tanti giovani neri con bastoni e sassi e di fronte a me c'erano i poliziotti. Ero davvero nel posto sbagliato al momento sbagliato. Volevo scappare e mettermi al sicuro. La prospettiva di quello scatto ha tratto in errore tante persone. Le cose non andarono in maniera così avventurosa, in un certo senso così romantica, ma la gente ha bisogno anche di questo. Comunque, ripeto, stavo solo cercando un modo per trovare una via d'uscita."
Era l'estate del 1976: il punk con il suo gloriso anno di fuoco, il 1977, erano dietro l'angolo e la storia di Clash stava per cominciare. Come e quando conobbe i componenti del gruppo?
"In quel periodo gestivo l'Acme Attractions, un negozio di abbigliamento "vintage" e atre cose particolari che si trovava a Chelsea, molto vicino a Sex, il negozio gestito da Malcom McLaren, che poi diventerà il manager dei Sex Pistols, e dalla stilista Vivienne Westwood, oltre ai vestiti vendevo delle cassette con i tanti 45 giri di reggae che mi arrivavano dalla Giamaica. Joe Strummer e soprattutto Paul Simonon amavano il reggae e così mi venivano a trovare al negozio per ascoltare tutta quella musica. La nostra amicizia e la nostra collaborazione cominciarono così".
I Clash hanno avuto anche il merito di far scoprire il reggae prima ai giovani punk e poi al grande pubblico del rock. Un po' come avevano fatto negli anni Sessanta i Beatles, i Rolling Stones con il rock'n'roll, il blues e il soul. È un paragone adeguato?
"In parte sì, ma ci fu una differenza sostanziale. Gli Stones quando interpretavano i classici del blues di Muddy Waters o di Howlin' Wolf prendevano ispirazione da una realtà lontana, da una tradizione che apparteneva alla comunità african american. Invece il reggae per i Clash era qualcosa che conoscevano e vivevano quotidianamente. La società inglese di quel periodo era profondamente razzista. Noi figli dei migranti giamaicani pur essendo nati in Inghilterra eravamo ai margini, non avevamo prospettive, nessuna speranza per il futuro. In quel periodo a Londra all'entrata di molti pub c'era un cartello con scritto: Vietato l'ingresso agli irlandesi, ai neri e ai cani. Il sistema scolastico era estremamente punitivo e duro nei nostri confronti. La musica giamaicana, dallo ska al reggae, diventò il mezzo per unire i giovani neri e bianchi, eravamo dalla stessa parte, uniti dalla rabbia e dalla musica. Lottavamo insieme contro il razzismo seguendo il ritmo del reggae, ascoltando gli artisti giamaicani, primo fra tutti Bob Marley, che in quel 1977 viveva proprio a Londra, dove realizzò Exodus, il suo capolavoro. Un giorno andai a trovarlo vestito da punk, giubbotto di pelle nera, maglietta strappata e tutto il resto. Marley mi guardò in maniera strana e poi mi disse: 'Letts, ma come vai in giro?'. Noi rasta non abbiamo nulla a che fare con questi punk rocker. È tutta immondizia!". Gli risposi che stava sbagliando, che il loro amore per il reggae era sincero e soprattutto che anche loro, proprio come noi, erano dei ribelli e che potevamo, dovevamo lottare insieme. Con il tempo Marley capì e cambiò idea".
Sempre in quel periodo, lei diventò il Dj del Roxy, il locale dove si tennero i primi concerti dei gruppi punk. Un altro momento decisivo...
"Sì, certo. Dovevo mettere i dischi all'inizio e alla fine della serata e tra le esibizioni delle band. Il problema era che in quei giorni di dischi punk ce n'erano davvero pochi e così decisi di mettere i tanti dischi reggae che avevo. La cosa funzionò, mi ricordo che tra il pubblico c'erano parecchi che urlavano: 'Ehi Letts, suona ancora quel fottuto reggae, dai!'. Fu sempre in quel periodo che i Clash mi chiesero prima di riprenderli mentre suonavano e poi di dirigere i loro video. Non finirò mai di ringraziarli per avermi dato quella possibilità. Più in generale, credo di aver contribuito a quel movimento creativo ma anche politico, perché con la musica lottavamo contro i conservatori, contro il razzismo del National Front, ho fatto la mia parte e ne sono orgoglioso".
A pensarci bene la storia dei Clash è durata poco, più o meno cinque anni, ma il seguito che avevano e che hanno ancora oggi è impressionante. Lei come se lo spiega?
"Sì, solo cinque anni, più o meno, ma sono sembrati molti, molti di più. In quel periodo hanno inciso anche un album doppio, London Calling, e un triplo, Sandinista, e quando non erano in studio erano costantemente in tour. Alla fine erano stremati. Avevano dato tutto. A livello creativo è stato uno sforzo tremendo. Credo che nella storia del rock dopo Lennon e McCartney, Mick Jagger e Keith Richards ci siano, come autori e compositori, Joe Strummer e Mick Jones. Lo scioglimento del gruppo è stato qualcosa di molto doloroso per tutti. Io sono rimasto sempre al loro fianco, eravamo fratelli. Ho anche fatto parte dei Big Audio Dynamite, il gruppo che Mick Jones formò dopo la fine dei Clash e anche questa è stata un'esperienza bellissima. Credo comunque che sia stato importante anche scegliere di finire in quel modo, senza prendere in giro nessuno. Meglio seguire l'esempio dei Beatles che rischiare di diventare come i Rolling Stones".
Per Sound System, Mick Jones e gli altri hanno curato la rimasterizzazzione dei brani. Lei ha partecipato a questo lavoro? E in questo periodo ha riascoltato tutte quelle canzoni?
"No, non ho partecipato alla produzione e non ho ascoltato di nuovo le canzoni. Non ne ho bisogno. Le conosco a memoria. Quella canzoni sono ancora dentro di me e ci rimarranno per sempre. La musica non è una parte della mia vita, è la mia vita, perché quando ascolto musica mi sento meglio. La musica accende la mia creatività. Sono felice e orgoglioso di aver fatto parte della storia dei Clash. Soprattutto sono felice di aver vissuto con loro dei giorni così belli e indimenticabili ".