Massimo Volume: "Noi, una rock band
che ha trasformato i suoi limiti in uno stile"
<em class="author">ERNESTO ASSANTE</em>
Emidio Clementi racconta la sfida del presente raccolta dal suo gruppo, uscito di recente con il nuovo album "Aspettando i barbari"
UN LUNGO silenzio, durato sei anni. Una "reunion" nel 2011, segnata dal rinnovato piacere di stare insieme, creare, suonare. Ed ora, tra le attività letterarie di Emidio Clementi con Corrado Nuccini, e quelle di Stefano Pilia, acco arrivare un nuovo album dei Massimo Volume, una delle più originali e appassionate realtà della musica italiana contemporanea. L'album, intitolato Aspettando i barbari, è uscito di recente per La Tempesta, e si è subito caratterizzato come uno dei lavori più interessanti dell'anno, diverso dal precedente Cattive abitudini, ma non meno tagliente e intrigante, un album dove come sempre la band cerca di superare i limiti della forma canzone senza però negare un forte rapporto con le radici, la parola, la voglia di comunicare. Con il rock e la melodia. Ne parliamo con Emidio Clementi.
Clementi, il nuovo album è un punto di arrivo, mette insieme molte delle vostre esperienze passate, tutta la vostr…
Clementi, il nuovo album è un punto di arrivo, mette insieme molte delle vostre esperienze passate, tutta la vostr…
UN LUNGO silenzio, durato sei anni. Una "reunion" nel 2011, segnata dal rinnovato piacere di stare insieme, creare, suonare. Ed ora, tra le attività letterarie di Emidio Clementi con Corrado Nuccini, e quelle di Stefano Pilia, acco arrivare un nuovo album dei Massimo Volume, una delle più originali e appassionate realtà della musica italiana contemporanea. L'album, intitolato Aspettando i barbari, è uscito di recente per La Tempesta, e si è subito caratterizzato come uno dei lavori più interessanti dell'anno, diverso dal precedente Cattive abitudini, ma non meno tagliente e intrigante, un album dove come sempre la band cerca di superare i limiti della forma canzone senza però negare un forte rapporto con le radici, la parola, la voglia di comunicare. Con il rock e la melodia. Ne parliamo con Emidio Clementi.
Clementi, il nuovo album è un punto di arrivo, mette insieme molte delle vostre esperienze passate, tutta la vostra storia. Ma guarda anche avanti, cercando di sviluppare un discorso nuovo. Chiedo, quindi, chi sono oggi i Massimo Volume.
"È sempre difficile descriversi, si tende a dare un'immagine di sé inevitabilmente indulgente. Diciamo comunque che siamo un gruppo musicale con quattro anime ben definite, attento al presente e affascinato dalla realtà, per quanto ambigua e spietata essa possa apparire. Musicalmente siamo riusciti a trasformare i nostri limiti in uno stile e ci siamo sempre sforzati di anteporre le canzoni nel loro complesso alle singole parti da eseguire".
È sempre stato essenziale per voi l'equilibrio tra musica e testo. Un equilibrio che in buona parte della musica odierna sembra perso....
"Non sono d'accordo. Giovanni Succi dei Bachi da pietra, per esempio, oppure Manuel Agnelli, Giovanni Bianconi, Simone Lenzi, Alessandro Grazian, Edda, Alessandro Fiori sono ottimi autori di testi, ognuno con un proprio mondo ben riconoscibile. Qualcuno di loro non ha ancora ricevuto l'attenzione che meriterebbe. Ma questo è un altro discorso".
Wikipedia vi definisce come una rock band. Vi sentite ancora una rock band?
"Certo. La nostra formazione è composta di batteria, due chitarre e basso, il classico impianto del rock, che a sua volta si è declinato in tante di quelle forme che può accogliere senza sforzi un progetto spurio come il nostro, fatto di linee vocali piatte e assai poco glamour".
L'Italia degli anni Novanta, quando siete nati, e quella degli anni Duemila, quando siete rinati. Cosa hanno in comune, in che modo vi ci trovate dentro?
"In mezzo c'è stata la trasformazione epocale del mondo discografico. Eppure la scena non è cambiata, le dinamiche sono simili a quelle di quindici anni fa. Molti vedono gli anni Novanta come il periodo d'oro della musica indipendente italiana. Ma allora come oggi ci si lamentava che la qualità era scarsa, i soldi pochi e i furgoni su cui viaggiare terribilmente scomodi".
Chi sono i barbari?
"Ognuno può vederci quello che vuole. I barbari sono una maschera, dietro si cela il cambiamento, lo stravolgimento della quotidianità. Si può avere al riguardo un atteggiamento di inquietudine oppure di speranza. Ci si può difendere o prepararsi all'accoglienza. Io li ho visti solo da lontano, non ho capito che intenzioni avessero".
Clementi, il nuovo album è un punto di arrivo, mette insieme molte delle vostre esperienze passate, tutta la vostra storia. Ma guarda anche avanti, cercando di sviluppare un discorso nuovo. Chiedo, quindi, chi sono oggi i Massimo Volume.
"È sempre difficile descriversi, si tende a dare un'immagine di sé inevitabilmente indulgente. Diciamo comunque che siamo un gruppo musicale con quattro anime ben definite, attento al presente e affascinato dalla realtà, per quanto ambigua e spietata essa possa apparire. Musicalmente siamo riusciti a trasformare i nostri limiti in uno stile e ci siamo sempre sforzati di anteporre le canzoni nel loro complesso alle singole parti da eseguire".
È sempre stato essenziale per voi l'equilibrio tra musica e testo. Un equilibrio che in buona parte della musica odierna sembra perso....
"Non sono d'accordo. Giovanni Succi dei Bachi da pietra, per esempio, oppure Manuel Agnelli, Giovanni Bianconi, Simone Lenzi, Alessandro Grazian, Edda, Alessandro Fiori sono ottimi autori di testi, ognuno con un proprio mondo ben riconoscibile. Qualcuno di loro non ha ancora ricevuto l'attenzione che meriterebbe. Ma questo è un altro discorso".
Wikipedia vi definisce come una rock band. Vi sentite ancora una rock band?
"Certo. La nostra formazione è composta di batteria, due chitarre e basso, il classico impianto del rock, che a sua volta si è declinato in tante di quelle forme che può accogliere senza sforzi un progetto spurio come il nostro, fatto di linee vocali piatte e assai poco glamour".
L'Italia degli anni Novanta, quando siete nati, e quella degli anni Duemila, quando siete rinati. Cosa hanno in comune, in che modo vi ci trovate dentro?
"In mezzo c'è stata la trasformazione epocale del mondo discografico. Eppure la scena non è cambiata, le dinamiche sono simili a quelle di quindici anni fa. Molti vedono gli anni Novanta come il periodo d'oro della musica indipendente italiana. Ma allora come oggi ci si lamentava che la qualità era scarsa, i soldi pochi e i furgoni su cui viaggiare terribilmente scomodi".
Chi sono i barbari?
"Ognuno può vederci quello che vuole. I barbari sono una maschera, dietro si cela il cambiamento, lo stravolgimento della quotidianità. Si può avere al riguardo un atteggiamento di inquietudine oppure di speranza. Ci si può difendere o prepararsi all'accoglienza. Io li ho visti solo da lontano, non ho capito che intenzioni avessero".