COME un veliero tra le nebbie, i Waterboys sbucano ancora una volta nel presente, per risvegliare generazioni di fan assorte nella nostalgia. "La passione trascende il tempo", dice il leader Mike Scott, sicuro della calda accoglienza che il pubblico italiano gli riserverà quando la band arriverà a novembre per quattro date del Fisherman's Blues Revisited 25th Anniversary Tour: il 21 all'Auditorium della Conciliazione di Roma, il 22 all'Auditorium di Milano, il 23 all'Auditorium Manzoni di Bologna e il 24 Gran Teatro Geox di Padova.
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Con Mike, ci saranno anche due membri storici dei Waterboys. "Il violinista Steven Wickham è rientrato nei Waterboys nel 2001 e da allora abbiamo suonato insieme costantemente. Sia io che Steve abbiamo sempre desiderato che anche il polistrumentista Anthony Thistlethwaite tornasse. E alla fine è successo, lo scorso anno a Spiddal. Andò così bene che prendemmo la decisione di proseguire, programmando un intero tour insieme. E oggi sono molto felice di riavere anche il vecchio bassista, Trevor Hutchinson".
Un album moltiplicato per sei. Come spiega il titolo del tour, c'è da festeggiare il 25mo anniversario dell'album più amato, che per l'occasione viene ripubblicato il 29 ottobre in uno speciale box di sei Cd, un'ottantina le tracce inedite, rimaste tali anche dopo le precedenti riedizioni. Ma intervistare Mike Scott è anche l'occasione per affrescare un importante pezzo di storia della musica degli anni Ottanta.
Fisherman's Blues fu pubblicato nel 1988, lo stesso anno di Rattle And Hum, con cui gli irlandesi U2 viaggiavano negli Usa per misurarsi con il blues, il gospel, il rhythm'n'blues, sulle tracce di Elvis, B.B. King, Billie Holiday e delle radici irlandesi dell'America. Nell'opera dei Waterboys, erano le radici della musica popolare americana ad essere attratte in un intreccio con quelle irlandesi, per un dialogo tra poetiche e sonorità da altri tempi e altri luoghi.
Waterboys e U2, due storie, due forze divergenti che muovevano dalla provincia dell'impero musicale britannico degli Ottanta. Eppure, le dua band avevano incrociato per un breve periodo il rispettivo cammino. "All'inizio della nostra carriera - ricorda oggi Mike Scott - eravamo headliner di noi stessi. Suonammo in Germania e nel Regno Unito. Poi diventammo band d'apertura dei Pretenders, con cui tenemmo un tour europeo di 20 date nella primavera del 1984. E poi aprimmo i concerti degli U2. Diventammo amici, ma tra noi restò sempre anche una distanza professionale, il limite della competizione tra due band".
Due band, scelte opposte, come i rispettivi destini. Gli U2 andarono incontro a un abbraccio planetario, gli altri fecero un passo indietro. Nessun rimpianto, Mike? "Rimpianti per cosa? Il mio unico rimpianto è di non aver pubblicato già all'epoca Fisherman's Blues come album doppio, magari triplo".
Nelle parole di Mike Scott, l'orgoglio del capitano sicuro della rotta. Già negli anni Ottanta. "Per me furono un decennio terribile, per la musica e per la società. In politica, i grandi passi avanti compiuti tra anni Cinquanta e primi Settanta furono vanificati da personaggi confusi e deludenti come la Thatcher, Reagan e i loro sostenitori. Nella musica, lo spirito dei 60's era stato rimpiazzato dal synth-pop e da tipi che cantavano con voci germaniche. Gli anni Ottanta furono così schifosi che i miei anni Ottanta dovetti inventarmeli".
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A trent'anni dalla fondazione, l'orgoglio delle radici. Fondati da Mike nel 1983, con i loro primi tre album (Waterboys 1983, A Pagan Place 1984, This Is The Sea 1985), i Waterboys avevano contribuito ad accendere un fuoco in una scena post-punk dominata da un gelido respiro elettronico. Lo avevano fatto con un rock trascinante e romantico al tempo stesso, perfettamente incarnato dai grandi occhi, i riccioli, la figura sottile, la voce fanciullesca e la potente spiritualità di Mike Scott.
Chi era all'epoca Mike Scott, oggi quasi 55enne? "Ero lo stesso di oggi, sempre con la testa piena di musica e parole. Volevo estrarre quella musica dalla mia testa e realizzare dischi oltre le possibilità della mia immaginazione. Non mi sentivo parte di nessuna scena. Mi avevano coinvolto il punk e la new wave a fine anni Settanta, ma nel momento in cui nacquero i Waterboys tutto si era dissolto".
A scongelare il cuore del rock erano soprattutto gruppi cresciuti al riparo dai trend londinesi. Il successo degli irlandesi U2, carichi di ardore e passione, punta di diamante di una scena periferica in cui orbitavano anche i gallesi Alarm di Mike Peters e gli scozzesi Big Country di Stewart Adamson, aveva indotto persino Jim Kerr a indossare il basco e a lasciarsi alle spalle gli anni dell'algido New Gold Dream (81-82-83-84) dei Simple Minds, da Glasgow. Non accadde con Mike Scott e i Waterboys.
"L'unica band che mi piaceva, guarda un po', era inglese: Echo & The Bunnymen di Ian McCulloch, da Liverpool. Nel 1982 avevo amato Combat Rock dei Clash. Ma ascoltavo soprattutto la musica del passato. I dischi di Van Morrison di fine Sessanta e primi Settanta, i Velvet Underground, il Patti Smith Group".
Magia d'Irlanda. Conquistato il loro posto al sole con il successo di This Is The Sea nel 1985, i Waterboys avevano perso il tastierista Karl Wallinger, che aveva fondato i World Party. Mike Scott allora aveva accettato l'invito di Steven Wickham e un anno dopo si era trasferito da Londra in Irlanda, portando con sè i Waterboys. L'inizio di una grande mutazione.
Guidato da Steve, già "fiddler" degli irlandesi In Tua Nua ma scoperto su una cassetta di Sinead O'Connor, Mike Scott si fece sedurre dal fascino di musicisti e strumenti fuori dal tempo, al punto da accantonare le distorsioni. "In realtà, esisteva un presagio di quanto sarebbe accaduto", ricorda Mike. "È la canzone The Thrill Is Gone, apparsa sul nostro secondo album, A Pagan Place. Anto (Thistlethwaite) qui suonava il mandolino".
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Mike conobbe e coinvolse, tra gli altri, il "whistle" di Colin Blakey, la tromba di Roddy Lorimer, le campane di Padraig Stevens, persino il cantante gaelico Tomàs Mac Eoin. Dal vivo avrebbe arruolato anche l'accordion di Sharon Shannon. E il suono dei Waterboys si colorò di tinte dimenticate. Tre anni di gestazione, tra 1986 e 1988, session a Dublino, a Galway e soprattutto a Spiddal, Irlanda occidentale. Ed ecco Fisherman's Blues, un capolavoro sospeso tra passato e futuro.
Sulla copertina, una foto in bianco e nero ritraeva un foto di gruppo dei musicisti molto simile al ritratto dell'equipaggio in libera uscita di una melvilliana baleniera. "L'intenzione dietro quella foto era semplice: ritrarre la band e tutta la crew all'esterno di Spiddal House, dove stavamo registrando. La scelsi per la copertina perché sembrava tratta da un bollettino giunto da un più antico e selvaggio mondo".
La canzone-manifesto. La canzone che avrebbe aperto e titolato l'album, Fisherman's Blues, era il manifesto del ritorno allo spirito di quel mondo antico e selvaggio. I Waterboys la presentarono già nel 1986, anche in tv, alla popolare trasmissione The Tube su Channel 4. Un inno di libertà, sciogliere le catene, fuggire dalla terra deserta a bordo di un treno per arrivare finalmente a solcare gli oceani, "con la luce sulla testa, con te tra le braccia". Materia poetica da Delta del Mississippi, per una ballata rivestita di folk, in cui il violino di Wickham era come brezza tra i capelli.
Nell'album, il dialogo tra America e Irlanda, come tra rock e folk, passava anche attraverso un condensato di tributi. Una cover di Sweet Thing del soulman irlandese Van Morrison che sfumava su una strofa di Blackbird dei Beatles, l'omaggio al country di Hank Williams in Has Anybody Here Seen Hank, la prima trasposizione in musica di una poesia di W. B. Yeats, Stolen Child. In chiusura, un frammento di This Land Is Your Land di Woodie Guthrie, con una significativa variante: località irlandesi al posto dei luoghi americani che costellavano le liriche del grande autore e folksinger statunitense.
Qualcuno scrisse all'epoca che i Waterboys riconsegnavano alla verde isola la sua musica. Ma quell'etichetta, folk, a Mike va stretta oggi come ieri. Ecco perché tiene ancora a discostare la canzone Fisherman's Blues dalla poetica afroamericana e contesta chi riporta tutto alla tradizione. "Mentre scrivevo la canzone, mi ricordai di una poesia che avevo letto molti anni prima, a scuola. Parlava di un treno postale che correva nella notte inglese. Sicuramente ispirò la seconda strofa di Fisherman's Blues. Quanto all'idea di un 'arrangiamento folk', la canzone può anche essere sostenuta da una chitarra acustica 12 corde, ma il suo cuore e il suo spirito sono puro rock'n'roll. Acustico non vuol dire necessariamente folk, come Elvis dimostrò nei 50's e anche i Beatles su Rubber Soul".
Fisherman's Blues oggi. Mike Scott si dice sicuro che "chi ha amato l'album, amerà anche tutto il materiale incluso nel box", ovvero le session irlandesi dei Waterboys dal 23 gennaio 1986 al 2 giugno 1988. Una volta conclusa la festa, verrà il tempo di pensare a un domani che, assicura il leader, ci sarà. Se l'ultimo album in studio, nel 2011, è stato interamente dedicato ai versi dell'immortale Yeats, Scott rivela di avere "un intero nuovo album di canzoni pronte, che registreremo l'anno prossimo".
Ma cosa prova Mike Scott quando ascolta Eddie Vedder accompagnarsi con una chitarrina hawaiana o vede i Lumineers vestirsi come spalatori di carbone? "Non sono per niente sicuro dell'influenza dei Waterboys su altri artisti. Ma mi rende felice vedere gente che suona strumenti come il mandolino. Il mandolino fa bene all'anima".
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Con Mike, ci saranno anche due membri storici dei Waterboys. "Il violinista Steven Wickham è rientrato nei Waterboys nel 2001 e da allora abbiamo suonato insieme costantemente. Sia io che Steve abbiamo sempre desiderato che anche il polistrumentista Anthony Thistlethwaite tornasse. E alla fine è successo, lo scorso anno a Spiddal. Andò così bene che prendemmo la decisione di proseguire, programmando un intero tour insieme. E oggi sono molto felice di riavere anche il vecchio bassista, Trevor Hutchinson".
Un album moltiplicato per sei. Come spiega il titolo del tour, c'è da festeggiare il 25mo anniversario dell'album più amato, che per l'occasione viene ripubblicato il 29 ottobre in uno speciale box di sei Cd, un'ottantina le tracce inedite, rimaste tali anche dopo le precedenti riedizioni. Ma intervistare Mike Scott è anche l'occasione per affrescare un importante pezzo di storia della musica degli anni Ottanta.
Fisherman's Blues fu pubblicato nel 1988, lo stesso anno di Rattle And Hum, con cui gli irlandesi U2 viaggiavano negli Usa per misurarsi con il blues, il gospel, il rhythm'n'blues, sulle tracce di Elvis, B.B. King, Billie Holiday e delle radici irlandesi dell'America. Nell'opera dei Waterboys, erano le radici della musica popolare americana ad essere attratte in un intreccio con quelle irlandesi, per un dialogo tra poetiche e sonorità da altri tempi e altri luoghi.
Waterboys e U2, due storie, due forze divergenti che muovevano dalla provincia dell'impero musicale britannico degli Ottanta. Eppure, le dua band avevano incrociato per un breve periodo il rispettivo cammino. "All'inizio della nostra carriera - ricorda oggi Mike Scott - eravamo headliner di noi stessi. Suonammo in Germania e nel Regno Unito. Poi diventammo band d'apertura dei Pretenders, con cui tenemmo un tour europeo di 20 date nella primavera del 1984. E poi aprimmo i concerti degli U2. Diventammo amici, ma tra noi restò sempre anche una distanza professionale, il limite della competizione tra due band".
Due band, scelte opposte, come i rispettivi destini. Gli U2 andarono incontro a un abbraccio planetario, gli altri fecero un passo indietro. Nessun rimpianto, Mike? "Rimpianti per cosa? Il mio unico rimpianto è di non aver pubblicato già all'epoca Fisherman's Blues come album doppio, magari triplo".
Nelle parole di Mike Scott, l'orgoglio del capitano sicuro della rotta. Già negli anni Ottanta. "Per me furono un decennio terribile, per la musica e per la società. In politica, i grandi passi avanti compiuti tra anni Cinquanta e primi Settanta furono vanificati da personaggi confusi e deludenti come la Thatcher, Reagan e i loro sostenitori. Nella musica, lo spirito dei 60's era stato rimpiazzato dal synth-pop e da tipi che cantavano con voci germaniche. Gli anni Ottanta furono così schifosi che i miei anni Ottanta dovetti inventarmeli".
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A trent'anni dalla fondazione, l'orgoglio delle radici. Fondati da Mike nel 1983, con i loro primi tre album (Waterboys 1983, A Pagan Place 1984, This Is The Sea 1985), i Waterboys avevano contribuito ad accendere un fuoco in una scena post-punk dominata da un gelido respiro elettronico. Lo avevano fatto con un rock trascinante e romantico al tempo stesso, perfettamente incarnato dai grandi occhi, i riccioli, la figura sottile, la voce fanciullesca e la potente spiritualità di Mike Scott.
Chi era all'epoca Mike Scott, oggi quasi 55enne? "Ero lo stesso di oggi, sempre con la testa piena di musica e parole. Volevo estrarre quella musica dalla mia testa e realizzare dischi oltre le possibilità della mia immaginazione. Non mi sentivo parte di nessuna scena. Mi avevano coinvolto il punk e la new wave a fine anni Settanta, ma nel momento in cui nacquero i Waterboys tutto si era dissolto".
A scongelare il cuore del rock erano soprattutto gruppi cresciuti al riparo dai trend londinesi. Il successo degli irlandesi U2, carichi di ardore e passione, punta di diamante di una scena periferica in cui orbitavano anche i gallesi Alarm di Mike Peters e gli scozzesi Big Country di Stewart Adamson, aveva indotto persino Jim Kerr a indossare il basco e a lasciarsi alle spalle gli anni dell'algido New Gold Dream (81-82-83-84) dei Simple Minds, da Glasgow. Non accadde con Mike Scott e i Waterboys.
"L'unica band che mi piaceva, guarda un po', era inglese: Echo & The Bunnymen di Ian McCulloch, da Liverpool. Nel 1982 avevo amato Combat Rock dei Clash. Ma ascoltavo soprattutto la musica del passato. I dischi di Van Morrison di fine Sessanta e primi Settanta, i Velvet Underground, il Patti Smith Group".
Magia d'Irlanda. Conquistato il loro posto al sole con il successo di This Is The Sea nel 1985, i Waterboys avevano perso il tastierista Karl Wallinger, che aveva fondato i World Party. Mike Scott allora aveva accettato l'invito di Steven Wickham e un anno dopo si era trasferito da Londra in Irlanda, portando con sè i Waterboys. L'inizio di una grande mutazione.
Guidato da Steve, già "fiddler" degli irlandesi In Tua Nua ma scoperto su una cassetta di Sinead O'Connor, Mike Scott si fece sedurre dal fascino di musicisti e strumenti fuori dal tempo, al punto da accantonare le distorsioni. "In realtà, esisteva un presagio di quanto sarebbe accaduto", ricorda Mike. "È la canzone The Thrill Is Gone, apparsa sul nostro secondo album, A Pagan Place. Anto (Thistlethwaite) qui suonava il mandolino".
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Mike conobbe e coinvolse, tra gli altri, il "whistle" di Colin Blakey, la tromba di Roddy Lorimer, le campane di Padraig Stevens, persino il cantante gaelico Tomàs Mac Eoin. Dal vivo avrebbe arruolato anche l'accordion di Sharon Shannon. E il suono dei Waterboys si colorò di tinte dimenticate. Tre anni di gestazione, tra 1986 e 1988, session a Dublino, a Galway e soprattutto a Spiddal, Irlanda occidentale. Ed ecco Fisherman's Blues, un capolavoro sospeso tra passato e futuro.
Sulla copertina, una foto in bianco e nero ritraeva un foto di gruppo dei musicisti molto simile al ritratto dell'equipaggio in libera uscita di una melvilliana baleniera. "L'intenzione dietro quella foto era semplice: ritrarre la band e tutta la crew all'esterno di Spiddal House, dove stavamo registrando. La scelsi per la copertina perché sembrava tratta da un bollettino giunto da un più antico e selvaggio mondo".
La canzone-manifesto. La canzone che avrebbe aperto e titolato l'album, Fisherman's Blues, era il manifesto del ritorno allo spirito di quel mondo antico e selvaggio. I Waterboys la presentarono già nel 1986, anche in tv, alla popolare trasmissione The Tube su Channel 4. Un inno di libertà, sciogliere le catene, fuggire dalla terra deserta a bordo di un treno per arrivare finalmente a solcare gli oceani, "con la luce sulla testa, con te tra le braccia". Materia poetica da Delta del Mississippi, per una ballata rivestita di folk, in cui il violino di Wickham era come brezza tra i capelli.
Nell'album, il dialogo tra America e Irlanda, come tra rock e folk, passava anche attraverso un condensato di tributi. Una cover di Sweet Thing del soulman irlandese Van Morrison che sfumava su una strofa di Blackbird dei Beatles, l'omaggio al country di Hank Williams in Has Anybody Here Seen Hank, la prima trasposizione in musica di una poesia di W. B. Yeats, Stolen Child. In chiusura, un frammento di This Land Is Your Land di Woodie Guthrie, con una significativa variante: località irlandesi al posto dei luoghi americani che costellavano le liriche del grande autore e folksinger statunitense.
Qualcuno scrisse all'epoca che i Waterboys riconsegnavano alla verde isola la sua musica. Ma quell'etichetta, folk, a Mike va stretta oggi come ieri. Ecco perché tiene ancora a discostare la canzone Fisherman's Blues dalla poetica afroamericana e contesta chi riporta tutto alla tradizione. "Mentre scrivevo la canzone, mi ricordai di una poesia che avevo letto molti anni prima, a scuola. Parlava di un treno postale che correva nella notte inglese. Sicuramente ispirò la seconda strofa di Fisherman's Blues. Quanto all'idea di un 'arrangiamento folk', la canzone può anche essere sostenuta da una chitarra acustica 12 corde, ma il suo cuore e il suo spirito sono puro rock'n'roll. Acustico non vuol dire necessariamente folk, come Elvis dimostrò nei 50's e anche i Beatles su Rubber Soul".
Fisherman's Blues oggi. Mike Scott si dice sicuro che "chi ha amato l'album, amerà anche tutto il materiale incluso nel box", ovvero le session irlandesi dei Waterboys dal 23 gennaio 1986 al 2 giugno 1988. Una volta conclusa la festa, verrà il tempo di pensare a un domani che, assicura il leader, ci sarà. Se l'ultimo album in studio, nel 2011, è stato interamente dedicato ai versi dell'immortale Yeats, Scott rivela di avere "un intero nuovo album di canzoni pronte, che registreremo l'anno prossimo".
Ma cosa prova Mike Scott quando ascolta Eddie Vedder accompagnarsi con una chitarrina hawaiana o vede i Lumineers vestirsi come spalatori di carbone? "Non sono per niente sicuro dell'influenza dei Waterboys su altri artisti. Ma mi rende felice vedere gente che suona strumenti come il mandolino. Il mandolino fa bene all'anima".