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Maria Pia De Vito rilegge Pergolesi: "L'ho fatto senza limiti e senza confini"

Esce Il Pergolese, per la prestigiosa Ecm di Manfred Eicher, firmato da un quartetto composto dalla cantante jazz con François Couturier, Anja Lechner e Michele Rabbia. Il progetto sarà presentato il 9 a Napoli e il 23 a Roma

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L'ULTIMA avventura di Maria Pia De Vito è nata per accettare un invito. "Due anni fa il festival Pergolesi di Jesi mi ha chiesto una rilettura della sua opera - dice - mi hanno detto: 'Falla come vuoi, senza limiti e confini'. E io mi sono messa all'opera. Ho coinvolto qualche amico e collega e mi sono immersa in centinaia di ore di ascolto". Il risultato di questa scommessa arriva oggi nei negozi. Si intitola Il Pergolese, è inciso per la prestigiosa Ecm di Manfred Eicher ed è firmato da un quartetto composto dalla De Vito, François Couturier, Anja Lechner e Michele Rabbia.

Il progetto sarà presentato in anteprima nazionale sabato 9 novembre nella Chiesa di Santa Maria di Donnaregina di Napoli nel'ambito di "Pomigliano Jazz Winter" e il 23 novembre all'Auditorium Parco della Musica di Roma. Per l'interprete jazz partenopea è un punto di arrivo e di ripartenza. Da vent'anni lavora all'incontro tra la musica d'improvvisazione e la melodia mediterranea, esplorando possibilità e confini della forma-canzone. Ha collaborato con giganti come Joe Zawinul, Michael Brecker, Uri Caine, Miroslav Vitous e partecipato a decine di session, progetti discografici e festival internazionali. "Ci siamo assunti una bella responsabilità - continua - all'inizio eravamo preoccupati e dubbiosi. Soprattutto dopo che Eicher ci ha contattati per registrare l'album. Che cosa volevamo mettere su disco? Interpretare dal vivo Pergolesi ci ha chiarito molto le idee".

Avete riletto la sua opera come uno standard jazz?
"No, per niente. Alla base di questo progetto c'è un grande rispetto e un'enorme attenzione ad allontanarsi dal kitsch che è sempre in agguato. Il materiale di Pergolesi è diventato un campo di sperimentazione. Abbiamo lavorato sulla unione tra elettronica e suoni acustici, canto improvvisato e tessuti armonici. Il Pergolese è diviso in due parti: nella prima siamo stati più aderenti alle partiture originarie, nella seconda abbiamo provato a re-inventare la tradizione. Ho tradotto in napoletano due frammenti dello Stabat Mater proseguendo un lavoro che ormai faccio da qualche anno. Dopo la riscrittura in partenopeo di Chico Buarque e di Dalla ho continuato a concentrarmi sulle parole e sulla metrica. Questa lingua ha un'espressività molto più forte di quella italiana".

Che tipo di spettacolo allestirete sui nove brani del disco?
"È improponibile pensare a una riproposizione fedele, ci saranno brani di improvvisazione. Saremo avventurosi e rigorosi, come in studio. Lavoriamo in un'area vicina alla tradizione, anche se non lo è più".

Che ruolo ricopre questo disco nella sua produzione?
"È un lavoro di sintesi importante con un produttore imponente. Ho studiato a lungo la musica barocca. E' stato stimolante. Mi sono messa al servizio della musica. alla mia età non si è più prigionieri della tecnica".

Le date di Napoli e Roma anticipano un tour?
"Ci stiamo pensando, anche se ognuno di noi non vive con un solo progetto. Io continuo le mie altre collaborazioni come il mio duo con Ares Tavolazzi e ho in cantiere un nuovo album con Huw Warren. E poi c'è l'impegno della cattedra di canto jazz al Conservatorio di Santa Cecilia. Sto lavorando a un progetto di collaborazione tra gli insegnanti di canto jazz nei conservatori europei. È bello che si apra un confronto sui programmi e sulla lettura della tradizione afro-americana".

Continuerà la collaborazione con gli Area?
"In questi mesi ho fatto diversi concerti con loro. Per me era importante cantare in prossimità di Demetrio Stratos senza risultare una sua imitatrice. Ho perso più di un chilo a concerto per reinterpretare 'La mela di Odessa', 'Cometa Rossa' e 'L'elefante bianco'. Il nostro viaggio continuerà. Per me è importante che ci si allontani da quello che è già stato fatto".

E il jazz?
"Per me non è un repertorio, ma un modo di guardare la musica. Non ho mai registrato un disco di standard ed è difficile che lo faccia ora. Ma è nella sua ottica prendere un materiale - che sia Hendrix o Pergolesi - e dargli un'impronta diversa. Rileggere e variare è nel lignaggio del jazz".