L'INCONTRO è suggestivo, a suo modo straordinario: da una parte le percussioni di Tony Esposito, dall'altra gli ottoni dell'Orchestra dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia. Il terreno di contatto tra due mondi apparentemente divisi dalla storia (quello del ritmo e quello della musica classica) è quanto mai accidentato ma proprio per questo i diretti interessati lo considerano "ancora più stimolante": offrire il tessuto ritmico ad alcune delle pagine più note ed importanti della musica classica tra il 700 e l'800.
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Il risultato dell'incontro è Tam Tam Brass, il disco che la Sony Classical pubblica in questi giorni. Il percussionista Tony Esposito sente quasi "di aver steso dei binari ritmici in favore degli amici maestri degli ottoni"; Andrea Lucchi, prima tromba dell'Orchestra e direttore dell'ensemble, è convinto che "la parte ritmica in realtà esisteva già all'interno di quelle partiture, bastava solo cercarla e portarla alla luce". Un lavoro di scavo con risultati sorprendenti. Dietro ai titoli scelti per la scaletta del disco, che evidenziano le radici e le fonti di ispirazione di Esposito, come Afro canone e Aria del Mediterraneo, c'è un noto Canone di Johann Pachelbel o la Suite per Orchestra n. 3 di Johan Sebastian Bach. Dietro Haba-Nera c'è l'Habanera dalla Carmen di Georges Bizet, la Primavera dalle Quattro stagioni di Vivaldi diventa Primavera in Africa.
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Il primo incontro tra Tony Esposito, Andrea Lucchi e gli ottoni dell'Orchestra dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia c'era stato in occasione di un concerto per il Darfur. Proprio come avevano fatto i batteristi Stewart Copeland dei Police, Nick Mason dei Pink Floyd e Phil Selway dei Radiohead, Esposito aveva infatti deciso di diventare testimonial della campagna internazionale "Sudan365" per un governo indipendente delle regioni del Sud del Sudan. In quell'occasione il percussionista era stato affiancato da un quintetto di ottoni per eseguire alcuni brani di Bach, "il più africano dei compositori classici", osserva Esposito. Tre dei brani eseguiti in quell'occasione sono ora nel nuovo disco Tam Tam Brass.
Da sempre interessato alle diverse musiche del mondo, negli anni Settanta Tony Esposito è stato al centro del "neapolitan power", il movimento che ha imposto un nuovo suono nel panorama rock italiano. Il blues metropolitano nato dalla collaborazione tra Pino Daniele e il gruppo di musicisti che lo affiancava in quegli anni, da Tullio De Piscopo a James Senese, da Rino Zurzolo a Joe Amoruso, ha trovato in Esposito una necessaria ed estremamente inventiva sponda etnica. La stessa che viene evidenziata in questo nuovo disco, "cercando di evitare accuratamente quel classicismo senza senso che negli anni Ottanta portò a risultati altamente discutibili". Ascoltando l'album si ha l'impressione di una finestra aperta sul mondo classico, e dalla finestra non arrivano solo le percussioni ma anche il canto degli uccelli, il suono della risacca del mare: "Portanto il suono del djembè sulla musica di Bach o quelle delle nacchere e della tammorra su Monteverdi, mi sono sentito come Ulisse che torna da un lungo viaggio carico di tamburi. In fondo i suoni di questo disco sono prodotti soltanto da metalli, legno e pelli: dentro c'è insomma tutta la materia del mondo". La prima tromba Andrea Lucchi ascolta e aggiunge: "Nelle orchestre timpani e ottoni vanno spesso assieme e suonano all'unisono: io sono convinto che molti compositori da lassù ci stanno ascoltando e approvano: "Ce ne avete messo di tempo, finalmente ce l'avete fatta".
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Il risultato dell'incontro è Tam Tam Brass, il disco che la Sony Classical pubblica in questi giorni. Il percussionista Tony Esposito sente quasi "di aver steso dei binari ritmici in favore degli amici maestri degli ottoni"; Andrea Lucchi, prima tromba dell'Orchestra e direttore dell'ensemble, è convinto che "la parte ritmica in realtà esisteva già all'interno di quelle partiture, bastava solo cercarla e portarla alla luce". Un lavoro di scavo con risultati sorprendenti. Dietro ai titoli scelti per la scaletta del disco, che evidenziano le radici e le fonti di ispirazione di Esposito, come Afro canone e Aria del Mediterraneo, c'è un noto Canone di Johann Pachelbel o la Suite per Orchestra n. 3 di Johan Sebastian Bach. Dietro Haba-Nera c'è l'Habanera dalla Carmen di Georges Bizet, la Primavera dalle Quattro stagioni di Vivaldi diventa Primavera in Africa.
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Il primo incontro tra Tony Esposito, Andrea Lucchi e gli ottoni dell'Orchestra dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia c'era stato in occasione di un concerto per il Darfur. Proprio come avevano fatto i batteristi Stewart Copeland dei Police, Nick Mason dei Pink Floyd e Phil Selway dei Radiohead, Esposito aveva infatti deciso di diventare testimonial della campagna internazionale "Sudan365" per un governo indipendente delle regioni del Sud del Sudan. In quell'occasione il percussionista era stato affiancato da un quintetto di ottoni per eseguire alcuni brani di Bach, "il più africano dei compositori classici", osserva Esposito. Tre dei brani eseguiti in quell'occasione sono ora nel nuovo disco Tam Tam Brass.
Da sempre interessato alle diverse musiche del mondo, negli anni Settanta Tony Esposito è stato al centro del "neapolitan power", il movimento che ha imposto un nuovo suono nel panorama rock italiano. Il blues metropolitano nato dalla collaborazione tra Pino Daniele e il gruppo di musicisti che lo affiancava in quegli anni, da Tullio De Piscopo a James Senese, da Rino Zurzolo a Joe Amoruso, ha trovato in Esposito una necessaria ed estremamente inventiva sponda etnica. La stessa che viene evidenziata in questo nuovo disco, "cercando di evitare accuratamente quel classicismo senza senso che negli anni Ottanta portò a risultati altamente discutibili". Ascoltando l'album si ha l'impressione di una finestra aperta sul mondo classico, e dalla finestra non arrivano solo le percussioni ma anche il canto degli uccelli, il suono della risacca del mare: "Portanto il suono del djembè sulla musica di Bach o quelle delle nacchere e della tammorra su Monteverdi, mi sono sentito come Ulisse che torna da un lungo viaggio carico di tamburi. In fondo i suoni di questo disco sono prodotti soltanto da metalli, legno e pelli: dentro c'è insomma tutta la materia del mondo". La prima tromba Andrea Lucchi ascolta e aggiunge: "Nelle orchestre timpani e ottoni vanno spesso assieme e suonano all'unisono: io sono convinto che molti compositori da lassù ci stanno ascoltando e approvano: "Ce ne avete messo di tempo, finalmente ce l'avete fatta".