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Piero Pelù: "Vi offro il mio nuovo Identikit e vi dico che per me il rock è il senso della vita"

Il cantante pubblica la nuova antologia della sua storia fuori dai Litfiba. "Fare musica per me è come 33 anni fa, quando ho iniziato. Ma non potevo immagnare che sarei arrivato fino a qui, a 51 anni..."La tv, The Voice, è stata una bella scommessa, e mi sono piaciute tante cose. E poi la Raffa, lavorare con lei è stato fantastico, ce l'avevo tatuata nel mio testosterone di ragazzo, è straordinaria"

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PIERO Pelù non è stanco. Non si ferma mai e non vuole fermarsi, anche se oggi, a 51 anni, ha sentito il bisogno di mettere un punto fermo, di fare un'antologia, Identikit, con la quale mettere insieme quello che è stato, come solista, senza i Litfiba, e da qui ripartire per immaginare il futuro.

Pelù, ha finalmente deciso cosa vuole fare da grande?
"Beh, Il mio sogno da grande è quello di fare il viaggiatore, non me lo leverà nessuno dalla testa. Ma, dal momento che ho tre figlie in fase di crescita e due anziani genitori, mi accontento di viaggiare con la musica. La musica per me è un surrogato maiuscolo del mio bisogno di viaggiare, un modo per alimentare la mia curiosità, quella curiosità che hai quando viaggi da solo, non in comitiva, quando non sei turista ma viaggiatore, appunto. Ecco, con la musica mantengo viva la curiosità e l'apertura mentale verso tutto quello che può essere conosciuto e imparato".

Quanto pensa di avere imparato?
"Ancora troppo poco, in realtà lo zero per cento, veramente. Ho una dose di incoscienza abbastanza elevata, sono ancora un tipo sostanzialmente naif. Coltivo il mio essere bambino e con gli anni spero di riuscirci sempre meglio. La verità è che non pensavo di arrivare fin qui, quando abbiamo iniziato a suonare ero convinto di essere uno degli appartenenti al club dei 27anni, poi purtroppo c'è finito il mio povero amico Ringo e tanti altri, io invece sono ancora qua. Non lo so, non riesco ad avere una pianificazione della mia vita che sia a lunga scadenza. Certo sono migliorato, ora lo faccio un po' di più, i figli ti portano ad essere più progettuale, e cerco di tradurre in maniera positiva questa sorta di cambiamento. Quindi in realtà i progetti esistono, come quello di questo album, Identikit, che è la somma di due trilogie, che cerca di mettere insieme quello che sono stato e quello che potrei ancora essere. Ma, ripeto, mai sarei arrivare a pensare che a 51 anni sarei  stato ancora a fare musica, non l'avrei proprio immaginato...".

Un punto a suo favore, dunque.
"Sì, e non il solo. il punto più ganzo che segno a mio favore è che sono riuscito a trasformare una famiglia positivamente borghese, babbo che lavora, mamma casalinga, vacanze nello stesso luogo, vita dei figli programmata, in una famiglia rock'n'roll. È un grande risultato, e ogni volta che lo ricordo a mia madre, lei mi ricorda quando mi massacrò al mio ritorno da Parigi, con i capelli tinti e giubotto di pelle!".

Ha ancora senso, oggi, suonare rock?
"Fare rock oggi per me è come 33 anni fa, quando ho iniziato con i Mugnions e poi i Litfiba, è un'àncora di salvezza da tutte le delusioni e i dolori della vita, continua a stimolare una grande voglia di mettersi in discussione. Il rock è ancora lo stesso, è quello che alza la voce contro gli arroganti, e ammazza i cantanti come me, un'arma a doppio taglio micidiale. È una cosa che ti fa godere ma è pericolosa, potrebbe cambiare il mondo ma non ha mai cambiato un cazzo o molto poco, perché poi gli amministratori delegati delle multinazionali o le mafie o i politici corrotti hanno comunque deciso il nostro futuro. Il rock è un buon modo per restare con gli occhi aperti".

Intanto nei cuori e nelle orecchie dei ragazzi c'è l'hip hop...
"È vero, l'hip hop è considerato più moderno, adatto ai tempi, più fico. E alcuni dei rapper di oggi  sono ganzi. Ma al tempo stesso la forza melodica, il muro del suono delle chitarre, bassi e batterie che spaccano il culo, l'hip hop se le sogna, è roba piatta, sembra di essere in un confessionale. Noi siamo ancora quelli che hanno voglia di urlare, urlatori di strada. Non credo che il rock sia morto, non dispero, penso che comunque si possa continuare a mantenere un livello alto e uno spirito critico".

La crisi dell'industria discografica non aiuta.
"Io distinguerei tra il bisogno di fare musica da parte della gente e la crisi discografica. È chiaro che per molti versi le due cose sono legate, ma mentre la crisi delle case discografiche è forte e drammatica, la voglia di fare musica non è diminuita. La musica è sempre viva, la crisi non aiuta i musicisti, ma le case discografiche hanno avuto il loro momento d'oro, quando si vendevano milioni di dischi, e non hanno saputo far tesoro di tutti quei soldi, li hanno sputtanati in quantità industriale, anche solo per cene, per dirne una. Ora questa crisi li tocca duramente e si arriva al paradosso che per andare avanti risparmiano anche sulle cose che alla musica servirebbero, come un buon produttore o una campagna promozionale che non sia quella standard, che dia qualche input in più".

Cosa è meglio, i Litfiba o Piero Pelù?
"Tutt'e due, 50 e 50. Una cosa è scrivere da soli, una cosa in due o in quattro, e tutto è bello. Fare musica è una libertà che uno si concede e coltiva, non può divertare un'imposizione, uno schema. Se usi sempre lo stesso modulo, come nel calcio, ti fanno a pezzi, è bello mischiare le carte, è il bello dell'essere artisti".

Quindi anche partecipare a The Voice?
"Per me è stata una grande scommessa, la prima volta in tv con un ruolo diverso e stabile. Quello che mi è piaciuto e convinto di The Voice sono state il fatto che ci fosse una band dal vivo e che gli arrangiamenti non fossero decisi dalla produzione ma da me, e questo ha significato un grande impegno, cinque giorni a settimana lavorare intorno alla musica, materia viva per molti mesi. E poi la possibilità di fare crescere i ragazzi e dargli un opportunità nonostante fossimo in un format televisivo con tutti i suoi limiti. Mi sono piaciute le blind audition, una cosa geniale, l'attenzione e la valutazione erano davvero solo sulla voce. E poi la Raffa, lavorare con lei è stato fantastico, ce l'avevo tatuata nel mio testosterone di ragazzo, è straordinaria".

Come ha scelto i brani di Identikit?
"Avevo già fatto una raccolta nel 2005, questa scelta di pezzi è stata dettata dalla voglia di dare un quadro più completo possibile del mio modo di coniugare il verbo rock. Un modo che magari a qualche talebano purista litfibiano può sembrare eretico, ma per me, come solista, la cosa più onesta che posso fare è quella di non imitare i Litfiba, sarebbe inutile e squallido. Identikit serve a a tracciare una sorta di identità musicale mia, dai pezzi più rock alle ballad. Cerco di capire meglio chi sono, cosa sono stato. E credo che sia anche un invito agli altri a fare altrettanto, in questo paese. C'è bisogno di un identikit più allargato, per capire chi siamo e dove stiamo andando, chi decide per noi, chi sta decidendo per noi dove va l'Italia".