ERA il 23 maggio del 1969 quando venne pubblicata per la prima volta Tommy, l'opera rock scritta da Pete Townshend e messa in musica dagli Who. Sono passati poco più di 44 anni e il lavoro degli Who è stato appena ripubblicato in un cofanetto deluxe per la gioia dei vecchi (e nuovi) fan. Il cofanetto, come accade per tutte le riedizioni dei classici del rock ripubblicati in occasione dei rispettivi anniversari, offre una gran quantità di materiale mai pubblicato prima. Qui spiccano 20 demo dei brani realizzati da Pete Townshend e una performance completa dell'opera recuperata dalle registrazioni effettuate all'epoca da Bob Pridden; nonostante Townshend gli avesse chiesto di distruggerle, Pridden le ha conservate fino ad oggi. Diciotto di questi brani furono registrati il 15 ottobre del 1969 al Capital Theatre di Ottawa in Canada, ulteriori tre sono catturati da show dello stesso tour. E non mancano, ovviamente, la rimasterizzazione in "surround sound" contenuta in un Blu-ray, e una versione in vinile. Ne parliamo con Roger Daltrey, cantante e frontman degli Who. È lui Tommy, in innumerevoli concerti ha interpretato quel ruolo, come nel film del 1975 diretto da Ken Russell, e giusto l'anno scorso ha riproposto l'opera dal vivo in un lungo e applauditissimo tour.
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Mr. Daltrey, cos'è che fa diTommy un'opera ancora così attuale e così amata?
"Credo che questo lavoro contenga un messaggio universale, un messaggio senza tempo che ci riconcilia con il nostro anelito migliore. Quello di Tommy è il sentimento che spinge noi tutti verso qualcosa di positivo. E poi ci sono canzoni, aneddoti, metafore attraverso le quali raccontiamo le nostre emozioni più profonde. Tommy è il racconto di una ricerca interiore, la voglia di essere se stessi, di definirsi rispetto al mondo, di trovare uno spazio personale e di combattere contro ogni tipo di avversità, con tenacia, per poterlo fare".
Qual è stato il motivo che vi ha spinto ad affrontare, alla fine degli anni Sessanta, un lavoro così complesso e diverso dagli altri?
"Lo vorrei sapere anch'io, se c'è davvero ancora non lo conosco... Scherzi a parte, credo che abbia a che fare con il coraggio e la libertà. Noi Who eravamo una band capace di scrivere grandi canzoni di tre minuti che ha pensato che si potesse andare oltre, rischiare, superare i limiti. E c'era una straordinaria libertà espressiva, la tela della musica popolare non era stata dipinta, c'era un enorme spazio per fare cose nuove. Iniziare un simile progetto ci ha fatto crescere, la band aveva il coraggio e la forza per farlo e, soprattutto, Pete Townshend era uno dei pochi autori che poteva scrivere delle sue emozioni più profonde e renderle collettive".
Lo scorso anno fa lei ha portato Tommy in tour con grande successo. È ancora vero che quando inizia a intepretare l'opera lei "diventa" Tommy?
"Lo so che sembra retorico o può suonare falso, ma è ancora così. E credo che sia vero anche che chi ascolta profondamente l'opera non può non 'diventare' Tommy. Quello del protagonista è un viaggio che riflette la vita, in cui ognuno può riconoscersi. Sono fiero che sia ancora così e per me portarlo in scena è sempre una grandissima emozione, oltre che un'esperienza fisica non indifferente".
All'epoca Tommy le cambiò la vita...
"La cambiò a noi tutti, ma nel mio caso in maniera particolare. Era un'epoca particolarmente felice, e non solo per il successo che avevamo. Per me fu un passo importante, cambiò il mio ruolo nel gruppo, presi decisamente più coscienza di quello che facevo e di come lo facevo. E poi incontrai la donna con la quale mi sono sposato!".
Come nacque il progetto?
"Pete arrivò da noi con una semplice idea: prendiamo l'esperienza di un ragazzo disabile e mettiamola in prospettiva. Da lì la storia ebbe un'evoluzione straordinaria, perché il ragazzo, cieco, sordo e muto, attraversava una serie di esperienze, alcune altamente drammatiche. Gli altri approfittavano della sua situazione, pensando che lui non provasse nulla, o che comunque non ne avrebbe potuto parlare. Ma Tommy si riscatta e alla fine si libera. Era una storia intrigante, nessuno aveva mai pensato una cosa simile, soprattutto nel mondo del rock. Era un viaggio affascinante, un'esperienza attraverso le vibrazioni. Ci convinse tutti immediatamente e lavorammo senza sosta per arrivare a metterla a punto".
Fu un periodo molto intenso.
"Un ritmo incredibile. Lavoravamo in studio e contemporaneamente andavamo a suonare dal vivo, tre sere a settimana facevamo concerti e poi suonavamo nei weekend, di giorno andavamo in studio, e Pete ogni volta portava dei demo diversi, delle idee differenti, sulle quali costruivamo le armonie, le canzoni. Keith Moon e John Entwistle erano fondamentali in un lavoro come quello, per la creatività e l'energia che ci mettevano".
E poi per più di due anni l'avete suonata dal vivo...
"Suonare e cantare Tommy per intero è una gioia assoluta. Ancora oggi se dovessi scegliere un solo album da suonare dal vivo sceglierei questo. È un lavoro perfettamente bilanciato, la storia è meravigliosa e la musica la sostiene perfettamente".
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La scorsa estate, a luglio, eravate in scena per l'ultimo concerto del tour degli Who a Londra, e negli stessi giorni suonavano i Rolling Stones. Le band più longeve del rock'n'roll...
"Sì, possiamo dirlo con una certa soddisfazione. Ma ci tengo a dire che facciamo due spettacoli molto diversi. Gli Stones suonano al pubblico, gli Who suonano per il pubblico. L'audience è parte integrante dell'emozione di un nostro concerto, è parte dell'evento, con gli Stones invece puoi ballare e divertirti, c'è un diverso livello di emozioni".
Tornerete ancora in concerto con gli Who? In questo 2014 ricorre il cinquantenario della fondazione.
"Pete ha detto che vuole tornare a fare un nuovo album degli Who e quindi un tour nel 2015. Sarà il nostro ultimo tour. Non saranno gli ultimi show, qualche concerto ancora ce lo potremo permettere ancora, successivamente, ma sarà l'ultima volta che gli Who andranno in giro per il mondo. Un tour è estremamente faticoso e per quanto siamo in buona forma il fisico non può reggere quel ritmo per tanto tempo. Saremo probabilmente in grado di farlo ancora una volta, per non peggiorare il buon ricordo che la gente conserva di noi. Ma anche se non andremo più in tour ci impegneremo in altre cose, soprattutto quelle che facciamo per beneficenza o per sostegno a delle giuste cause. È il modo più semplice per restituire quello che abbiamo ricevuto, abbiamo avuto il grande privilegio di essere sostenuti da un pubblico che ci ha sempre amati, questo è il modo più semplice e vero che abbiamo per far tornare indietro qualcosa".
Intanto lei si è ripreso la scena tutta per sé in una recente occasione speciale.
"Sì, mi hanno invitato a Washington, al Campidoglio, per le celebrazioni di Winston Churchill. Gli hanno dedicato una statua e mi hanno chiesto di cantare per l'occasione. L'invito mi ha onorato. Mi hanno chiesto di cantare Stand by me e Won't get fooled again. Mi sono chiesto come avrei potuto cantare senza Pete e la band, e infine ho pensato a una cosa che funziona magnificamente bene, una versione gospel. Così la gente ha potuto ascoltare musica di un'altra epoca, che magari fa ancora girare la testa a molti, ma facendola suonare nuova ancora una volta".
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Mr. Daltrey, cos'è che fa diTommy un'opera ancora così attuale e così amata?
"Credo che questo lavoro contenga un messaggio universale, un messaggio senza tempo che ci riconcilia con il nostro anelito migliore. Quello di Tommy è il sentimento che spinge noi tutti verso qualcosa di positivo. E poi ci sono canzoni, aneddoti, metafore attraverso le quali raccontiamo le nostre emozioni più profonde. Tommy è il racconto di una ricerca interiore, la voglia di essere se stessi, di definirsi rispetto al mondo, di trovare uno spazio personale e di combattere contro ogni tipo di avversità, con tenacia, per poterlo fare".
Qual è stato il motivo che vi ha spinto ad affrontare, alla fine degli anni Sessanta, un lavoro così complesso e diverso dagli altri?
"Lo vorrei sapere anch'io, se c'è davvero ancora non lo conosco... Scherzi a parte, credo che abbia a che fare con il coraggio e la libertà. Noi Who eravamo una band capace di scrivere grandi canzoni di tre minuti che ha pensato che si potesse andare oltre, rischiare, superare i limiti. E c'era una straordinaria libertà espressiva, la tela della musica popolare non era stata dipinta, c'era un enorme spazio per fare cose nuove. Iniziare un simile progetto ci ha fatto crescere, la band aveva il coraggio e la forza per farlo e, soprattutto, Pete Townshend era uno dei pochi autori che poteva scrivere delle sue emozioni più profonde e renderle collettive".
Lo scorso anno fa lei ha portato Tommy in tour con grande successo. È ancora vero che quando inizia a intepretare l'opera lei "diventa" Tommy?
"Lo so che sembra retorico o può suonare falso, ma è ancora così. E credo che sia vero anche che chi ascolta profondamente l'opera non può non 'diventare' Tommy. Quello del protagonista è un viaggio che riflette la vita, in cui ognuno può riconoscersi. Sono fiero che sia ancora così e per me portarlo in scena è sempre una grandissima emozione, oltre che un'esperienza fisica non indifferente".
All'epoca Tommy le cambiò la vita...
"La cambiò a noi tutti, ma nel mio caso in maniera particolare. Era un'epoca particolarmente felice, e non solo per il successo che avevamo. Per me fu un passo importante, cambiò il mio ruolo nel gruppo, presi decisamente più coscienza di quello che facevo e di come lo facevo. E poi incontrai la donna con la quale mi sono sposato!".
Come nacque il progetto?
"Pete arrivò da noi con una semplice idea: prendiamo l'esperienza di un ragazzo disabile e mettiamola in prospettiva. Da lì la storia ebbe un'evoluzione straordinaria, perché il ragazzo, cieco, sordo e muto, attraversava una serie di esperienze, alcune altamente drammatiche. Gli altri approfittavano della sua situazione, pensando che lui non provasse nulla, o che comunque non ne avrebbe potuto parlare. Ma Tommy si riscatta e alla fine si libera. Era una storia intrigante, nessuno aveva mai pensato una cosa simile, soprattutto nel mondo del rock. Era un viaggio affascinante, un'esperienza attraverso le vibrazioni. Ci convinse tutti immediatamente e lavorammo senza sosta per arrivare a metterla a punto".
Fu un periodo molto intenso.
"Un ritmo incredibile. Lavoravamo in studio e contemporaneamente andavamo a suonare dal vivo, tre sere a settimana facevamo concerti e poi suonavamo nei weekend, di giorno andavamo in studio, e Pete ogni volta portava dei demo diversi, delle idee differenti, sulle quali costruivamo le armonie, le canzoni. Keith Moon e John Entwistle erano fondamentali in un lavoro come quello, per la creatività e l'energia che ci mettevano".
E poi per più di due anni l'avete suonata dal vivo...
"Suonare e cantare Tommy per intero è una gioia assoluta. Ancora oggi se dovessi scegliere un solo album da suonare dal vivo sceglierei questo. È un lavoro perfettamente bilanciato, la storia è meravigliosa e la musica la sostiene perfettamente".
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La scorsa estate, a luglio, eravate in scena per l'ultimo concerto del tour degli Who a Londra, e negli stessi giorni suonavano i Rolling Stones. Le band più longeve del rock'n'roll...
"Sì, possiamo dirlo con una certa soddisfazione. Ma ci tengo a dire che facciamo due spettacoli molto diversi. Gli Stones suonano al pubblico, gli Who suonano per il pubblico. L'audience è parte integrante dell'emozione di un nostro concerto, è parte dell'evento, con gli Stones invece puoi ballare e divertirti, c'è un diverso livello di emozioni".
Tornerete ancora in concerto con gli Who? In questo 2014 ricorre il cinquantenario della fondazione.
"Pete ha detto che vuole tornare a fare un nuovo album degli Who e quindi un tour nel 2015. Sarà il nostro ultimo tour. Non saranno gli ultimi show, qualche concerto ancora ce lo potremo permettere ancora, successivamente, ma sarà l'ultima volta che gli Who andranno in giro per il mondo. Un tour è estremamente faticoso e per quanto siamo in buona forma il fisico non può reggere quel ritmo per tanto tempo. Saremo probabilmente in grado di farlo ancora una volta, per non peggiorare il buon ricordo che la gente conserva di noi. Ma anche se non andremo più in tour ci impegneremo in altre cose, soprattutto quelle che facciamo per beneficenza o per sostegno a delle giuste cause. È il modo più semplice per restituire quello che abbiamo ricevuto, abbiamo avuto il grande privilegio di essere sostenuti da un pubblico che ci ha sempre amati, questo è il modo più semplice e vero che abbiamo per far tornare indietro qualcosa".
Intanto lei si è ripreso la scena tutta per sé in una recente occasione speciale.
"Sì, mi hanno invitato a Washington, al Campidoglio, per le celebrazioni di Winston Churchill. Gli hanno dedicato una statua e mi hanno chiesto di cantare per l'occasione. L'invito mi ha onorato. Mi hanno chiesto di cantare Stand by me e Won't get fooled again. Mi sono chiesto come avrei potuto cantare senza Pete e la band, e infine ho pensato a una cosa che funziona magnificamente bene, una versione gospel. Così la gente ha potuto ascoltare musica di un'altra epoca, che magari fa ancora girare la testa a molti, ma facendola suonare nuova ancora una volta".