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Clash, il punk militante che sconvolse l'Inghilterra (e conquistò il mondo)

Una serata su Sky Arte HD interamente dedicata alla band di Joe Strummer. Due documentari: "Rebel Truce" e "Strummerville"

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Joe Strummer è vivo e lotta insieme a noi. I fan ricordano volentieri il leader dei Clash scomparso nel 2002 con uno slogan politico, a sottolineare che il rock militante della band non è mai tramontato, che il messaggio è ancora vivo, che il testimone si tramanda da una generazione all’altra, che se il punk è la musica della rivolta e dei contenuti è tutto merito suo. È questo il senso della “Serata Clash” in onda domani sera, 12 febbraio, su Sky Arte HD (canali 110, 130 e 400) a partire dalle 21.10; appuntamento imperdibile per chi ancora non ha visto i due documentari (doppiati in italiano) in programma: Rebel Truce-La storia dei Clash, sull’exploit fulminante del gruppo nella Londra della seconda metà degli anni Settanta firmata da Alan G. Parker, e Strummerville, cortometraggio realizzato dal dj e film maker Don Letts sull’organizzazione nata in memoria di Strummer (Strummerville appunto) allo scopo di promuovere nuove realtà musicali.
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Gli Stones.
L’immagine più forte, tra le molte — alcune preziose e inedite — della band agli esordi nella capitale inglese presa d’assalto dai punk dopo le prime, devastanti esibizioni live dei Sex Pistols, è quella di Strummer che risponde ai giornalisti che lo incalzano: «I Rolling Stones? Per favore... sono finiti dieci anni fa». Basta questa dichiarazione a definire il potere di reazione di quella musica che cercò di cancellare con un colpo di spugna tutte le derivazioni che avevano annacquato il rock’n’roll delle origini. Un amico della band racconta: «I Clash parlavano a tutti quelli che non ne potevano più di Emerson Lake & Palmer e Top of the Pops, a chi era in cerca di una musica con cui identificarsi».
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Bassifondi. Un addetto stampa dell’epoca spiega: «Londra sonnecchiava in quegli anni tra il 74 e il 76, le nuove band suonavano nei bassifondi, in localacci come il Roxy, che divenne il tempio della nuova musica. Ci passarono tutti, Sex Pistols, Stranglers, Buzzcocks, Jam, X-Ray Spex, Stiff Little Fingers, ma anche Strummer con la band che aveva prima dei Clash, The 101ers, Mick Jones con i suoi London SS e mille altri giovani; tutti volevano far parte di una band». Gli fa eco il chitarrista Mick Jones, che ora ha 58 anni ed è un signore elegante tutto in vigogna grigio-nero: «Joe era un ragazzo che faceva tendenza, un performer che si faceva notare, ma soprattutto uno che aveva le idee chiare, era cresciuto nei pub, dove si beveva molto e si suonava forte».
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L'album d'esordio. Quando l’album d’esordio (The Clash, 1977), che conteneva gli inni “London’s burning” e “White riot”, si piazzò immediatamente al dodicesimo posto della classifica inglese, Strummer rispose al solito giornalista: «Sappiamo qual è la strada per il primo posto, le solite rime cuore/amore, ma non c’interessa». La retorica del pop non li sfiorava, erano tutti cresciuti tra Camden, Notting Hill e Brixton, i quartieri di Londra dove vivevano gli immigrati delle Indie Occidentali, adoravano il reggae, la musica che meglio assecondava i loro propositi eversivi, e non avevano nessuna intenzione di scendere a patti con l’industria. «Le rock star ci odiavano», ricorda Mick Jones. «Qualcuno arrivò persino a minacciare la casa discografica: se li scritturate noi ce ne andiamo. Ma noi eravamo duri e puri. Horses, l’album d’esordio di Patti Smith, era il nostro vangelo e le prime canzoni dei Ramones i nostri inni sacri. Ricordo un concerto a Caerphilly, fuori dal locale un gruppo religioso organizzò una manifestazione di protesta contro di noi, proprio come era successo ai rocker degli anni Cinquanta ».

London calling. Le battute al vetriolo di Strummer restano memorabili: «La nostra musica è immediata, non facciamo niente di complicato, mica abbiamo Rick Wakeman alle spalle», disse, ironizzando sul rock sinfonico degli Yes. Ma sono le canzoni ad essere rimaste nella memoria — “Tommy Gun”, “London calling”, “Rock the Casbah”, “Should I stay or should I go” — e album ambiziosi come Give ’em enough rope, Sandinista! e Combat rock: energia viscerale, ritmo irresistibile, «credibilità che per molti anni trasformò i Clash nell’unica band che conta», come afferma Don Letts, l’uomo che guidò Strummer alla scoperta del reggae e del dub. Nel suo Strummerville il regista indaga sul dopo-Clash, quando Strummer, l’ex squatter, girava con moglie e figli in tenda e fuoco da campo per i festival inglesi, prima della formazione di una nuova band, i Mescaleros. «Nel 1983 l’epopea dei Clash era già finita; un percorso veloce e intenso di sette-otto anni. A quel punto Strummer era disorientato e già pensava come trasmettere alle nuove band la sua visione della musica e della vita. Per lui l’83 fu un anno zero, voleva ricominciare senza correre il rischio di adagiarsi sugli allori», racconta Letts. Il cantautore Billy Bragg conclude: «La cosa che Strummer sapeva fare meglio era incoraggiare le persone. Senza di lui il punk non avrebbe avuto connotazioni politiche, sarebbe stato solo un modo di vestire e di suonare veloce».