Il salterio, il cornetto e la viella. Chi sono costoro?
Federico Capitoni, <em class="author">FEDERICO CAPITONI</em>Incontro con Christina Pluhar tiorbista, liutista e chitarrista austriaca che sarà a Roma il 20 febbraio e spiega: "C'è un pubblico per questa musica perché è armoniosa come la natura umana"
La musica antica è noiosa? Per niente, e non soltanto per via della bellezza del repertorio. Nella pratica improvvisativa e nello spirito "popolare" della musica cinquecentesca e seicentesca si annidano il divertimento e il gioco, e ciò cattura un pubblico vastissimo.
La tiorbista, liutista e chitarrista austriaca Christina Pluhar, a capo dell'Arpeggiata, uno dei maggiori ensemble di musica antica e barocca, spiega così il successo di un repertorio secolare anche presso il pubblico che normalmente non ascolta la musica classica: "Questa musica corrisponde molto direttamente alla natura umana, nell'armonia e nella melodia, e anche gli strumenti sono timbricamente molto caratterizzati, dai colori molto belli. E poi c'è il canto; la voce nella musica antica è molto naturale, a differenza di quella impostata della lirica". C'è in effetti da parte degli ascoltatori anche una curiosità verso strumenti come il salterio, il …
La tiorbista, liutista e chitarrista austriaca Christina Pluhar, a capo dell'Arpeggiata, uno dei maggiori ensemble di musica antica e barocca, spiega così il successo di un repertorio secolare anche presso il pubblico che normalmente non ascolta la musica classica: "Questa musica corrisponde molto direttamente alla natura umana, nell'armonia e nella melodia, e anche gli strumenti sono timbricamente molto caratterizzati, dai colori molto belli. E poi c'è il canto; la voce nella musica antica è molto naturale, a differenza di quella impostata della lirica". C'è in effetti da parte degli ascoltatori anche una curiosità verso strumenti come il salterio, il …
La musica antica è noiosa? Per niente, e non soltanto per via della bellezza del repertorio. Nella pratica improvvisativa e nello spirito "popolare" della musica cinquecentesca e seicentesca si annidano il divertimento e il gioco, e ciò cattura un pubblico vastissimo.
La tiorbista, liutista e chitarrista austriaca Christina Pluhar, a capo dell'Arpeggiata, uno dei maggiori ensemble di musica antica e barocca, spiega così il successo di un repertorio secolare anche presso il pubblico che normalmente non ascolta la musica classica: "Questa musica corrisponde molto direttamente alla natura umana, nell'armonia e nella melodia, e anche gli strumenti sono timbricamente molto caratterizzati, dai colori molto belli. E poi c'è il canto; la voce nella musica antica è molto naturale, a differenza di quella impostata della lirica". C'è in effetti da parte degli ascoltatori anche una curiosità verso strumenti come il salterio, il cornetto o la viella, spariti ormai dalla scena concertistica e musicale in genere.
L'Arpeggiata offrirà al pubblico romano del Teatro Argentina, il 20 febbraio - unica data italiana (per la stagione dell'Accademia Filarmonica Romana) - un programma in prima mondiale dal titolo "Music for a While, improvvisazioni su Henry Purcell", che anticipa un cd in uscita in marzo in cui sono coinvolti anche musicisti jazz come il clarinettista Gianluigi Trovesi e il chitarrista Wolfgang Muthspiel. Christina Pluhar è artefice anche di un progetto di musica popolare di grande impatto, sulle musiche tradizionali del Mediterraneo, una sorta di Odissea sonora che la porta dall'Hasapiko greca alla pizzica italiana, dalla canzone catalana al fado portoghese fino a lambire le musiche della Turchia e della Tunisia, sempre alla ricerca di quella radice comune che emerge evidentissima nel suono e nei colori. "La musica popolare tradizionale è classica per definizione - afferma - è così da sempre".
Quali motivi l'hanno spinta verso la musica antica?
"Ho dedicato tutta la mia vita questo tipo di musica perché la amo molto. Larga parte della mia attività si svolge nella ricerca del repertorio mai eseguito, passo molto tempo nelle biblioteche a cercare e a studiar manoscritti, per fare programmi e performance originali. Soprattutto mi interesso di musiche tradizionali che permettono, attraverso l'improvvisazione di combinare gli approcci: non solo quello classico, ma anche quello jazz e persino rock. Ciò che mi interessa di più è lo spazio che questo repertorio riserva all'improvvisazione, questo permette di essere interpreti molto liberi dando la possibilità di essere creativi. Gli stessi compositori lasciavano grandi spazi aperti nelle partiture".
La componente dell'improvvisazione è preminente nella musica antica, ma poi si è persa a partire dal classicismo. Come mai?
"In realtà l'improvvisazione è stata parte fondamentale della musica fino all'inizio del ventesimo secolo e i compositori erano tutti anche ottimi esecutori. Il cambiamento è avvenuto da Schönberg in poi, quando la musica per inseguire un nuovo sistema, ha perso il linguaggio comune, che è quello dell'interprete, restando sul piano puramente intellettuale, così si è persa la tradizione classica dell'interpretazione, a cui ha ottemperato il jazz, per esempio. Ma anche sull'improvvisazione bisogna sfatare la credenza che sia una cosa leggera. Bisogna scegliere e studiare molto il linguaggio che si vuole affrontare. È come per un attore, non può improvvisare parimenti bene in qualsiasi lingua, saprà soltanto farlo nella lingua che conosce a perfezione".
Come si trova da donna a dirigere un ensemble vasto e sempre in trasformazione?
"Le donne che "comandano" hanno un modo diverso di essere leader, non amano così tanto il potere, che è una cosa molto più maschile. La donna, anche al comando, cerca un lavoro di squadra. Personalmente nell'Arpeggiata ho sempre provato a unire il più possibile le varie personalità dei componenti lasciando spiccare però le singole identità. E poi sono un direttore che suona sempre in mezzo ai musicisti".
L'Arpeggiata si caratterizza per mescolare alla musica anche la danza e il teatro. È un modo per coinvolgere maggiormente il pubblico?
"Quando abbiamo un repertorio "teatrale", cerco sempre di introdurre un danzatore, soprattutto per la musica tradizionale - come il flamenco, per esempio - perché anche la danza si improvvisa nel dialogo tra musicista e danzatore, riprendendo anche una pratica che si è persa nella coreografia contemporanea, che è tutta scritta e non prevede scambio, intesa, tra chi suona e chi danza, poiché non spesso non ha neanche la musica dal vivo. Questo ci consente di improvvisare anche in base agli spettatori che abbiamo davanti. L'arpeggiata cerca di costruire qualcosa per il pubblico di oggi che apprezza molto l'unione contemporanea di diverse forme d'arte".
Il concerto è dedicato esclusivamente alle musiche di Purcell. Quanta libertà vi lascia la sua musica?
"Purcell ci permette un mix di due generi musicali, barocco e jazz. Purcell è stato un genio vero, che ha anche modernizzato la musica facendo avanzare in varietà la prassi del basso ostinato - il ground - da una tradizione molto rigida verso una serie di nuove possibilità melodiche e armoniche, creando nuove linee di basso, cromatizzandole, rendendole così molto contemporanee e vicine ai pattern su cui avrebbero lavorato i jazzisti".
La tiorbista, liutista e chitarrista austriaca Christina Pluhar, a capo dell'Arpeggiata, uno dei maggiori ensemble di musica antica e barocca, spiega così il successo di un repertorio secolare anche presso il pubblico che normalmente non ascolta la musica classica: "Questa musica corrisponde molto direttamente alla natura umana, nell'armonia e nella melodia, e anche gli strumenti sono timbricamente molto caratterizzati, dai colori molto belli. E poi c'è il canto; la voce nella musica antica è molto naturale, a differenza di quella impostata della lirica". C'è in effetti da parte degli ascoltatori anche una curiosità verso strumenti come il salterio, il cornetto o la viella, spariti ormai dalla scena concertistica e musicale in genere.
L'Arpeggiata offrirà al pubblico romano del Teatro Argentina, il 20 febbraio - unica data italiana (per la stagione dell'Accademia Filarmonica Romana) - un programma in prima mondiale dal titolo "Music for a While, improvvisazioni su Henry Purcell", che anticipa un cd in uscita in marzo in cui sono coinvolti anche musicisti jazz come il clarinettista Gianluigi Trovesi e il chitarrista Wolfgang Muthspiel. Christina Pluhar è artefice anche di un progetto di musica popolare di grande impatto, sulle musiche tradizionali del Mediterraneo, una sorta di Odissea sonora che la porta dall'Hasapiko greca alla pizzica italiana, dalla canzone catalana al fado portoghese fino a lambire le musiche della Turchia e della Tunisia, sempre alla ricerca di quella radice comune che emerge evidentissima nel suono e nei colori. "La musica popolare tradizionale è classica per definizione - afferma - è così da sempre".
Quali motivi l'hanno spinta verso la musica antica?
"Ho dedicato tutta la mia vita questo tipo di musica perché la amo molto. Larga parte della mia attività si svolge nella ricerca del repertorio mai eseguito, passo molto tempo nelle biblioteche a cercare e a studiar manoscritti, per fare programmi e performance originali. Soprattutto mi interesso di musiche tradizionali che permettono, attraverso l'improvvisazione di combinare gli approcci: non solo quello classico, ma anche quello jazz e persino rock. Ciò che mi interessa di più è lo spazio che questo repertorio riserva all'improvvisazione, questo permette di essere interpreti molto liberi dando la possibilità di essere creativi. Gli stessi compositori lasciavano grandi spazi aperti nelle partiture".
La componente dell'improvvisazione è preminente nella musica antica, ma poi si è persa a partire dal classicismo. Come mai?
"In realtà l'improvvisazione è stata parte fondamentale della musica fino all'inizio del ventesimo secolo e i compositori erano tutti anche ottimi esecutori. Il cambiamento è avvenuto da Schönberg in poi, quando la musica per inseguire un nuovo sistema, ha perso il linguaggio comune, che è quello dell'interprete, restando sul piano puramente intellettuale, così si è persa la tradizione classica dell'interpretazione, a cui ha ottemperato il jazz, per esempio. Ma anche sull'improvvisazione bisogna sfatare la credenza che sia una cosa leggera. Bisogna scegliere e studiare molto il linguaggio che si vuole affrontare. È come per un attore, non può improvvisare parimenti bene in qualsiasi lingua, saprà soltanto farlo nella lingua che conosce a perfezione".
Come si trova da donna a dirigere un ensemble vasto e sempre in trasformazione?
"Le donne che "comandano" hanno un modo diverso di essere leader, non amano così tanto il potere, che è una cosa molto più maschile. La donna, anche al comando, cerca un lavoro di squadra. Personalmente nell'Arpeggiata ho sempre provato a unire il più possibile le varie personalità dei componenti lasciando spiccare però le singole identità. E poi sono un direttore che suona sempre in mezzo ai musicisti".
L'Arpeggiata si caratterizza per mescolare alla musica anche la danza e il teatro. È un modo per coinvolgere maggiormente il pubblico?
"Quando abbiamo un repertorio "teatrale", cerco sempre di introdurre un danzatore, soprattutto per la musica tradizionale - come il flamenco, per esempio - perché anche la danza si improvvisa nel dialogo tra musicista e danzatore, riprendendo anche una pratica che si è persa nella coreografia contemporanea, che è tutta scritta e non prevede scambio, intesa, tra chi suona e chi danza, poiché non spesso non ha neanche la musica dal vivo. Questo ci consente di improvvisare anche in base agli spettatori che abbiamo davanti. L'arpeggiata cerca di costruire qualcosa per il pubblico di oggi che apprezza molto l'unione contemporanea di diverse forme d'arte".
Il concerto è dedicato esclusivamente alle musiche di Purcell. Quanta libertà vi lascia la sua musica?
"Purcell ci permette un mix di due generi musicali, barocco e jazz. Purcell è stato un genio vero, che ha anche modernizzato la musica facendo avanzare in varietà la prassi del basso ostinato - il ground - da una tradizione molto rigida verso una serie di nuove possibilità melodiche e armoniche, creando nuove linee di basso, cromatizzandole, rendendole così molto contemporanee e vicine ai pattern su cui avrebbero lavorato i jazzisti".