"Le tue ultime canzoni sono immondizia pop. Che delusione". "Hai ragione". Non è un dialogo tra un artista e qualche suo amico o parente stretto, ma uno scambio di tweet tra una delle più importanti popstar inglesi (Lily Allen) e un suo fan. La rivoluzione dei social network propone anche questo: la star ammette di non essere all'altezza. E il fatto è ancora più sorprendente se si pensa che la Allen è in procinto di pubblicare il suo terzo album, "Sheezus", in uscita a maggio, e dunque nel pieno della sua campagna promozionale.
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"La nuova musica di Lily Allen a dire il vero è solo immondizia pop addomesticata. Che delusione. Ha davvero scritto un po' di schifezze solo per fare cassa", ha scritto su Twitter Reg Wilding, un fan della Allen deluso dai tre singoli della cantante ("Hard Out Here", "Air Balloon" e la cover di "Somewhere Only We Know" dei Keane) usciti negli ultimi mesi. Lily ha risposto personalmente a Wilding, twittando: "Sì, quello che hai ascoltato fino a ora lo è. Io faccio del mio meglio, ma le etichette e le radio non vogliono far ascoltare le mie cose migliori".
Una ammissione di colpa praticamente inedita nel mondo della musica, ma anche un esplicito atto di accusa nei confronti del "sistema" musicale, dove l'esasperato bisogno di profitti rischia di affossare la creatività e il talento. Un personaggio come la Allen, esplosa grazie a canzoni pop caratterizzate da un linguaggio tagliente e molto esplicito, non può prescindere dalla sua carica di trasgressività contemporanea, e l'omologazione nel grande minestrone del pop addomesticato non può correre tra i suoi rischi. E il suo tweet al fan deluso apre altre finestre di riflessione: se è lei la prima a dividere i suoi nuovi brani in categorie (migliori e peggiori), cosa la spinge a pubblicare quelli che lei stessa non ritiene all'altezza?
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Nell'era di internet, i rapporti tra le case discografiche (almeno quelle poche rimaste) e gli artisti è diventato sempre più complesso, e la richiesta di autonomia da parte dei musicisti si fa sempre più pressante. Dopo le lotte storiche di star come Prince e George Michael, che hanno affrontato processi logoranti per affermare la loro libertà di scelta su tutto ciò che riguarda la loro musica, sono sempre di più gli artisti che cercano di affrancarsi dai vincoli delle major cercando forme di finanziamento autonome (come il crowdfunding, la raccolta di fondi da parte dei sostenitori in cambio spesso di prodotti esclusivi o bunus vari) o altre iniziative. L'atteggiamento della Allen non è certo una novità, né gli argomenti possono essere considerati nuovi. Ma fino ad oggi i botta e risposta avevano sempre avuto per protagonisti musicisti, discografici e direttori artistici, e mai gli artisti avevano ammesso di aver pubblicato musica scadente. Le rivendicazioni riguardavano semmai le modalità e i rapporti e le difficoltà di conciliare business e creatività.
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"La nuova musica di Lily Allen a dire il vero è solo immondizia pop addomesticata. Che delusione. Ha davvero scritto un po' di schifezze solo per fare cassa", ha scritto su Twitter Reg Wilding, un fan della Allen deluso dai tre singoli della cantante ("Hard Out Here", "Air Balloon" e la cover di "Somewhere Only We Know" dei Keane) usciti negli ultimi mesi. Lily ha risposto personalmente a Wilding, twittando: "Sì, quello che hai ascoltato fino a ora lo è. Io faccio del mio meglio, ma le etichette e le radio non vogliono far ascoltare le mie cose migliori".
Una ammissione di colpa praticamente inedita nel mondo della musica, ma anche un esplicito atto di accusa nei confronti del "sistema" musicale, dove l'esasperato bisogno di profitti rischia di affossare la creatività e il talento. Un personaggio come la Allen, esplosa grazie a canzoni pop caratterizzate da un linguaggio tagliente e molto esplicito, non può prescindere dalla sua carica di trasgressività contemporanea, e l'omologazione nel grande minestrone del pop addomesticato non può correre tra i suoi rischi. E il suo tweet al fan deluso apre altre finestre di riflessione: se è lei la prima a dividere i suoi nuovi brani in categorie (migliori e peggiori), cosa la spinge a pubblicare quelli che lei stessa non ritiene all'altezza?
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Nell'era di internet, i rapporti tra le case discografiche (almeno quelle poche rimaste) e gli artisti è diventato sempre più complesso, e la richiesta di autonomia da parte dei musicisti si fa sempre più pressante. Dopo le lotte storiche di star come Prince e George Michael, che hanno affrontato processi logoranti per affermare la loro libertà di scelta su tutto ciò che riguarda la loro musica, sono sempre di più gli artisti che cercano di affrancarsi dai vincoli delle major cercando forme di finanziamento autonome (come il crowdfunding, la raccolta di fondi da parte dei sostenitori in cambio spesso di prodotti esclusivi o bunus vari) o altre iniziative. L'atteggiamento della Allen non è certo una novità, né gli argomenti possono essere considerati nuovi. Ma fino ad oggi i botta e risposta avevano sempre avuto per protagonisti musicisti, discografici e direttori artistici, e mai gli artisti avevano ammesso di aver pubblicato musica scadente. Le rivendicazioni riguardavano semmai le modalità e i rapporti e le difficoltà di conciliare business e creatività.