Spettacoli

<a title="https://puntoitalia.online/spettacoli/musica/" href="https://puntoitalia.online/spettacoli/musica/">MUSICA</a>

Modena City Ramblers, il combat folk riparte in tour: "Siamo inguaribili sognatori"

La band festeggia sul palco il ventennale del primo album "Riportando tutto a casa". "Pogues e Clash ci hanno contagiato, il nostro stile è familiare a tanti. Nel nostro caso, parlerei di una grande nicchia. In Gran Bretagna invece i gruppi con mandolino o banjo riempiono gli stadi. Chissà che un giorno non possa succedere anche a qualche band italiana"

3 minuti di lettura
Sin dagli esordi, all'alba degli anni Novanta - la fondazione della band risale al 1991 e il primo disco, Riportando tutto a casa, arriva nel 1994 - i Modena City Ramblers affrontano il folk a muso duro. Mescolando l'istintiva attitudine punk alla vocazione antagonista, incarnano lo spirito del combat folk e insieme quello di un'epoca. La loro è una storia intrisa di esperienze, incontri, collaborazioni: da Bob Geldof a Luis Sepulveda, da Paco Taibo II a Terry Woods dei Pogues, da Don Luigi Ciotti a Felicia, mamma di Peppino Impastato, e poi i tanti amici musicisti, come Francesco Guccini, Piero Pelù, Moni Ovadia, Max Casacci, Goran Bregovich, Billy Bragg, il produttore Peter Walsh, tra gli altri. Hanno pubblicato dodici album (dieci di studio un live, una raccolta) e soprattutto hanno girato l'Italia in lungo e in largo con un'attività live talvolta frenetica. Ora, a vent'anni dall'uscita del primo album, Riportando tutto a casa, ripartono con il nuovo tour, "20", al via stasera da Montichiari (Bs), poi il 15 a Bologna, il 17 a Padova, e ancora sui palchi di tutto il paese fino a settembre. "20" sarà un live particolare. I MCR l'hanno suddiviso in tre diversi momenti: una parte strettamente combat folk, col violino e gli strumenti tradizionali, una più robusta ed elettrica di patchanka celtica, dove il folk rende nuove forme, e infine il momento più raccolto e acustico delle ballate.
[[ge:rep-locali:repubblica:80661508]]
Vent'anni dopo Riportando tutto a casa, come siete cambiati voi? E come è cambiato il paese?
"Noi siamo invecchiati, diciamo maturati, a seconda del livello medio di autostima", dice Franco D'Aniello, che con i suoi strumenti a fiato caratterizza da sempre il suono dei MCR. "Dal punto di vista della passione musicale invece non lo siamo, quella è rimasta intatta. Sicuramente anche noi risentiamo del clima che respira il paese. Vent'anni fa c'era sicuramente fermento artistico e sociale. Si veniva dagli anni 80, dalla Milano da bere, dove la pubblicità in tv cominciava ad essere martellante e ti diceva che se non avevi questo o quello  eri una persona che non contava. La musica, a parte qualche bellissima eccezione, era un po' plastificata, confezionata bene ma mancava di sapore, come una bella bistecca estrogenata. Questo non vuol dire che poi siamo arrivati noi e tutto è cambiato. Vuol dire che molti si erano stufati di ascoltare e basta e hanno imbracciato strumenti, nel nostro caso strumenti acustici e vecchi o popolari e hanno iniziato a suonare. Per le più disparate necessità. Dal divertirsi solamente al voler dire qualcosa. Ora il paese è sicuramente cambiato, ma certe dinamiche non cambiano mai. E non ci riferiamo solo alla politica. Per questo forse noi siamo ancora qui a suonare".

Quanto è attuale ancora la carica "combat" che vi caratterizza da sempre? E quanto è attecchita?
"La carica combat è una seconda pelle, o forse è semplicemente quello che ci viene meglio e che a cicli torna ad impossessarsi di noi. È attecchita dal primo concerto che facemmo, in un locale dove, a parte i parenti e gli amici, potevamo contare le persone in due mani. Non avevamo fatto che tre o quattro prove, ma la carica e la voglia di suonare era tale che tutto si trasformò in combat. I Pogues e i Clash avevano contagiato se non il mondo, almeno noi".
[[ge:rep-locali:repubblica:80924660]]
Siete stati esemplari nel mescolare le radici della musica popolare nostrana con certo folk ispirato alla tradizione celtica. E in vent'anni di carriera siete diventati una autentica cult band. Ma la scena folk rock italiana è davvero diventata mainstream o è ancora vissuta come una nicchia?
"Ci è sempre piaciuto mescolare suoni, ritmi, colori e atmosfere e questo in un certo momento ha goduto di molta popolarità. Ma mai da mainstream. Nel nostro caso possiamo parlare sicuramente di una grande nicchia. O di un piccolo mainstream, per rendere bene l'idea. Il folk rock britannico invece vive un grande momento di mainstream. Gruppi con mandolino o banjo riempiono gli stadi. Chissà che un giorno non possa succedere anche a qualche gruppo italiano".

In che misura l'uscita dai MCR di Cisco, il cantante che ha contribuito alla fortuna della band, vi ha penalizzato? Qual è il rapporto che vi lega a lui, adesso?
"L'uscita di Cisco dalla band fu per noi un motivo di grande tristezza dal punto di vista umano, non fu facile dividersi dopo quindici anni di strada fatta di grandissime soddisfazioni, di gradi risate, di progetti che si realizzavano per quella starna alchimia che aveva portato persone anche molto diverse a condividere il sogno musicale. La fortuna nostra fu di trovare Dudu Morandi che in parte aveva vissuto la nostra epopea musicale e con la stessa passione salì sul palco noi. Il pubblico che ci era fedele lo fu ancora e questo fu per noi motivo di grande soddisfazione. La grande famiglia c'era ancora. I nostri rapporti con Cisco sono molto buoni, ogni tanto facciamo qualche suonata assieme, come del resto anche con gli altri ex della band".

I Modena festeggiano il loro primo album con il tour del ventennale. Ma al di là della legittima celebrazione, come vedete il futuro dei MCR?
"Noi siamo degli inguaribili sognatori e ottimisti, e mettiamo tutti noi stessi. E se la strada dovesse farsi irta, polverosa, in salita, allora scaleremo la marcia, daremo più gas e ci copriremo la faccia per non mangiare la polvere. Ma andremo avanti. Siempre".