Era un medico e usava le canzoni per curare l'anima, troppo spesso umiliata dall'egoismo umano. Enzo Jannacci, nel marzo del 1964, cinquant'anni fa, dava alle stampe il brano simbolo del suo impegno sociale: El portava i scarp del tennis, la storia di un antieroe, un barbone. Cantata in milanese, la canzone definirà le coordinate stilistiche della sua cifra autorale e artistica. Le sue erano "canzonette" che parlavano di coraggio. Che descrivevano una classe operaia più vicina all'inferno che al paradiso. Così Vincenzina e la fabbrica era un altro modo per raccontare il lato oscuro di un'esistenza che soffoca la speranza di una vita migliore. "A scuola ci hanno raccontato il coraggio di Enrico Toti, di Napoleone... ma non ci hanno mai raccontato quello più vero: alzarsi tutta una vita alle quattro del mattino, prendere un treno, andare a lavorare nella fabbrica, starci trent'anni, quaranta. Io voglio rendere omaggio a tutte le Vincenzine che aspettano con coraggio i loro uomini che faticano dentro una fabbrica".
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Lo chiamavano "schizo" perché passava da un argomento all'altro mangiandosi continuamente le parole. Un anno fa, il 29 marzo 2013, se ne andò e sembrò salutare tutti con quel sorriso un po' beffardo e un po' malinconico, consapevole che la tristezza, quella che cantava nella struggente Io e te era "lì a due passi e ti accarezza e ride lei". E Vincenzina fu suonata, non a caso, durante le esequie.
Roba minima (mica tanto) - Tutte le canzoni di Enzo Jannacci, di Andrea Pedrinelli (Giunti, pp. 224 + 16, euro 18), ripercorre l'esistenza artistica di un idealista che faceva seguire alle parole, quelle di tante sue canzoni, i fatti. Le pagine lo raccontano attraverso l'intera produzione discografica. Mezzo secolo di storia in 233 canzoni e 28 dischi tra LP, Cd, ristampe e Ep. Aneddoti e retroscena delle collaborazioni con Gaber, Fo, Cochi e Renato, Paolo Conte e con l'amato Beppe Viola. Mezzo secolo di battaglie attraverso la canzoni, tutte lì a parlare di senzatetto, barboni e saltimbanchi con il fondato ottimismo, mai abbandonato, che una canzone doveva cambiare un'esistenza.
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Un passo in avanti, rispetto al ritratto umano tratteggiato dal figlio Paolo nella biografia Aspettando al semaforo (2011), il saggio non trascura nulla. Gli anni in cui un giovanissimo Vincenzo faceva convivere gli studi di Medicina con il Conservatorio e l'amore per il jazz: incrociò sulla sua strada giganti come Chet Baker e Thelonius Monk, tra gli altri. Soprattutto Bud Powell, il geniale pianista, gli insegnò l'utilità della mano sinistra col pianoforte, tenendo legata quella destra.
L'esordio nel pop con Gaber (I due corsari), i primi singoli a suo nome e quello stile vocale convulso e un look stralunato che fecero spaventare la Rai che lo bocciò in un'audizione. Visse il successo e la notorietà con il 45 giri Vengo anch'i , ma il cantante, imprevedibilmente, impegnò i soldi per specializzarsi come medico. Anche perché la censura lo perseguitava continuamente. In radio gli rigavano i dischi per non far ascoltare frasi ritenute pericolose. "Questa è la farneticazione di un matto", diceva una voce prima di programmare il brano. Addirittura Canzonissima nel 1968 gli impedì di cantare Ho visto un re, scritta con Dario Fo.
La chirurgia infantile era la sua specializzazione, ma l'inarrestabile altruismo era il suo pane quotidiano. Al Servizio Sanitario Nazionale rese tutti gli onori sino alla pensione, nel 2002. L'aneddoto del vecchietto che se lo vide davanti ("Invece che al Pronto Soccorso mi hanno portato in televisione?") descrisse lo stato effettivo delle cose perché i confini tra finzione e realtà (quelli che Jannacci non ammetteva) si dissolvevano come per incanto con una battuta.
Le canzoni non bastavano se non riuscivano ad aderire alla vita e Jannacci denunciava l'appiattimento della musica leggera. Se me lo dicevi prima, brano sulla tossicodipendenza, in concorso a Sanremo nel 1989, secondo posto al Premio della Critica, si trasformò in seguito in un "personalissimo sistema di disintossicazione" con cui Jannacci riuscì a salvare dal tunnel della droga 70 ragazzi.
Con l'aiuto del figlio Paolo, arrangiatore di raffinate reinterpretazioni del repertorio paterno, negli ultimi anni, nonostante la grave malattia che lo consumava, non abbandonò il suo impegno. Da Sono timido (2001) dedicata ai nuovi antieroi dell'attualità: i "clandestini" che arrivano in Italia a nuoto, a Lettera da lontano (Targa Tenco 2002) c'è l'ultimo tragitto di un artista che ha cantato d'amarezze e rimorsi, d'omertà e povertà, di dignità e ancore di salvezza. Tutta quella roba minima, come la definiva, massimo comune denominatore della sua statura artistica che il libro ha la forza, la capacità e l'umiltà di raccontare.
All'autore, il musicista disse: "Vedi, Pedrinelli, io scrivo perché la mia vita mi ha insegnato certi valori. Perché mia mamma, sotto i bombardamenti, non correva in rifugio. 'Enzo, è lo stesso, nella vita c'è anche la morte'. Perché mio padre mi ha insegnato che se l'egoismo se ne andasse saremmo tutti angeli. E insegnanti di angeli. Parole come pietre, che sono le mie regole. E anche i pilastri dei miei testi. Ricordati una cosa, Pedrinelli: con la coscienza non si traffica. Mai".
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Lo chiamavano "schizo" perché passava da un argomento all'altro mangiandosi continuamente le parole. Un anno fa, il 29 marzo 2013, se ne andò e sembrò salutare tutti con quel sorriso un po' beffardo e un po' malinconico, consapevole che la tristezza, quella che cantava nella struggente Io e te era "lì a due passi e ti accarezza e ride lei". E Vincenzina fu suonata, non a caso, durante le esequie.
Roba minima (mica tanto) - Tutte le canzoni di Enzo Jannacci, di Andrea Pedrinelli (Giunti, pp. 224 + 16, euro 18), ripercorre l'esistenza artistica di un idealista che faceva seguire alle parole, quelle di tante sue canzoni, i fatti. Le pagine lo raccontano attraverso l'intera produzione discografica. Mezzo secolo di storia in 233 canzoni e 28 dischi tra LP, Cd, ristampe e Ep. Aneddoti e retroscena delle collaborazioni con Gaber, Fo, Cochi e Renato, Paolo Conte e con l'amato Beppe Viola. Mezzo secolo di battaglie attraverso la canzoni, tutte lì a parlare di senzatetto, barboni e saltimbanchi con il fondato ottimismo, mai abbandonato, che una canzone doveva cambiare un'esistenza.
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Un passo in avanti, rispetto al ritratto umano tratteggiato dal figlio Paolo nella biografia Aspettando al semaforo (2011), il saggio non trascura nulla. Gli anni in cui un giovanissimo Vincenzo faceva convivere gli studi di Medicina con il Conservatorio e l'amore per il jazz: incrociò sulla sua strada giganti come Chet Baker e Thelonius Monk, tra gli altri. Soprattutto Bud Powell, il geniale pianista, gli insegnò l'utilità della mano sinistra col pianoforte, tenendo legata quella destra.
L'esordio nel pop con Gaber (I due corsari), i primi singoli a suo nome e quello stile vocale convulso e un look stralunato che fecero spaventare la Rai che lo bocciò in un'audizione. Visse il successo e la notorietà con il 45 giri Vengo anch'i , ma il cantante, imprevedibilmente, impegnò i soldi per specializzarsi come medico. Anche perché la censura lo perseguitava continuamente. In radio gli rigavano i dischi per non far ascoltare frasi ritenute pericolose. "Questa è la farneticazione di un matto", diceva una voce prima di programmare il brano. Addirittura Canzonissima nel 1968 gli impedì di cantare Ho visto un re, scritta con Dario Fo.
La chirurgia infantile era la sua specializzazione, ma l'inarrestabile altruismo era il suo pane quotidiano. Al Servizio Sanitario Nazionale rese tutti gli onori sino alla pensione, nel 2002. L'aneddoto del vecchietto che se lo vide davanti ("Invece che al Pronto Soccorso mi hanno portato in televisione?") descrisse lo stato effettivo delle cose perché i confini tra finzione e realtà (quelli che Jannacci non ammetteva) si dissolvevano come per incanto con una battuta.
Le canzoni non bastavano se non riuscivano ad aderire alla vita e Jannacci denunciava l'appiattimento della musica leggera. Se me lo dicevi prima, brano sulla tossicodipendenza, in concorso a Sanremo nel 1989, secondo posto al Premio della Critica, si trasformò in seguito in un "personalissimo sistema di disintossicazione" con cui Jannacci riuscì a salvare dal tunnel della droga 70 ragazzi.
Con l'aiuto del figlio Paolo, arrangiatore di raffinate reinterpretazioni del repertorio paterno, negli ultimi anni, nonostante la grave malattia che lo consumava, non abbandonò il suo impegno. Da Sono timido (2001) dedicata ai nuovi antieroi dell'attualità: i "clandestini" che arrivano in Italia a nuoto, a Lettera da lontano (Targa Tenco 2002) c'è l'ultimo tragitto di un artista che ha cantato d'amarezze e rimorsi, d'omertà e povertà, di dignità e ancore di salvezza. Tutta quella roba minima, come la definiva, massimo comune denominatore della sua statura artistica che il libro ha la forza, la capacità e l'umiltà di raccontare.
All'autore, il musicista disse: "Vedi, Pedrinelli, io scrivo perché la mia vita mi ha insegnato certi valori. Perché mia mamma, sotto i bombardamenti, non correva in rifugio. 'Enzo, è lo stesso, nella vita c'è anche la morte'. Perché mio padre mi ha insegnato che se l'egoismo se ne andasse saremmo tutti angeli. E insegnanti di angeli. Parole come pietre, che sono le mie regole. E anche i pilastri dei miei testi. Ricordati una cosa, Pedrinelli: con la coscienza non si traffica. Mai".