St. Vincent: "Suonate il mio disco nelle feste. Però attenti, c'è del sangue nei cocktail"
Antonio Vivaldi, <em class="author">ANTONIO VIVALDI</em>Nipote di Tuck Andress, il chitarrista del duo Tuck & Patti, ha scelto il nome d'arte ispirandosi a una canzone di Nick Cave. È arrivata al grande successo con "Love This Giant", il disco realizzato con David Byrne, ex Talking Heads. Ora il nuovo album, intitolato con il suo nome, la proietta nel Gotha della scena alternativa. E lei: "Mi considero una freak texana"
La musica che definiamo "alternativa", oppure "indie", oppure, come si diceva negli anni Settanta, "creativa", ha bisogno di personaggi che fungano da ponte fra questo ambito spesso elitario (per scelta o mancanza di vero talento) e il grande mondo del suono generalista, personaggi che sappiano affascinare anche chi non è mai andato oltre un ascolto distratto delle star del momento. Fra questi artisti crossover possiamo citare i Rem di Automatic For The People, il Moby di Play, la Björk di Debut o il Jeff Buckley di Grace, tutti lavori non facili ma che hanno saputo cogliere nel segno e che oggi hanno la classicità moderna di un film dei fratelli Coen o di un libro di Jonathan Franzen. Negli ultimi tempi però non è capitato di ascoltare alcunché in grado di funzionare con la stessa efficacia, quasi a conferma delle lamentazioni di molti sulla scarsa incisività attuale della musica rock…
La musica che definiamo "alternativa", oppure "indie", oppure, come si diceva negli anni Settanta, "creativa", ha bisogno di personaggi che fungano da ponte fra questo ambito spesso elitario (per scelta o mancanza di vero talento) e il grande mondo del suono generalista, personaggi che sappiano affascinare anche chi non è mai andato oltre un ascolto distratto delle star del momento. Fra questi artisti crossover possiamo citare i Rem di Automatic For The People, il Moby di Play, la Björk di Debut o il Jeff Buckley di Grace, tutti lavori non facili ma che hanno saputo cogliere nel segno e che oggi hanno la classicità moderna di un film dei fratelli Coen o di un libro di Jonathan Franzen. Negli ultimi tempi però non è capitato di ascoltare alcunché in grado di funzionare con la stessa efficacia, quasi a conferma delle lamentazioni di molti sulla scarsa incisività attuale della musica rock e dintorni.
Ora il triste digiuno creativo potrebbe finire grazie, curioso a dirsi, a una ragazza piuttosto magra. St. Vincent è una di quelle artiste intelligenti, colte, affascinanti, che possono arrivare solo da New York, diciamo l'amica più intellettuale (e invidiata per la sua linea ineccepibile) delle quattro ragazze di Sex And The City. E invece no. Annie Erin Clarke, questo il suo vero nome, nasce in un posto pochissimo trendy come Tulsa, Oklahoma e cresce in una delle metropoli più cafone del pianeta, Dallas. Il rapporto con lo stato della Stella Solitaria non dev'essere stato facilissimo: "Il Texas è un luogo con un cielo che non finisce mai e una natura che ti fa vivere esperienze quasi psichiche. Però tende a bloccarti se solo sei un po' strano. Non ho mai preso l'accento sudista e appena ho potuto me ne sono andata. Però mi considero texana, una freak texana".
In effetti, già da adolescente Annie si mostra ambiziosa e può contare sugli insegnamenti musicali dello zio chitarrista Tuck Andress, che a fine anni '80 conobbe un certo successo con il duo jazz-new age Tuck & Patti. Quindi la troviamo, in rapida successione, studentessa alla prestigiosa Berklee School Music di Boston, di nuovo a Dallas quale componente dei Polyphonic Spree (folto ensemble hippie-barocco in tunica bianca), chitarrista con la 100 Guitar Orchestra del compositore d'avanguardia Glenn Branca e accompagnatrice del cantautore Sufjan Stevens. È verso il 2005 che Annie diventa St. Vincent, nome dalla genesi piuttosto intellettuale, visto che è tratto da una un verso di una canzone di Nick Cave, There She Goes My Beautiful World: "E Dylan Thomas morì ubriaco al St. Vincent's Hospital".
Fin da principio il quadro appare nitido e il futuro sonico tracciato con mano al tempo stesso previdente (i riferimenti a nomi forti e ben riconoscibili quali Laurie Anderson, David Bowie e i Talking Heads) e visionaria (l'album Actor ingloba in modo geniale suoni e mondo dei cartoni animati per bambini). I primi lavori in proprio dicono di un'artista che sa come intrigare il pubblico rendendo suadente la sperimentazione e sperimentale la melodia: elitaria ma non sdegnosa, colta ma non saccente, complicata ma non complessata; insomma la fidanzata ideale per chi, anche in sogno, trova impegnativo andare a cena con Björk.
A poco a poco cresce il successo commerciale e nell'autunno 2011 il terzo disco, Strange Mercy, entra nei Top 20 della classifica di Billboard. L'investitura a star del circuito indie-colto arriva l'anno dopo grazie a Love This Giant, frutto di una collaborazione, in gran parte via web, con l'ex leader dei Talking Heads, David Byrne. Il lavoro si caratterizza per un largo uso di fiati, mentre la chitarra tagliente di Annie/Vincenza non ha lo spazio che meriterebbe. Siamo comunque di fronte a un passaggio di consegne generazionale che appare ancor più chiaro nel corso di una tournée di notevole successo durante la quale i due eseguono anche This Must Be The Place, la canzone dei Talking Heads che dà il titolo all'omonimo film del futuro premio Oscar Paolo Sorrentino.
A questo punto siamo ormai all'oggi e a all'album semplicemente intitolato St. Vincent. Forse un'acquisita maturità, forse i buoni consigli di zio David fanno sì che tutte le tessere del mosaico vadano al loro posto. Il lavoro suona, anche intenzionalmente, come un nuovo inizio: "Molti chiamano con il proprio nome il primo album che incidono. Io ho fatto la stessa cosa ma più avanti nel corso della mia carriera perché ho pensato che posso e devo essere nuova ogni giorno della mia vita". La musica è sempre intelligente senza averne l'aria e le asperità sonore di un tempo si accompagnano ad alcune melodie a tutto tondo, a volte persino romantiche. Quanto ai testi, il tema sembra essere quello della collocazione dell'individuo in un mondo a volte minaccioso, sia in ambito naturale (Rattlesnake) che tecnologico (Digital Witness): "Il disco parla della connessione totale, della possibilità di trovarsi sempre in un posto dove si può avere risposta a tutte le nostre domande e vedere soddisfatti tutti i nostri bisogni solo schiacciando un tasto. In questa situazione la domanda che mi faccio è: in che modo la nostra specie si sta evolvendo?" In sintesi, e per affidarsi ancora alle parole dell'autrice: "Un album da suonare alle feste, ma, attenzione, perché c'è del sangue nei cocktail".
Un album che, come si dice, spacca; uno spettacolo live a metà fra elettronica e suoni organici di rara efficacia (attenzione, perché la nostra è una chitarrista elettrica con i fiocchi); un aspetto naturalmente glamour che Katy Perry o Miley Cyrus si sognano. Insomma, gli ingredienti per il grande balzo ci sono tutti; per compierlo forse servirebbero, paradossalmente, un paio di chili in più.
Ora il triste digiuno creativo potrebbe finire grazie, curioso a dirsi, a una ragazza piuttosto magra. St. Vincent è una di quelle artiste intelligenti, colte, affascinanti, che possono arrivare solo da New York, diciamo l'amica più intellettuale (e invidiata per la sua linea ineccepibile) delle quattro ragazze di Sex And The City. E invece no. Annie Erin Clarke, questo il suo vero nome, nasce in un posto pochissimo trendy come Tulsa, Oklahoma e cresce in una delle metropoli più cafone del pianeta, Dallas. Il rapporto con lo stato della Stella Solitaria non dev'essere stato facilissimo: "Il Texas è un luogo con un cielo che non finisce mai e una natura che ti fa vivere esperienze quasi psichiche. Però tende a bloccarti se solo sei un po' strano. Non ho mai preso l'accento sudista e appena ho potuto me ne sono andata. Però mi considero texana, una freak texana".
In effetti, già da adolescente Annie si mostra ambiziosa e può contare sugli insegnamenti musicali dello zio chitarrista Tuck Andress, che a fine anni '80 conobbe un certo successo con il duo jazz-new age Tuck & Patti. Quindi la troviamo, in rapida successione, studentessa alla prestigiosa Berklee School Music di Boston, di nuovo a Dallas quale componente dei Polyphonic Spree (folto ensemble hippie-barocco in tunica bianca), chitarrista con la 100 Guitar Orchestra del compositore d'avanguardia Glenn Branca e accompagnatrice del cantautore Sufjan Stevens. È verso il 2005 che Annie diventa St. Vincent, nome dalla genesi piuttosto intellettuale, visto che è tratto da una un verso di una canzone di Nick Cave, There She Goes My Beautiful World: "E Dylan Thomas morì ubriaco al St. Vincent's Hospital".
Fin da principio il quadro appare nitido e il futuro sonico tracciato con mano al tempo stesso previdente (i riferimenti a nomi forti e ben riconoscibili quali Laurie Anderson, David Bowie e i Talking Heads) e visionaria (l'album Actor ingloba in modo geniale suoni e mondo dei cartoni animati per bambini). I primi lavori in proprio dicono di un'artista che sa come intrigare il pubblico rendendo suadente la sperimentazione e sperimentale la melodia: elitaria ma non sdegnosa, colta ma non saccente, complicata ma non complessata; insomma la fidanzata ideale per chi, anche in sogno, trova impegnativo andare a cena con Björk.
A poco a poco cresce il successo commerciale e nell'autunno 2011 il terzo disco, Strange Mercy, entra nei Top 20 della classifica di Billboard. L'investitura a star del circuito indie-colto arriva l'anno dopo grazie a Love This Giant, frutto di una collaborazione, in gran parte via web, con l'ex leader dei Talking Heads, David Byrne. Il lavoro si caratterizza per un largo uso di fiati, mentre la chitarra tagliente di Annie/Vincenza non ha lo spazio che meriterebbe. Siamo comunque di fronte a un passaggio di consegne generazionale che appare ancor più chiaro nel corso di una tournée di notevole successo durante la quale i due eseguono anche This Must Be The Place, la canzone dei Talking Heads che dà il titolo all'omonimo film del futuro premio Oscar Paolo Sorrentino.
A questo punto siamo ormai all'oggi e a all'album semplicemente intitolato St. Vincent. Forse un'acquisita maturità, forse i buoni consigli di zio David fanno sì che tutte le tessere del mosaico vadano al loro posto. Il lavoro suona, anche intenzionalmente, come un nuovo inizio: "Molti chiamano con il proprio nome il primo album che incidono. Io ho fatto la stessa cosa ma più avanti nel corso della mia carriera perché ho pensato che posso e devo essere nuova ogni giorno della mia vita". La musica è sempre intelligente senza averne l'aria e le asperità sonore di un tempo si accompagnano ad alcune melodie a tutto tondo, a volte persino romantiche. Quanto ai testi, il tema sembra essere quello della collocazione dell'individuo in un mondo a volte minaccioso, sia in ambito naturale (Rattlesnake) che tecnologico (Digital Witness): "Il disco parla della connessione totale, della possibilità di trovarsi sempre in un posto dove si può avere risposta a tutte le nostre domande e vedere soddisfatti tutti i nostri bisogni solo schiacciando un tasto. In questa situazione la domanda che mi faccio è: in che modo la nostra specie si sta evolvendo?" In sintesi, e per affidarsi ancora alle parole dell'autrice: "Un album da suonare alle feste, ma, attenzione, perché c'è del sangue nei cocktail".
Un album che, come si dice, spacca; uno spettacolo live a metà fra elettronica e suoni organici di rara efficacia (attenzione, perché la nostra è una chitarrista elettrica con i fiocchi); un aspetto naturalmente glamour che Katy Perry o Miley Cyrus si sognano. Insomma, gli ingredienti per il grande balzo ci sono tutti; per compierlo forse servirebbero, paradossalmente, un paio di chili in più.